La storia della società italiana presenta i cambiamenti sociali a partire dall’Unità. Assieme alla storia politica e alla storia economica, la storia sociale fornisce una chiave di lettura fondamentale dei cambiamenti del paese. La storia della società analizza come siano cambiate le condizioni sociali ed economiche degli italiani e la loro vita quotidiana, con particolare riguardo alla famiglia, le relazioni di genere, la salute, la demografia, il lavoro, l'istruzione, il tempo libero e i consumi. Essa considera anche come la società civile si sia organizzata, come le idee abbiano circolato, come esse e i movimenti sociali abbiano influenzato la politica, e come le decisioni politiche abbiano plasmato e modificato le dinamiche sociali e personali.
Da paese agricolo e povero, l'Italia si è trasformata in una società industriale, urbana e postmoderna, segnata da profonde disuguaglianze ma anche da straordinarie capacità di adattamento. Dalle campagne ottocentesche ai distretti industriali, dalle migrazioni di massa al benessere diffuso del secondo dopoguerra, fino alla crisi demografica e alla globalizzazione del XXI secolo, la società italiana ha costantemente ridefinito i propri equilibri familiari, culturali e civici. Al centro di questo percorso restano la famiglia, il lavoro e la solidarietà, elementi che, pur mutando forma, continuano a modellare l’identità collettiva del paese.
Dall’Unità al 1890 Nel 1871 il primo censimento nazionale mostrò le condizioni del paese unito dieci anni prima: l’Italia appariva come un mosaico di società regionali con diverse economie, culture e storie. La popolazione di 26,8 milioni aveva un alto tasso di natalità (160 nati vivi per 1.000 donne in età fertile) e un’alta mortalità infantile (il 22,7% dei bambini moriva entro il primo anno e il 50% entro cinque anni). Gli italiani erano rurali: solo il 18% viveva in comuni con più di 50.000 abitanti. Napoli era la città più grande (450.000 abitanti), seguita da Torino, Milano, Roma e Firenze. Le città crescevano soprattutto al Nord, mentre al Sud la repressione del brigantaggio permise a molti di migrare dalle città alle campagne. Molti poveri e disoccupati emigravano all’estero, specie dal nord e successivamente anche dal sud: 120.000 emigrarono nel 1871, diretti stagionalmente in Francia, Svizzera e Austro-Ungheria, e permanentemente in Brasile e Argentina, dove nel 1891 c'erano già 1,4 milioni di italiani.
Popolazione rurale
L'economia e la società italiane del XIX secolo erano prevalentemente agricole. Un'indagine parlamentare condotta 19 anni dopo l'unificazione rivelò che quasi due terzi del territorio erano montuosi o collinari e quindi scarsamente coltivabili; molte pianure erano malariche o con suoli poveri, e la coltivazione dei cereali avveniva spesso in condizioni inadatte. Esisteva una grande varietà di sistemi di proprietà della terra, metodi di coltivazione e condizioni economiche, con notevoli disparità tra le regioni.
Nelle Alpi e nelle colline prealpine predominavano piccoli proprietari terrieri che coltivavano per sussistenza piccoli appezzamenti infertili. Le fertili pianure settentrionali erano dominate da grandi aziende agricole gestite da imprenditori che utilizzavano metodi moderni di irrigazione e coltivazione, impiegavano braccianti, esportavano verso i mercati esteri e dipendevano da un basso tasso di cambio. Nell'Italia centrale prevaleva il sistema della mezzadria, che garantiva stabilità sociale e coltivazione intensiva.
Nel Sud, inclusi il Lazio, dominavano vaste aree latifondistiche, spesso malariche e improduttive. Molti braccianti disoccupati emigravano stagionalmente. I piccoli proprietari e affittuari lavoravano terre troppo piccole per essere redditizie, mentre i grandi latifondisti (proprietari o affittuari) investivano poco e miravano a profitti rapidi, deforestando e sfruttando i numerosi braccianti disponibili. In questo quadro arretrato, facevano eccezione alcune aree produttive intorno a Napoli e Palermo. Gli italiani del sud non erano stati coinvolti profondamente nel Risorgimento, nemmeno tra le limitate classi medie. Molti contadini erano delusi dall’Unificazione, poiché il Risorgimento non aveva prodotto una distribuzione delle terre. Questo malcontento, manipolato da borbonici e papalini, alimentò diffuse rivolte violente, che vennero denominate brigantaggio e furono represse duramente dall'esercito. Le élite politiche, sebbene mosse da idee liberali, temendo per le piccole proprietà, si allearono con i grandi possidenti per evitare la spartizione delle terre demaniali. Dopo l'abolizione del latifondo, ci furono vendite di terre demaniali ed ecclesiastiche, ma i potentati locali (nobili o nuovi proprietari emergenti) riuscirono spesso a controllare i procedimenti e a riottenere le proprietà. La mancata riforma agraria aggravò le tensioni sociali e contribuì all'emigrazione.
Gran parte della popolazione rurale italiana era povera: spendeva la maggior parte delle proprie risorse per il cibo, ma la dieta era scarsa. La carne era un lusso, e alimenti come la passata di pomodoro e il vino erano spesso inaccessibili. I contadini del nord mangiavano pane di mais o polenta, e soffrivano spesso di malnutrizione e pellagra, mentre i contadini del sud mangiavano pane di grano, un vantaggio. La dieta era integrata con alimenti economici come fagioli e patate. Le case erano primitive, spesso condivise con animali.
Popolazione urbana
Non c'era una netta distinzione tra contadini rurali e classe lavoratrice o media urbana. Molti contadini del Sud vivevano in città collinari per evitare malaria e briganti, con le città che fungevano da dormitori per i latifondi vicini. Le mogli dei contadini svolgevano in casa molte attività artigianali. La migrazione stagionale tra lavori agricoli e industriali era comune, e molti contadini trovavano lavoro nell'edilizia durante il boom edilizio degli anni 1880. Gli operai urbani erano spesso artigiani con legami familiari con la campagna. Nel 1881, c'erano circa 4,1 milioni di lavoratori industriali (46% erano donne), principalmente nei settori dell'edilizia, abbigliamento, lavorazione del legno, mobili e alimentare. Le fabbriche erano poche e piccole, concentrate soprattutto in Piemonte, Liguria e Lombardia: producevano seta, cotone o lana. Le industrie impiegavano molti bambini e non c’era alcuna protezione legale delle lavoratrici o dei bambini.
Élite economiche e sociali
Si stima che nel 1881 ci fossero circa 200.000 proprietari terrieri indipendenti, affittuari e imprenditori, e circa 100.000 professionisti come medici e avvocati. Questi gruppi, spesso sovrapposti, costituivano l'élite che dominava la società italiana. Anche se nel Nord c'erano significativi uomini d'affari, mancava una classe media imprenditoriale. I latifondisti che dominavano la società meridionale, trovarono spesso una comunanza di interessi con l’élite settentrionale. La classe dirigente non era interessata tanto alla crescita economica quanto al mantenimento del proprio potere. Gli aristocratici erano numerosi: si stimava che esistessero 7.397 famiglie nobiliari, spesso proprietari terrieri con notevole influenza economica e politica, sia nelle campagne, sia attraverso investimenti immobiliari urbani.
Condizioni igieniche
La scarsa nutrizione e le pessime condizioni di vita causavano problemi di salute diffusi, tant’è che l’esercito rifiutava una elevata percentuale di coscritti per motivi di salute. Le condizioni igieniche nelle abitazioni rurali erano estremamente rudimentali. L'acqua potabile era rara e spesso inquinata, i servizi igienici scarsi, e i rifiuti venivano gettati vicino alle case. Le strade non venivano pulite. Nel sud, i cimiteri erano spesso inesistenti o superficiali, con conseguenze sanitarie gravi. Nel 1885 quasi un terzo dei comuni italiani non aveva un medico e quasi la metà non aveva un farmacista. Le epidemie erano comuni: il colera uccise oltre 50.000 persone tra il 1884 e il 1886, di cui 7.000 nella città di Napoli. Tifo, scarlattina, vaiolo, difterite e tubercolosi erano endemiche. La malaria era diffusa e devastante: uccideva circa 15,000 persone all’anno.
Istruzione La maggior parte degli italiani parlava solo il proprio dialetto. Nel 1871, solo il 2,5% della popolazione parlava italiano. Il tasso di analfabetismo era del 68,8%, con variazioni regionali significative: in Calabria era dell'87%, in Piemonte del 42,3%. Le scuole elementari erano poche (il 40% in Piemonte e Lombardia), gestite da comuni, mal organizzate e finanziate, soprattutto al Sud. Nel 1877, l'istruzione primaria fu resa obbligatoria per due anni, ma molti bambini non frequentavano. Riforme successive crearono gradualmente il sistema scolastico statale: gli obiettivi erano creare una identità nazionale e limitare l'influenza della Chiesa, fino ad allora dominante.
La scuola secondaria consisteva in licei e scuole tecniche che formavano ingegneri e contabili. La Chiesa gestiva anche un’importante rete di scuole secondarie private. Meno del 10% dei bambini frequentava le scuole secondarie. Le università erano numerose, ma formavano un piccolissimo numero di laureati, pur assorbendo gran parte del bilancio pubblico per l’istruzione. Ma dagli anni 1880 i laureati cominciarono a crescere rapidamente.
La stampa consisteva di numerosissimi giornali locali a bassa tiratura, spesso finanziati dal governo o direttamente da uomini politici. I maggiori erano La Riforma, Il Secolo, La Perseveranza, e L‘Opinione.
Tempo libero
Nelle aree rurali, le principali forme di svago erano le festività religiose e le processioni, mentre le osterie offrivano un'alternativa non religiosa, sebbene il vino fosse costoso. Nelle città, oltre alle osterie, si giocava a pallone e bocce, e si visitavano bordelli e sale da ballo. Le strade offrivano spettacoli gratuiti di cantastorie e musicisti ambulanti. Festival locali e fiere, così come il circo, erano eventi popolari. Tuttavia, il vero fenomeno era la lotteria di Stato, che rappresentava per molti l'unica possibilità di migliorare la propria situazione economica. Tra la classe media e alta urbana, il teatro e l'opera erano attività popolari, mentre i caffè erano centri di socializzazione e discussione politica. Questi luoghi contribuivano a formare l'opinione pubblica e a consolidare i valori della classe dirigente.
Partecipazione politica e tensioni sociali Il Risorgimento che aveva portato all’unificazione era stato animato dalle élite liberali opposte alla dominazione straniera e al potere assolutista dei regnanti sulle regioni italiane. La maggior parte della popolazione italiana non vi era stata coinvolta. In alcune regioni le masse popolari sostenevano ancora le dinastie assolutiste, oppure, pur opponendosi ad esse, non necessariamente sostenevano il nuovo potere centrale.
All’unificazione, solo l’1,9% della popolazione poteva votare (circa 500,000 persone): il diritto al voto era riservato agli uomini che avessero più di 25 anni, appartenessero a determinate categorie professionali o pagassero almeno 40 lire di tasse. Sebbene gli aventi diritto erano così pochi, solo il 57,2% votò nel 1861. Molti cattolici boicottarono le prime elezioni unitarie per protesta alla usurpazione, da loro percepita, dello Stato della Chiesa. La camera era dominata dai sostenitori del governo e i senatori erano nominati dal Re.