Premessa Qualsiasi resoconto su Macario deve essere preceduto dall'avvertenza che, in qualunque forma sia presentato, le notizie biografiche su tale personaggio -nascita, episcopato, morte...- sono estremamente scarse e derivano quasi esclusivamente da quanto si deduce per rischioso autoschediasmo, ossia dalla sua opera o, indirettamente, dalle polemiche teologiche dell’epoca.
Omonimie Alcuni repertori agiografici moderniO siti di pubblica divulgazione: hanno identificato Macario di Magnesia con i più noti santi omonimi, come Macario l’Egiziano o Macario di Alessandria, basandosi unicamente sulla coincidenza del nome e sul titolo episcopale. Tuttavia la critica contemporanea sottolinea che l’autore dell’Apocriticus non è venerato come santo, non appare nei sinassari bizantini né nel Martirologio Romano e va distinto dalle figure omonime. Risulta incerto se è identificabile, come propone Fozio nella sua Biblioteca, con l'omonimo vescovo di Magnesia che, al Sinodo della Quercia nel 403, affrontò dialetticamente un vescovo che si pronunciava in difesa di Giovanni Crisostomo come Patriarca di Costantinopoli, che infine il sinodo provinciale condannò e depose.
Biografia Era originario di Magnesia al Meandro, in Asia Minore: città di cultura greco-romana forse identificabile con l'attuale Germencik in Anatolia, odierna Turchia.
Macario visse tra la fine del IV e l’inizio del V secolo, in un periodo segnato dalle dispute tra filosofi pagani e cristiani.; nuova ed. 2020, ISBN 9788829001323.
Si distinse in tale ambito come autore apologetico, intervenendo nel dibattito con i filosofi pagani e difendendo il cristianesimo con strumenti retorici e filosofici.
Ugenti invece sottolinea che, secondo la tradizione, fu vescovo, ma non è nota con certezza la diocesi di appartenenza.
Gli studiosi rilevano che se da un lato la quasi totale assenza di fonti indipendenti rende difficile ricostruire la sua figura biografica e storica, al contempo altre fonti possano testimoniare dell'esistenza, della carica, dell'opera stessa e del suo valore.
Opere Le fonti e la critica moderna concordano nell’attribuire con certezza a Macario una sola opera autentica, l’Apocriticus. Altri scritti tramandati sotto il suo nome, come i Frammenti di omelie sulla Genesi, sono considerati spurii.
Apocriticus La sua opera principale è l’"Apocriticus" (o "Apocritico"), in greco: Ἀποκριτικὸς ἢ Μονογενής (Apokritikòs ē monogenēs, o Apokritikòs ē monogenēs pros Hellēnas, ossia [Dialogo] Apocritico o Unigenito contro i Greci), dialogo apologetico che dovette consistere di cinque libri, dei quali tuttavia non rimangono che «alcuni frammenti del primo, parte del secondo, il terzo e il quarto completi e alcune testimonianze sull’esistenza di un quinto libro andato comunque anch’esso perduto».
I libri II-IV permangono dunque grazie al "codex Atheniensis", tuttavia oggi perduto e confluito, se attendibile, nell'edizione Blondel-Foucart; i libri I e V sono presenti solo in frammenti: i capitoli iniziali di I sono attestati nel codex Vaticano greco 1650 mentre i frammenti del V provengono da citazioni in una traduzione latina di Turrianus del XVI secolo, risalente anch'essa a un manoscritto perduto. Ulteriori frammenti sono presenti in scritti di Niceforo di Costantinopoli. che fornisce anche informazioni agiografiche su Macario.
Secondo gli studi che hanno dato origine alla voce del 1934 su Enciclopedia Treccani, l’"Apocriticus" fu redatto verso la fine del IV secolo da un vescovo asiatico, tributario della teologia cappadoce.Ovvero, nella sua opera si riconoscono chiaramente influssi dei Padri cappadoci Basilio di Cesarea, Gregorio di Nazianzo, Gregorio di Nissa: sia nello stile (uso della retorica filosofica, argomentazioni dialettiche) sia nei contenuti (dottrina della Trinità, difesa della creazione contro i critici pagani), anticipando alcune formulazioni centrali sviluppate nei concili cristologici successivi.
Secondo Goulet l'opera è databile intorno al 400. Atzori che nell'introduzione del suo contributo definisce Macario come «vissuto tra la fine del IV e l’inizio del V sec.», più in dettaglio data poi la composizione dell’"Apocriticus" al 410.
La prima notizia dell’"Apocriticus" risalirebbe al IX secolo.
«L’opera si presenta sotto forma di un dialogo svoltosi in cinque giornateRegistrate forse una per libro: tra il vescovo cristiano Macario di Magnesia e un Greco, probabilmente un filosofo neoplatonico, davanti ad un pubblico formato sia da cristiani che da cives romani che parteggiano per l’uno o per l’altro. Si tratta di una fabula scenica, costruita ad hoc per motivi scolastici e propagandistici, che verte su delle obiezioni, spesso ricorrenti tra i polemisti, riguardanti le incoerenze degli evangelisti, gli apostoli Pietro e Paolo, le parole e gli atti di Gesù, i dogmi della Chiesa». Anche secondo Atzori si tratta di un dialogo «fittizio» e tale lo ritengono pure altri studiosi. Non è irrilevante notare che il dedicatario del dialogo (non l'obiettore) è nominato come "Theosthenus", personaggio non attestato altrove e di probabile invenzione macariana, come nota Goulet, suggerendo l'inferenza che la contrapposizione ai pagani potesse e dovesse risolversi poggiando sulla forza di Dio e il suo aiuto.
Non solo dunque l'"Apocriticus" ha il pregio di offrire uno spaccato del clima culturale del tempo, intriso di «dibattiti tra neoplatonici, ebrei, cristiani ed "eretici"», ma altresì il «contenuto delle obiezioni e delle risposte che [...] sarebbe servito alla Chiesa dei secoli successivi per una più precisa definizione dei dogmi».Su studi porfiriani e Patristica: in
Nelle circostanze storiche entro cui l'epoca tardo-antica è teatro di profonde trasformazioni culturali, l'opera di Macario insomma «rappresenta l’esigenza di un incontro e di un confronto tra due culture entrate in un rapporto talmente stretto da essere inscindibili», tanto da esprimersi con le stesse modalità stilistiche e contenutistiche: a obiezioni/punti problematici/questioni di parte pagana al cristianesimo, Macario risponde con argomentazioni filosofiche e teologiche.
Secondo Rinaldi, infatti, l’"Apocriticus" può essere collocato nel genere delle quaestiones et responsiones (anche semplicemente: "domande e risposte"), un modello didattico diffuso nell’antichità e utilizzato anche in ambito cristiano. Sebbene non tutti gli studiosi concordino nel riconoscere in esso obiezioni direttamente tratte da fonti pagane, questa cornice interpretativa resta fondamentale per comprendere la struttura dialogica dell’opera.
L’"Apocriticus" si inserisce quindi nel più ampio contesto del conflitto tra cristianesimo e paganesimo, che tra IV e V secolo vide un ribaltamento dei rapporti di forza: da minoranza perseguitata il cristianesimo era appena divenuta (nel 380) religione ufficiale con l’editto Cunctos populos di Teodosio I.
Frammenti di Porfirio Numerosi brani di "Contro i cristiani", l’opera di Porfirio di Tiro compilata agli inizi del IV secolo e perduta benché l'autore possa esser considerato «figura di spicco nel panorama della filosofia tardo antica e neoplatonica», sopravvivono appunto unicamente grazie alle citazioni riportate da Macario nell’"Apocriticus". Sarebbe per alcuni studiosi proprio Porfirio l'oppositore nel dialogo macariano.
In generale, comunque, l'"Apocritico" è una fonte imprescindibile per lo studio della polemica anticristiana del IV secolo.
Se nel corso degli anni vennero ritrovati altri passi e frammenti in altri autori cristiani, la fonte principale resta l’“Apocritico” di Macario di Magnesia.
Le opere anticristiane di Celso, Porfirio di Tiro e Giuliano l'Apostata sono difatti oggi conosciute solo in frammenti, trasmessi in gran parte proprio da autori cristiani.Nel caso delle opere porfiriane, è necessario ricordare anche il contributo di Eusebio di Cesarea, vescovo e storico della Chiesa, nella sua Preparazione ai Vangeli: . La loro perdita è stata anche il risultato di una cancellazione deliberata dopo l’affermazione come religione di Stato del cristianesimo, precedentemente a sua volta minacciato, come nondimeno di un'esigenza di fermezza sapienziale, filologica, esegetica, tant'è che gli stessi autori cristiani le andavano recuperando e di fatto tramandando.
Nell’opera “Contro i Cristiani” Porfirio non criticava in sé il concetto del dio, nel quale anch'egli credeva nella sua «versione neoplatonica», mentre suo bersaglio erano «la mancanza di coerenza e [...] la mancanza di principi validi, che i cristiani ne possedevano». La pregevolezza poi dell'opera di Porfirio consisterebbe insomma, anche da parte sua, nel «lavoro di esegesi biblica e di critica al pensiero cristiano».
Proprio attraverso l’"Apocriticus" è possibile ricostruire parte delle critiche pagane al cristianesimo antico, così come le modalità di risposta dei padri apologisti, oltre che, quando fedelmente riportati, i testi delle opere stesse.
Come riporta Enciclopedia Treccani nel 1934, alcuni studiosi, come Louis Duchesne e Thomas W. Crafer, hanno ipotizzato che l’interlocutore pagano potesse identificarsi invece con il filosofo Ierocle.Sulla questione si è pronunziato recentemente anche che, oltre a riprendere lo status quaestionis, se non tout court allontana la possibilità di una qualunque tesi al riguardo, rigetta la sostenibilità di questa in specifico. A sua volta, Digeser rileva come altri studiosi abbiano proposto diverse identificazioni per l’"Anonimo elleno" che figura nel dialogo, mettendolo in relazione con Porfirio, Giuliano o Ierocle.
Neppure frammenti di omelie sulla Genesi, editi sotto il nome di Macario da Duchesne, sono ritenuti autentici.
Prevalse in seguito l’opinione di Adolf von Harnack, secondo cui Macario avrebbe confutato non un avversario reale ma una raccolta di estratti dall’opera di Porfirio, per di più spesso senza neppure comprenderne in profondità il senso filosofico e storico e comunque rielaborandoli.
Anche secondo Richard Goulet, l’Anonimo elleno del "Monogenes" ("Apocriticus") muove obiezioni che riflettono in gran parte le argomentazioni di Porfirio contro i cristiani. Ugualmente, secondo Beatrice la maggior parte degli studiosi identifica i numerosi brani attribuiti al polemista pagano con frammenti della perduta opera di Porfirio.
Non è d'altronde sempre possibile distinguere fino a che punto l’interlocutore pagano dell’"Apocriticus" dipenda dall’opera porfiriana o rappresenti invece una costruzione letteraria funzionale al dialogo apologetico di Macario.
Discussione critica sui frammenti di Porfirio Gli studi moderni hanno discusso l’esatta provenienza e il grado di fedeltà dei frammenti, nonché la loro rielaborazione da parte di Macario. Alcuni studiosi hanno ipotizzato l’uso di una raccolta di estratti (ossia un florilegium), compilata già agli inizi del IV secolo, che Macario avrebbe confutato.
Le ricerche filologiche hanno inoltre messo in luce le peculiarità linguistiche e stilistiche delle citazioni porfiriane, spesso più concise e incisive rispetto alla prosa del vescovo di Magnesia.
Oggetto di discussione critica sono state altresì la datazione e l’attribuzione dei frammenti di Porfirio citati da Macario.
Tradizione manoscritta e trasmissione dell'opera L’"Apocriticus" si era conservato in un unico manoscritto, l’"Atheniensis" 94, un codice medio-bizantino custodito un tempo presso la Biblioteca Nazionale di Atene. Esso tramandava l’opera in forma mutila«Paul Foucart y Charles Blondel … editarían un manuscrito incompleto del Apocrítico (o Monogénès) de Macario Magnes»: (dal libro I, cap. 18 fino al libro IV, cap. 30). Il titolo "Apocriticus" appare già in alcuni sottotitoli del codice Ateniese perduto, ma la lezione più difficile e originale è "Monogenēs", ossia (l')"Unigenito": attestata dal Vaticano greco 1650 (XI sec.) Treccani nella voce del 1934 riporta che il codice fosse mancante dei libri I–II (cc. 1–6) e V e una data di edizione differente.