Calvino è stato, con Lutero, il massimo riformatore religioso del cristianesimo protestante europeo degli anni venti e trenta del Cinquecento. Dal suo nome è stato coniato il termine "calvinismo" per indicare il movimento e la tradizione teologica e culturale scaturita dal suo pensiero e che, per molti versi, si distingue dal luteranesimo.
Il pensiero di Calvino è espresso soprattutto nell'opera Istituzione della religione cristiana, completata nel 1559. A grandi linee il sistema religioso e la teologia di Calvino possono essere considerati, almeno per ciò che riguarda i sacramenti ed il loro valore religioso, una continuazione ed un perfezionamento dello zwinglianesimo, una dottrina protestante non luterana che prende il nome dal proprio fondatore, Huldrych Zwingli.
Gli anni di formazione
Jehan Cauvine nacque il 10 luglio 1509 a Noyon, in Piccardia, dove il padre Gérard si era trasferito dalla vicina Pont-l'Évêque nel 1481. Gérard Cauvin, già segretario di cancelleria, fu avvocato del vescovo di Noyon, poi funzionario delle imposte e ancora segretario del vescovo, col quale ebbe così gravi contrasti da essere scomunicato; morì nel 1531. La madre, Jeanne Lefranc, ebbe altri tre figli: il maggiore, Charles, che morì nel 1536 e, dopo Jean, Antoine, che visse a Ginevra con il fratello, e François, morto in tenera età. Jeanne morì nel 1515 e il vedovo Gérard si risposò, avendo altre due figlie, una delle quali, Marie, visse anch'essa a Ginevra con i fratellastri.
Poche sono le informazioni sulla giovinezza del futuro riformatore, sulle quali tuttavia si è tentato di tessere una tela biografica convincente: così, è documentatoA. Lefranc, La jeunesse de Calvin, pag. 195 che al giovanissimo Calvino sia stato assegnato nel 1521 un beneficio ecclesiastico, che egli godette fino al 1529 e poi dal 1531 al 4 maggio 1534, cosa che ha fatto ritenere, senza reale fondamento, che già dodicenne, forte di quel finanziamento, Calvino si sia recato a studiare a Parigi, mentre la notiziaJ. Desmais, Remarques, pag. 388 che il padre lo abbia mandato fuori da Noyon dall'agosto al dicembre 1523 per sfuggire in realtà a un'epidemia di peste, ha fatto egualmente pensare che egli abbia iniziato in quell'anno i suoi studi parigini.
In ogni caso, nella prima metà degli anni venti, Calvino fu iscritto in uno dei collegi che costituivano l'Università della capitale, non è chiaro se, dapprima, in quello di Sainte-Barbe, dove avrebbe avuto per maestro il noto professore Mathurin Cordier, o se in quello di La Marche, per poi passare sicuramente al collegio di Montaigu continuandovi lo studio quinquennale delle arti liberali, con la prospettiva di scegliere i corsi superiori triennali di teologia, di legge o di medicina.L'irrisolta questione dell'iscrizione universitaria di Calvino si basa sulle notizie contrastanti fornite dai primi biografi di Calvino, Teodoro di Beza e Nicolas Colladon. Secondo Alister McGrath, Giovanni Calvino, pag. 44, potrebbe avere studiato latino privatamente a Parigi con Mathurin Cordier e successivamente essersi iscritto al collegio Montaigu, ottenendovi il diploma in arti liberali, senza mai aver frequentato in precedenza né il collegio di Sainte-Barbe né quello di La Marche
Giovanni Calvino stesso scrisseICO, 31, 22 che suo padre intendeva fargli studiare teologia. Probabilmente, Gérard Cauvin, da tempo in ottimi rapporti con il vescovo di Noyon, aveva previsto per il figlio una facile carriera ecclesiastica, ma la lite giudiziaria che lo vide successivamente protagonista con il Capitolo della città dovette rendere molto problematica la realizzazione delle sue ambizioni, rendendo necessario un cambiamento agli indirizzi di studio del figlio, pur garantendogli la possibilità di una carriera prestigiosa. Fu così che Giovanni, conseguito il diploma in arti liberali, verso il 1528 si trasferì a Orléans per studiare diritto civile nella locale Università; a Parigi, infatti, questa disciplina non era insegnata, essendo limitato lo studio della giurisprudenza al solo diritto canonico.
L'Università di Orléans, fondata nel 1306, era la quarta di Francia, dopo quelle di Parigi, Tolosa e Montpellier, ma la più rinomata per i suoi corsi di diritto: la Facoltà di giurisprudenza era aperta al rinnovamento degli studi giuridici, favorito dal sorgente clima umanistico e dalla necessità, da parte del nuovo Stato centralizzato francese, di disporre di un Codice di diritto organico e autorevole: nulla di meglio poteva essere garantito dallo studio del diritto civile romano, esplorato nell'espressione della lingua originale, senza il filtro fuorviante delle glosse dei commentatori medievali. Sembra che lo studio dei testi dell'umanista Guillaume Budé - gli studi giuridici De asse et partibus eius e le Annotationes in quatuor et viginti Pandectarum libros - ma anche il suo De transitu hellenismi ad Christianismum, dove il Budé considera, nello spirito dell'umanesimo cristiano, la cultura classica una preparazione all'annuncio dell'Evangelo, siano stati meditati con attenzione da Calvino che si mostrò interessato ai nuovi principi umanistici, se andò per un anno a Bourges ad ascoltare le lezioni dell'italiano Andrea Alciato e ad apprendere il greco dal tedesco Melchior Wolmar, un professore che sarebbe poi stato espulso dall'Università per la sua fede luterana che egli condivideva con un cugino di Calvino, Pietro Olivetano, anch'egli presente a Bourges.
Nulla fa ritenere che essi abbiano esercitato influssi di carattere religioso su Calvino, che continuò a occuparsi di diritto e di studi umanistici, tanto che il primo scritto di Calvino, il Commento al De clementia di Seneca, pubblicato a sue spese, fino a indebitarsi, nell'aprile 1532, ma iniziato già nel 1530, è un'opera di sola erudizione. Calvino ebbe sotto gli occhi la versione pubblicata da Erasmo nel 1529, della cui accuratezza filologica l'umanista olandese si era dichiarato insoddisfatto, così che si ha l'impressione che l'iniziativa di Calvino intendesse essere una carta da visita di valentìa umanistica presentata al mondo delle lettere. E infatti l'impegno di Calvino nell'opera si concentra nella spiegazione delle espressioni utilizzate da Seneca, nelle concordanze in opere senechiane e di altri autori classici - si sono contate citazioni di 77 autori greci e latiniJ. Boisset, Sagesse et sainteté dans la pensée de Calvin, pag. 248 - e nella spiegazione delle etimologie: ma se nel commento di Calvino si mostra la lingua e lo stile di Seneca - che egli non mostra di approvare - è invece assente il Seneca storico e il suo spirito.
A motivo della morte del padre, alla fine del maggio 1531, Calvino tornò brevemente a Noyon, dove ottenne il rinnovo di un beneficio ecclesiastico. A Orléans conseguì la laurea in diritto civile il 14 febbraio 1532; nominato sostituto annuale del procuratore di Orléans, l'anno dopo è documentata ancora la sua presenza a Noyon, mentre nell'ottobre 1533 si trasferiva nuovamente a Parigi.
La situazione religiosa È noto come per tutto il Medioevo europeo al clero fosse riservato il monopolio della cultura, prevalentemente di contenuto religioso, custodita in pochi manoscritti nelle biblioteche dei conventi. Lo sviluppo di un'economia urbana, la formazione di una borghesia intraprendente e colta, la creazione della tecnica della stampa, con la conseguente diffusione di testi scritti, diffuse la lettura anche tra i laici: il testo religioso poteva essere letto e meditato nelle biblioteche private, passando al vaglio della critica e dell'interpretazione laica e personale. La diffusione della cultura innescò il circolo virtuoso della formazione di un numero crescente di umanisti, spesso laici, che pubblicarono le loro ricerche, provocarono risposte dai loro lettori e suscitarono anche polemiche, allargando così un dibattito culturale che aveva per confini soltanto quelli stessi dell'Europa.
L'Enchiridion militis christiani di Erasmo, apparso nel 1503 e più volte ristampato, rappresentò esemplarmente il nuovo rapporto stabilitosi fra la cultura religiosa e i laici, e fra questi e il clero, dando altresì una risposta alle esigenze di riforma della chiesa, sentite da tempo nelle popolazioni e tuttavia sempre sostanzialmente eluse dalle gerarchie ecclesiastiche. Per Erasmo, così come il problema religioso apparteneva intimamente a ciascun individuo, chierico e laico che fosse, così il problema della riforma della chiesa competeva a tutti i credenti, senza distinzione, e la forma che la chiesa avrebbe assunto, doveva dipendere dalla retta comprensione del messaggio che è alla base della sua istituzione, il Vangelo e le altre scritture, che pertanto dovevano essere lette nella loro espressione originale, senza la costrizione di un'interpretazione imposta d'autorità. In questo modo, il problema filologico era la base per la soluzione del problema istituzionale: la diretta e personale conoscenza delle Scritture era intesa dover essere la premessa alla riforma della comunità dei credenti.
La riforma della chiesa non poteva essere attuata, agli occhi dei sostenitori del rinnovamento delle istituzioni religiose, dal clero stesso o soltanto da esso: non dal basso clero, giudicato troppo ignorante per un compito di tanta gravità, cui si riconosceva bensì l'insostituibile funzione di accompagnare, attraverso la somministrazione dei sacramenti e la celebrazione di riti opportuni, il trascorrere della vita dei credenti su questa terra, garantendone poi il felice approdo in un'altra; non dall'alto clero, o da gran parte di esso, per la sua costante assenza dalle diocesi - testimonianza di una sostanziale indifferenza ai bisogni della comunità - per la sua origine aristocratica e per i privilegi accumulati, che una reale riforma avrebbe finito per mettere in discussione.
Il Concordato con la Chiesa, siglato a Bologna il 18 agosto 1516 dalla posizione di forza ottenuta con la grande vittoria militare di Melegnano, a quel tempo Marignano, garantì a Francesco I il diritto di scegliere i vescovi della chiesa francese - tratti, come di consueto, dal ceto nobiliare e che il papa avrebbe dovuto confermare - i quali erano tenuti a giurare la propria fedeltà alla Corona: questa aveva ottenuto così di attenuare, se non di eliminare, tanto la tradizionale indipendenza gallicana delle gerarchie ecclesiastiche francesi quanto l'autorità del Parlamento e dell'Università di Parigi in materia teologica, stendendo al contempo una fitta rete di solidarietà di classe fra la nobiltà e la Corona contro le eventuali ingerenze di una potenza temporale, accresciuta da un pericoloso prestigio spirituale, quale era il Papato. Nello stesso tempo, ogni conflitto religioso diveniva un problema interno dello Stato francese: diversamente dalla Germania, priva del re, in cui la polemica luterana si connotava di accese valenze antipapali oltre che nazionalistiche, le rivendicazioni dei riformatori francesi si sarebbero dovute rivolgere non più al Papa ed alla Curia romana, ma direttamente al re.
L'Università, decisa a mantenere la propria indipendenza tanto dal re quanto dal vescovo di Roma, si trovò in grave imbarazzo quando dovette giudicare quelle tesi di Lutero che contestavano l'autorità del papa, tanto che nella risoluzione del 15 aprile 1521 condannava ben 104 proposizioni di Lutero senza tuttavia pronunciarsi sul problema del primato di Roma che altre tesi luterane contestavano. L'opposizione a ogni ipotesi di riforma, considerata un segnale di eresia ma sottintesa come minaccia alla propria autorità, fu un impegno costante della Facoltà di teologia di Parigi, seguita in questo, pur con qualche oscillazione, da Francesco I, interessato a sua volta a evitare ogni novità che potesse costituire una minaccia alla stabilità del suo regno.F. M. Higman, Censorship and the Sorbonne, Genève 1979