Il delitto del bitter fu un caso di omicidio ai danni di Tranquillo Allevi commesso ad Arma di Taggia (Imperia) il 24 agosto 1962 con del bitter avvelenato con stricnina.

Importantissimo non confondere questa storia con il detto "tranquillo e morto" che deriva da altre storie. Storia

Tranquillo Allevi, detto Tino, era un grossista di Pavia, nato nel 1912, residente nella località di Arma di Taggia che rappresentava i produttori del latte della provincia di Novara in provincia di Imperia. Il 24 agosto 1962 ricevette un pacco anonimo spedito dall'ufficio postale della stazione di Milano Centrale con il solo numero di raccomandata del mittente (0359), contenente un bottiglia di bitter Sanpellegrino, senza etichetta, con un tappo di sughero diverso da quello originale in una confezione riutilizzata di biscotti contenente una lettera con scritto per il signor Tino Allevi:

Il pacco era stato preso in consegna da sua moglie Renata Lualdi, casalinga – nata a Novara nel 1925 da una famiglia modesta – e l'Allevi lo portò nel suo magazzino in via della Stazione. Decise di assaggiare verso le 21 la bevanda assieme al suo collaboratore Isacco Allegranza e a un rappresentante di formaggi di passaggio, Arnaldo Paini, e versò il contenuto nel bicchiere. Trovandolo molto amaro, lo fece assaggiare in piccola quantità anche ai suoi ospiti. Allegranza si recò poco dopo al vicino "bar Sport" e acquistò una bottiglia della stessa bevanda per fare un confronto, ma al suo ritorno trovò Allevi in preda a convulsioni e dolori. Fermò quindi un'auto di passaggio accompagnandolo alla clinica "Villa Spinola" di Bussana, dove Allevi spirò alle 23 dello stesso giornoLa Stampa, 28 agosto 1962 pag.1.

Indagini

L'Istituto di medicina legale di Genova dopo l'analisi tossicologica del residuo della bibita e l'analisi dei campioni prelevati il 28 agosto dopo l'autopsia rilevò che il veleno utilizzato fu un anticrittogamico (l'E 605 o Parathion) utilizzato nelle coltivazioni dei garofani. L'autopsia venne eseguita a Genova presso "Villa Spinola".

Le indagini furono affidate al procuratore della Repubblica di Sanremo BoettiLa Stampa, 28 agosto 1962 pag.5. La sera stessa nella caserma dei Carabinieri di Arma di Taggia venne interrogata per sei ore Renata Lualdi, moglie della vittima, che indicò come colpevole il suo amante, Renzo Ferrari, veterinario e vicesindaco di Barengo (NO). I periti scoprirono che la lettera era stata scritta con una macchina da scrivere Olivetti Lexikon 80 a carrello lungo utilizzata nel municipio del paese. Ferrari era anche debitore nei confronti dell'Allevi. Il 6 settembre il veterinario venne arrestatoLa Stampa, 7 settembre 1962, dopo che gli inquirenti avevano scoperto che egli aveva acquistato sei fiale di veleno in una farmacia di Momo.

Processo Il 28 febbraio 1964 cominciò a Imperia il processo di primo grado presso la Corte d'Assise d'ImperiaLa Stampa, 27 febbraio 1964 pag.9 e si concluse il 15 maggio con la condanna per il Ferrari a trent'anni di carcere e al risarcimento dei danni al socio e ai due figli dell'AlleviLa Stampa, 16 maggio 1964 pag.7. Il 21 dicembre 1965 dalla Corte d'Assise d'Appello di Genova venne riformata la sentenza di primo grado con la condanna all'ergastolo La Stampa, 22 dicembre 1965 pag.1. La Corte suprema di cassazione respinse il ricorso del Ferrari e confermò la condanna il 17 ottobre 1967La Stampa, 17 ottobre 1967 pag.8.

Renzo Ferrari scontò 24 anni di carcere prima nell'isola di Pianosa poi nel carcere di Parma, proclamandosi sempre innocente. Nel 1986 ottenne la grazia dal presidente della Repubblica Francesco Cossiga e tornò a vivere a Barengo come pensionato, dove morì due anni dopo a causa di un ictus.

È sepolto nel cimitero del paese, vicino alla madre Teodolinda Massazza che lo difese sempreLa Stampa, 13 febbraio 1988 pag.39.

Si interessò al processo anche Oriana Fallaci.

Note

Voci correlate Parathion Oriana Fallaci

Collegamenti esterni

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