La dialettica è uno dei principali metodi argomentativi della filosofia. Essa consiste nell'interazione tra due tesi o princìpi contrapposti (simbolicamente rappresentati nei dialoghi platonici da due personaggi reali) ed è usata come strumento di indagine della verità.
L'etimologia deriva dai termini della lingua greca antica dià-legein (cioè «parlare attraverso», ma anche «raccogliere») + tèchne, ovvero "arte" del dialogare, e del riunire insieme.
Le origini L'origine di questo metodo nella discussione di tesi filosofiche può essere ritrovato già in Zenone di Elea, il quale, sulle orme di Parmenide, sosteneva la tesi dell'immutabilità dell'Essere confutando le antitesi degli avversari tramite una dimostrazione per assurdo. Egli usava cioè la dialettica quale strumento di contrasto che approda indirettamente alla verità sulla base del principio di non contraddizione, ricorrendo ai paradossi.Zenone di Elea sarebbe stato pertanto annoverato da Aristotele come l'iniziatore della dialettica, stando alla testimonianza di Sesto Empirico (Adversus mathematicos, VII, 6-7) e di Diogene Laerzio (Vite dei filosofi, VIII, 2, 57; IX, 5, 25).
Socrate
Un metodo simile si ritrova nei dialoghi platonici, dove Socrate cerca di trovare le contraddizioni interne nelle tesi dell'interlocutore, scomponendone le enunciazioni e raffrontandole con livelli più elevati del sapere. Il vantaggio iniziale lasciato all'interlocutore più debole è lo strumento dialettico mediante il quale si staglia più luminoso e conclusivo il parere del maestro.«Socrate, quando voleva risolvere una questione, procedeva discutendo sulla base di principi da tutti gli uditori concordemente accettati (anche se da Socrate eventualmente non condivisi) e da essi partiva per trarre le sue conclusioni. [...] Questo modo di procedere di Socrate si spiega perfettamente soltanto tenendo presente la funzione protrettica della sua dialettica» (G. Reale, Il pensiero antico, pag. 102, Milano, Vita e Pensiero, 2001 ISBN 88-343-0700-3).
Per esempio, nellEutifrone, Socrate chiede ad Eutifrone di dare una definizione di pietà.Platone, Eutifrone, 5, c-d. Eutifrone risponde che pio è ciò che è amato dagli Dei. Socrate gli rinfaccia che gli dei sono litigiosi, e che i loro litigi, come quelli umani, riguardano gli oggetti di amore e odio. Eutifrone ammette che questo è infatti il caso. Perciò, prosegue Socrate, deve esistere almeno un oggetto che è amato da alcuni Dei, ma odiato da altri. Di nuovo Eutifrone assente. Socrate poi conclude che, se la definizione di pietà data da Eutifrone fosse vera, allora dovrebbe esistere almeno un oggetto che è allo stesso tempo sia pio che empio (giacché è amato da alcuni Dei, ma odiato da altri) - il che, ammette Eutifrone, è assurdo.
Questo modo di procedere nel ragionamento, partendo da una tesi e cercando di trovarne le contraddizioni interne, è tipico della dialettica socratica, e si chiama maieutica.«Il metodo di Socrate [...] è quello della "maieutica" o "ostetricia" spirituale: egli non sa procreare la verità, ma sa aiutare gli altri a metterla alla luce, con l'esercizio dialettico della domanda e della risposta» (dall'enciclopedia Treccani, alla voce «Socrate»).
I Sofisti Mentre il proposito di Socrate era una confutazione del falso sapere che implicava un'esigenza di elevazione morale, e di ricerca della verità,«La metafora in questione riflette felicemente il carattere dei dialoghi socratici, inconcepibili senza una sincera fede nella possibilità di portare alla luce il vero. In questa fede risiede del resto la morale di Socrate, la quale di fatto ha un nucleo ben saldo in quella stessa concezione della dipendenza della virtù dal sapere che ne costituisce, secondo le fonti, la più evidente caratteristica» (dall'enciclopedia Treccani, alla voce «Socrate»). per i sofisti la dialettica coincide invece con l'eristica, ovvero l'arte di vincere nelle discussioni, confutando le affermazioni dell'avversario senza riguardo al loro intrinseco valore di verità.
Platone
Platone è generalmente considerato il padre della dialettica. Per Platone, essa è lo strumento per eccellenza della filosofia, essendo la via privilegiata per risalire dal molteplice all'unità dell'Idea, che è l'origine e meta finale della conoscenza.
Platone interpreta socraticamente la dialettica, come riflessione sociale, svolta dal filosofo nel dialogo con altri personaggi; e la identifica con la filosofia stessa intesa come espressione delleros, che è il desiderio bramoso del sapere. Il meccanismo dialogico consiste nell'opera maieutica di un conduttore che pilota la discussione, e concede dapprima spazio alla tesi meno probabile per farla poi confutare, lasciando emergere a poco a poco quella giusta e portatrice di verità.
Per comprendere la dialettica, occorre premettere che le idee, secondo Platone, sono strutturate gerarchicamente, da un minimo fino a un massimo di “essere”; nella Repubblica, in cima a tutte sta l'Idea suprema del Bene, mentre nel Sofista le "Idee supreme sono cinque: Essere, Identico, Diverso, Quiete e Movimento. Proprio questa gerarchia permette la conoscenza, perché è il raffronto dialettico tra realtà di diverso livello, tra ciò che sta in alto (essere) e ciò che sta in basso (non essere) a rendere possibile il sapere. Ad esempio bianco e nero rimangono termini contrapposti e molteplici sul piano sensibile; tuttavia, è solo cogliendo questa differenza di termini che si può risalire al loro fondamento e comune denominatore, cioè l'Idea di Colore. Non si può infatti avere coscienza del bianco senza conoscere il nero.
Pur non dando mai una definizione precisa di dialettica, si può dire che per Platone essa è al contempo un processo di "unificazione e moltiplicazione":L'unico tentativo di definizione lo si trova nel Fedro, dove la dialettica viene assimilata a due procedimenti contrapposti ma complementari. Il primo è «abbracciare in uno sguardo d'insieme e ricondurre ad un'unica forma ciò che è molteplice e disseminato affinché, definendo ciascun aspetto, si attinga chiarezza intorno a ciò di cui si intenda ogni volta insegnare»; l'altro «consiste nella capacità di smembrare l'oggetto in specie, seguendo le nervature naturali, guardandosi dal lacerarne alcuna parte come potrebbe fare un cattivo macellaio» (Platone, Fedro 265 d-e). da un lato la dialettica sale verso l'unità delle idee, dall'altro scende a definire e suddividere il molteplice, secondo un metodo sia diairetico che dicotomico. Si tratta di due procedimenti complementari, che rispecchiano la natura stessa delle Idee che è quella di essere uniche in sé, ma anche di essere collegate tra di loro dando origine alle relazioni esistenti nel molteplice. La dialettica è quindi la ricostruzione logica di questi collegamenti che stanno a fondamento della realtà, ed è perciò la scienza per eccellenza.Oltre al Fedro, i dialoghi principali in cui Platone tratta della dialettica sono il Parmenide il Sofista.
Da sottolineare, però, che in Platone le idee rimangono al di sopra della logica dialettica: esse sono accessibili soltanto per via di intellezione (Nóēsis, Νόησις). Non sono dimostrabili, né ricavabili dall'esperienza sensibile. Come in Zenone, la dialettica non fa cogliere di per sé la verità, ma consente semmai di procedere alla confutazione degli errori e dei paradossi facendo uso della logica di non contraddizione.
Aristotele La dialettica di Aristotele deriva da quella socratica e platonica, ma viene interpretata diversamente. Secondo Aristotele, le premesse su cui i suoi predecessori ragionavano erano principalmente le opinioni, emerse ed analizzate col metodo del dialogo;Aristotele, Analitici I, V, 57a. ed è a tal proposito che egli distingue la dialettica dall'analitica (cioè dalla logica). Mentre quest'ultima studia la deduzione che parte da postulati considerati autoevidenti per giungere a conclusioni logicamente coerenti (dimostrazione), la dialettica ha per oggetto i ragionamenti le cui premesse sono opinioni condivise (endoxa), non certe, ma probabili.Aristotele, Analitici I, IV, 46a; Metafisica, II, 1, 995b. La dialettica è perciò una logica del linguaggio non formalizzato, la cui conclusione è necessaria se rispetta il principio di non contraddizione e di identità.
Lo Stoicismo Nello stoicismo la dialettica viene identificata nuovamente con la logica, come teoria dei segni che si riferisce alla realtà, agli oggetti significati dalle parole. Essa è «scienza del vero e del falso, e di ciò che non è né vero né falso»:Diogene Laerzio, Vite e dottrine dei filosofi, VII, 62. la logica cioè viene intesa non solo in senso deduttivo, ma anche ipotetico, comportando un ampliamento di indagine del sillogismo aristotelico. Respingendo di fatto la distinzione tra premesse vere e premesse probabili, la dialettica diventa così la scienza del discutere rettamente, in conformità alle leggi universali del Lògos. Questo nuovo approccio conduce all'elaborazione di formule complesse, sulla base di un insieme di proposizioni legate tra loro da operatori logici (quali ad esempio «se», «poiché», «e», «oppure»).Diogene Laerzio, Ibid., VII, 76 - 81.
L'eredità di Platone: il neoplatonismo La dialettica divenne quindi lo strumento filosofico usato dai neoplatonici, i quali ne diedero una definizione più esplicita rispetto a Platone:
La dialettica consente cioè di definire e classificare secondo logica ogni realtà, descrivendola non solo in sé stessa, ma anche in rapporto al suo contrario, cogliendo quella rete organica di relazioni in cui è inserita. L'aspetto logico-razionale della dialettica ha quindi una valenza principalmente negativa, nel senso che permette di risalire alla verità di qualcosa, e in ultima analisi a Dio stesso, tramite la consapevolezza del suo contrario, ossia del negativo: il falso. Fu il metodo proprio della teologia negativa.«Alla base di questa dialettica di negazione sta non ciò che si potrebbe credere la pura indeterminatezza, ma piuttosto la pienezza dell'Essere, che non va confuso con nessun altro, pure possedendo in sé le note positive di ogni essere, ma in modo supremo» (Luigi Pelloux, L'assoluto nella dottrina di Plotino, pag. 165, Milano, Vita e Pensiero, 1994 ISBN 88-343-0560-4).
Plotino ad esempio per definire il bene lo paragonò alla luce, la quale non è un oggetto, ma si mostra solo in quanto rende visibili gli oggetti: come questa risulta visibile dal contrasto con l'ombra, così l'Uno è intuibile solo tramite il contrasto dialettico col molteplice.
È la polarità del mondo, costituita nell'ottica neoplatonica da due estremità opposte (Uno e molteplice, bene e male, essere e pensiero), che permette di stabilire un rapporto dialettico tra di esse, essendo l'una il negativo dell'altra. In tal modo la verità (assunta come il polo positivo) diventa definibile tramite il suo negativo, ovvero la falsità. Così anche il mondo sensibile e fenomenico, pur antitetico a quello intelligibile, è visto come suo "nunzio", e la materia, nella quale risiede la possibilità del male, non è condannata da Plotino come negatività assoluta; infatti, «il male esiste necessariamente, essendo necessario un contrario al Bene».Plotino, Enneadi, I, 8, 6, che è a sua volta una citazione da Platone, Teeteto, 176 a. È proprio tramite lo sviamento e l'errore che è possibile delimitare la verità; ad esempio dell'Uno va detto «quello che Egli non è, ma non diciamo quello che è. Diciamo di Lui partendo dalle cose che sono dopo di lui».Plotino, Enneadi, V, 3.