Con trasformazione dell'Impero ottomano si intende il periodo nella storia dell'Impero ottomano che va grossomodo dalla metà del XVI secolo agli inizi del XVII secolo, ovvero dalla fine del regno di Solimano I (1566) alla deposizione di Mustafa II (1703).
Il periodo fu caratterizzato da grandi cambiamenti politici, sociali ed economici, che determinarono la trasformazione dell'impero da uno Stato patrimoniale e fortemente espansionista a un impero essenzialmente burocratico e statico. Tali cambiamenti furono in larga parte precipitati da una crisi politica ed economica agli inizi del '600 (effettiva e condivisa pure da vari Stati europei; si veda crisi del XVII secolo); eppure, nonostante queste difficoltà, l'Impero riuscì a mantenere gran parte della sua potenza.
Nella storiografia tradizionale il XVII secolo era visto come periodo di crisi per lo Stato ottomano (si veda tesi del declino ottomano), mentre dagli anni 1980 in poi gli storici hanno preferito parlare di crisi, adattamento e trasformazione.
Territorio In confronto al precedente periodo di grande espansione, l'estensione dell'impero si mantenne stabile. L'espansione in realtà era già rallentata nella fase finale del regno di Solimano il Magnifico (r. 1520-1566), quando fu necessario consolidare i territori acquisiti tra il 1514 e il 1541 prima di poter occuparne altri, ma comunque non si arrestò del tutto: nella guerra ottomano-veneziana (1570–1573) gli ottomani conquistarono Cipro veneziana e parte della Dalmazia, mentre nel 1574 conquistarono definitivamente Tunisi, all'epoca presa e perduta più volte tra cristiani e musulmani.
Ripresero quindi le ostilità con la Persia safavide: nella guerra ottomano-safavide (1578-1590) gli ottomani occuparono Georgia e Azerbaigian e così nel 1590, sotto Murad III, l'impero raggiunse la massima espansione. Si ebbe quindi la Lunga Guerra (1593-1606) contro la Monarchia asburgica, che però non ebbe esito decisivo e per gli ottomani costituì solo una distrazione dalla Persia, la quale con la guerra ottomano-safavide (1603-1618) annullò le precedenti conquiste ottomane. Nel 1638 i due Stati concordarono di tornare ai confini del 1555.
Si ebbero pure continue ribellioni in due regioni della penisola arabica, tanto da indurre gli ottomani ad abbandonarle: l'eyalet dello Yemen nel 1636 e l'eyalet di Lahsa nel 1670. Dal 1645 al 1669 l'impero fu impegnato anche nella guerra di Candia contro la Repubblica di Venezia.
Nella seconda metà del XVIII secolo si verificò invece la ripresa dell'espansione contro l'Europa continentale: con la guerra polacco-ottomana (1672-1676) fu tolta la Podolia alla Polonia-Lituania, mentre la guerra russo-turca (1676-1681) contro il Regno russo non ebbe esito altrettanto chiaro. Questi tentativi espansionistici toccarono il culmine nel 1683, anno in cui gli ottomani giunsero ad assediare Vienna. La battaglia di Vienna si risolse però in un disastro per gli ottomani; i vari Stati cristiani sin qui ricordati si affrettarono a unirsi in una Lega Santa, che combatté la grande guerra austro-turca (1683-1699) in cui i coalizzati riuscirono non solo ad annullare le precedenti occupazioni degli ottomani, ma a sottrarre loro territori: l'Austria conseguì il suo secolare intento di scacciare gli ottomani dall'Ungheria, mentre Venezia occupava il Peloponneso (detto Morea). L'esito della guerra, sfavorevole all'impero, fu riconosciuto dalla pace di Carlowitz (1699): gli ottomani restituirono alla Polonia-Lituania la Podolia e a Venezia la Dalmazia (ma non Cipro, "compensata" però dal riconoscimento del Peloponneso; si veda Morea Veneziana).
Per tutto il successivo XVIII secolo l'Impero ottomano si concentrò essenzialmente in una politica difensiva lungo il Danubio.
Demografia Come per la maggior parte degli Stati dell'epoca, è difficile stabilire la popolazione precisa dell'Impero ottomano. Di conseguenza gli storici preferiscono studiare incrementi o decrementi demografici in base alla regione. All'epoca i Balcani e l'Anatolia vissero una rapida crescita demografica, come d'altronde l'Europa, stimata in un incremento del 60% tra il 1520 e il 1580. Tale crescita determinò in Anatolia una pressione sulle terre coltivate, che non bastavano più a sostentare l'intera popolazione. Molti contadini privi di terre si diedero quindi al banditismo o alle rivolte Celali, le quali finivano per peggiorare ulteriormente la situazione agricola. Limitare il banditismo divenne quindi un problema centrale per l'impero: un metodo consisteva nel reclutare i contadini ribelli come truppe armate di moschetto, i sekban. Furono tentati anche altri metodi: nel 1659 fu inviata una forza d'ispezione che sequestrò 80,000 armi da fuoco detenute illegalmente.
Dopo la tumultuosa crescita cinquecentesca, nel XVII secolo la popolazione si mantenne stabile e in alcune regioni scemò, nuovamente in maniera analoga a quanto visto in Europa.
La principali città dell'impero erano la capitale Kostantîniyye (dal 1923 Istanbul), che attorno al 1550 contava forse più di abitanti, seguita da Il Cairo (circa 400,000 abitanti attorno al 1660), mentre gli altri centri non si avvicinavano neppure alla loro consistenza demografica. Izmir divenne uno snodo commerciale, con forse 90,000 abitanti attorno al 1650; Aleppo passò da 46,000 abitanti nel 1580 a 115,000 nel 1680; Bursa, importante centro per la tessitura della seta, nel '600 contava tra i 20,000 e i 40,000 abitanti.
Ultimo aspetto importante da sottolineare è la crescita della popolazione musulmana nei territori europei dell'impero, sia tramite immigrazione sia anche conversione volontaria degli abitanti delle campagne balcaniche. Ciò avvenne soprattutto in Albania, Macedonia e Bulgaria.
Economia L'innovazione più significativa di questo periodo fu probabilmente la monetizzazione dell'economia e la conseguente trasformazione del timar (un sistema simile al feudalesimo). Nel tardo XVI secolo, la moneta iniziò a circolare anche in ambito rurale, in specie per l'esazione delle tasse, che non furono più versate in natura. I feudi timar, che in precedenza finanziavano direttamente gli eserciti stanziati nelle province, furono ritenuti obsoleti e confiscati dall'amministrazione imperiale, per avviarne le rendite ad altri scopi.
Bilancio Alla fine dell'anno l'amministrazione centrale redigeva un bilancio con le entrate e le uscite imperiali. Un ruolo speciale era giocato dall'eyalet d'Egitto; dopo aver coperto le spese locali, ogni anno la provincia inviava il suo surplus a Istanbul. L'Egitto era particolarmente ricco e questa rendita si aggirava attorno ai 72,000,000 akçe. In questo periodo le entrate imperiali crebbero da 183,000,000 (nel 1560) a 581,000,000 (nel 1660) di akçe. Questa crescita, del 270%, non era tuttavia sufficiente a superare l'inflazione, così che l'impero per gran parte del XVII secolo era in deficit. Alla fine del XVIII secolo, dopo le sconfitte nella guerra contro la Lega Santa e le successive riforme attuate dall'impero, le entrate raggiunsero il miliardo di akçe, riuscendo così a vanificare l'impatto dell'inflazione.
Moneta La crescente monetizzazione dell'economia coincise alla rivoluzione dei prezzi in Europa, un periodo di inflazione dovuto tra l'altro al massiccio afflusso di metalli preziosi dal Nuovo Mondo alla Spagna. Di conseguenza anche la moneta argentea ottomana, l'akçe, subì fluttuazioni, in particolare dopo uno svilimento attuato nel 1585. Questa situazione durò per gran parte del '600, finché negli anni 1690 l'impero attuò una vasta riforma monetaria, prendendo a coniare nuove monete di argento e di rame.
Commercio All'epoca il caffè, proveniente dallo Yemen, iniziò a divenire un bene di consumo. L'impero beneficiava dalla sua importazione che andava dallo Yemen al Cairo in Egitto, da cui veniva poi smerciato in tutto l'impero; il volume di questo traffico si aggirava sulle 4,000 o 5,000 tonnellate di caffè annue alla fine del '600.
Viceversa, il commercio ottomano nel Mar Nero subì un momento di crisi dovuto alle azioni di disturbo dei cosacchi.
Governo
Se nel 1550 l'impero era uno Stato patrimoniale in cui il potere era detenuto esclusivamente dal sultano, nel giro di centocinquant'anni vi fu una trasformazione politica per cui il monopolio del sultano fu rimpiazzato da un sistema multipolare, in cui il potere era informalmente condiviso tra vari individui e fazioni. Alcuni sultani, come Osman II e Murad IV, cercarono di opporsi a tale processo; il primo fu vittima di regicidio nel 1622.
Questa trasformazione fu determinata anche da vari cambiamenti nella natura della successione regale. Nel '500 i principi della famiglia imperiale erano soliti assumere posizioni di governo provinciale non appena raggiunta la maggiore età. Mehmed III (r. 1595–1603) invece morì prima che i suoi figli fossero maggiorenni e il suo successore Ahmed I assunse il trono da fanciullo; da allora i principi non furono più inviati nelle province. È anche possibile che questa pratica fu abbandonata per impedire la guerre fratricide degli ultimi anni di Solimano I. Infatti a quest'epoca venne meno anche la pratica del fratricidio regale, praticata sin dai tempi di Maometto II, forse come reazione ai fratricidi che avevano accompagnato l'ascesa di Murad III e Mehmed III, insolitamente violenti, in cui furono uccisi dozzine di giovani maschi in quanto potenziali eredi. Il risultato di tutto ciò fu che l'intera famiglia imperiale iniziò a restare a Istanbul; nel 1617, inoltre, ad Ahmed I successe non uno dei figli, bensì suo fratello Mustafa I. Ciò dimostra che non il singolo sultano, ma la dinastia ottomana era ora considerata detentrice della sovranità.
L'esistenza di vari eredi maschi adulti facilitò l'emergere di centri di potere collaterali. Due figure importanti erano il Sheikh-ul-Islam, capo della gerarchia religiosa ottomana, e la Valide Sultan, la regina madre. In varie occasioni queste due figure detennero immenso potere, tanto da essere riconosciute dalle varie fazioni governative e giungere a deporre ed elevare sultani. Importanti regine madri furono Kösem Sultan, madre di Murad IV e Ibrahim I, e Turhan Sultan, madre di Mehmed IV.
Altro luogo di potere era l'esercito ottomano, in particolare i giannizzeri e i corpi di cavalleria imperiale. La consistenza dei primi crebbe da 7,886 nel 1527 a 39,282 nel 1609. Molti di questi combatterono nelle guerre imperiali, mentre altri erano giannizzeri solo di nome: godevano dei benefici della loro condizione ma ne evitavano gli obblighi militari. Ebbero comunque il merito di agire da mediatori tra l'esercito e i sudditi comuni dell'impero, dando loro voce in capitolo nel gioco politico. I giannizzeri erano soliti esprimere il loro disappunto per le politiche imperiali attuando proteste e ribellioni. In ultima analisi, si trasformarono da forza combattente d'élite a un'organizzazione ibrida, in parte militare e in parte sociopolitica, mantenendo comunque un importante influsso sul governo imperiale.
Casate politiche Altro sviluppo dell'epoca fu il fiorire delle kapı, casate politiche di singoli membri dell'élite. La prima casata dell'impero era il palazzo del sultano a Istanbul, che vari esponenti politici tentarono di emulare in scala ridotta. I governatori provinciali iniziarono a mantenere schiere di domestici ed autentici eserciti privati. La crescita in ricchezza e potere dei massimi amministratori provinciali fu un'arma a doppio taglio: essi dispiegavano il loro potere per far valere il centralismo imperiale e combattere i nemici esterni, ma se si ribellavano potevano costituire nemici formidabili. La più eminente di queste casate fu quella di Mehmet Köprülü, che durante il suo mandato di gran visir tra il 1656 e il 1661 piazzò suoi membri fidati in posizioni autorevoli. Ancora agli inizi del XVIII secolo posizioni importanti erano detenute da individui che a suo tempo erano cresciuti nella casata di Köprülü.
Burocrazia