Il sito archeologico di Cerveteri comprende il pianoro tufaceo che ospitò la città etrusca di Caere, le necropoli che lo circondano e una serie di aree sacre e insediative distribuite nel territorio circostante. Insieme alle necropoli di Tarquinia è iscritto dal 2004 nella lista del patrimonio mondiale dell'UNESCO. La città moderna ricopre soltanto una decima parte circa della superficie dell'abitato antico, circostanza che ha reso possibili, soprattutto dagli anni ottanta del Novecento, indagini estese sull'area urbana; le necropoli, note dal primo Ottocento, restano tuttavia la parte del complesso più ampiamente esplorata e più visitata.
Il pianoro
L'abitato antico occupava un pianoro di tufo alto circa 80 metri sul livello del mare e distante sei chilometri dalla costa, delimitato dai fossi del Manganello a nord e della Mola, detto anche Vaccina, a sud, e collegato ai rilievi circostanti da una stretta lingua di terra a nord-est. La superficie è valutata fra i 150 e i 160 ettari e il perimetro misura circa sei chilometri.
La verticalità delle pareti che cingono il pianoro non dipende soltanto dall'erosione naturale. In più punti si riconosce un intervento intenzionale volto a creare un fossato difensivo artificiale, mentre altrove i crolli sono da attribuire all'attività di cava, che spiega anche il danneggiamento di alcuni pozzi presso i margini. Nell'angolo sud-ovest, dove sorge il centro storico moderno, si eleva un'arx artificiale individuata già nell'Ottocento; la sua collocazione fu stabilita da Francesco Rosati nel 1890, correggendo la proposta di Luigi Canina, che la poneva nell'angolo sud-est. L'acropoli era munita di mura proprie, progressivamente smantellate per costruire le fortezze erette sul sito dalle famiglie che governarono Cerveteri dal medioevo in poi, i Venturini, i Cybo e gli Orsini.
Le mura
La cronologia del sistema difensivo è discussa. Indagini condotte dal Consiglio Nazionale delle Ricerche sul lato occidentale del pianoro, il meglio conservato, fra la Porta di Via degli Inferi e la Porta della Bufolareccia, hanno chiarito la tecnica costruttiva della cinta: un aggere interno delimitato da una doppia cortina di blocchi rettangolari di tufo disposti di testa verso l'esterno. Lo studio dei materiali data la costruzione, o la ricostruzione, di questo tratto al principio del V secolo a.C., anticipando la cronologia comunemente accolta, che collocava le mura fra il V e il IV secolo. Mario Torelli colloca invece la prima fase documentata delle mura, estese per sei chilometri, all'inizio del VI secolo a.C. Bellelli osserva che il dato del CNR non esclude fasi precedenti e ritiene ragionevole, per analogia con Veio e Tarquinia, che Caere fosse difesa da mura già in età orientalizzante, e che le porte monumentalizzate in età tardoarcaica esistessero da tempo come semplici aperture ricavate nel tufo.
Le porte
Il perimetro era servito da una dozzina di accessi disposti a intervalli regolari. Nella ricognizione più recente sono censite le porte Coperta, di Valle Zuccara, di Sant'Antonio, di Sant'Angelo Vecchio, del Sorbo, del Manganello, di Via degli Inferi, della Bufolareccia, di Via del Lavatore, della Vignaccia e due aperture rispettivamente a sud-ovest e a nord-est. Le più monumentali sono quelle del lato nord-occidentale, la Porta Coperta e la Porta di Via degli Inferi, coeve al tratto di mura indagato dal CNR, e la Porta di Sant'Antonio sul lato orientale. La posizione esatta della Porta del Manganello resta irrisolta, poiché nessuna traccia del sistema difensivo è emersa in quel settore.
Diverse aree sacre sorgono in prossimità delle porte, secondo un modello di zonizzazione riconosciuto da Giovanni Nardi e verificato a Valle Zuccara, Sant'Antonio, Manganello, Bufolareccia e Vignaccia; sorgenti e accessi alla città risultano regolarmente marcati da attività religiosa.
L'impianto urbano
Sull'esistenza di un impianto regolare convergono, per vie indipendenti, due ordini di argomenti. Bellelli lo deduce in via indiretta dalla pianificazione degli assi stradali della necropoli della Banditaccia e dalla distribuzione dei santuari urbani, ipotizzando lotti rettangolari serviti da una rete ortogonale che si dipartiva da un asse principale nord-sud. Una prospezione magnetica condotta nel 2010 fra l'ipogeo di Clepsina e il santuario del Manganello ha rilevato anomalie lineari regolari, parallele od ortogonali fra loro e orientate come l'ipogeo e gli edifici di Vigna Parrocchiale: sulla base di questo dato Fabio Colivicchi ha proposto che le linee generali del piano urbano risalgano già al VII secolo a.C., presentando però il rilievo come preliminare e non verificato con lo scavo.
L'abitato e le aree di scavo
Le informazioni sull'abitato restano frammentarie, poiché le costruzioni moderne si sovrappongono in parte a quelle antiche e gli interventi archeologici non sono sempre possibili. Bellelli individua due momenti di svolta urbanistica, nel terzo quarto del VI secolo e al principio del V; il secondo, conseguenza di una trasformazione socioeconomica della comunità, è il momento in cui si rafforzano le mura e si rinnovano i santuari.
Vigna Parrocchiale
L'unico settore urbano che abbia restituito evidenze consistenti di abitazioni e botteghe è quello di Vigna Parrocchiale, indagato dal CNR fra il 1983 e il 1989 sotto la direzione di Mauro Cristofani. Vi è stato messo in luce un ampio quartiere arcaico, soppiantato al principio del V secolo da un tempio tuscanico. L'analisi dei resti architettonici indica che la funzione prevalente dell'area prima della costruzione del tempio era artigianale, con ambienti pavimentati e un elaborato sistema di approvvigionamento idrico. Torelli interpreta invece l'edificio arcaico come un palazzo, o regia, analogo alle dimore signorili decorate con terrecotte figurate note in altri centri etruschi.
Il tempio, eretto verso il 490-480 a.C., è di tipo tuscanico tripartito, largo circa 24,5 metri e di lunghezza indeterminata, con fondazioni di tufo conservate fino a nove filari; è dotato di un ipogeo destinato a usi rituali e restò in uso per diversi secoli. Cristofani ne attribuiva la titolarità a Tinia, anche per l'orientamento insolito verso nord-ovest, regione del cielo che nella concezione etrusca del cosmo poteva competere alla divinità nel suo aspetto ctonio. Sotto quello che sarebbe divenuto il centro del tempio si apriva una piccola camera sotterranea di 1,25 per 2 metri, accessibile da una scala scavata nel tufo e colmata di detriti al momento della ristrutturazione dell'area; vi si rinvennero un'iscrizione alla dea Vei e ceramica con segni di possibile valore rituale.
A sud-est del tempio sorge il cosiddetto edificio ellittico, struttura a cielo aperto coeva, con assi di circa 32 per 22 metri e gradoni di tufo che potevano sostenere sedute. Cristofani e Giovanni Colonna vi hanno riconosciuto la sala del consiglio civico della città, paragonabile a un ekklesiasterion greco e destinata sia alle assemblee sia a giochi e cerimonie religiose. Le buche di palo e le fosse individuate sul banco roccioso sotto la struttura hanno ricevuto letture divergenti: Cristofani vi riconobbe i resti di una necropoli villanoviana a pozzetto, lettura seguita da Torelli, che interpreta l'edificio come recinto sacro attorno a un sepolcreto dismesso; Orlando Cerasuolo e Ilaria Galluccio vi hanno visto i resti di una capanna monumentale dell'età del ferro, dimora del gruppo dominante; Bellelli giudica quest'ultima proposta una sovrainterpretazione del dato archeologico e ritiene che le buche siano almeno in parte le tracce di un cantiere temporaneo allestito durante la costruzione del tempio.
Il cosiddetto tempio di Hera Poco a nord del complesso di Vigna Parrocchiale Raniero Mengarelli indagò fra il 1912 e il 1913 un settore che chiamò tempio di Hera, benché non vi sia riconoscibile alcun edificio templare: si tratta di muri, canali di scolo, pozzi, cisterne e una fornace, cioè di un'area produttiva orientata come il tempio vicino. Da qui provengono diciannove iscrizioni dipinte o incise su vasi di fine IV e inizio III secolo, fra cui un piattello del gruppo Genucilia, sulle quali ricorre la sequenza greca HPA. L'interpretazione è controversa: Cristofani la lesse come abbreviazione di Herakles, osservando che nessun esemplare presenta desinenza di dativo o genitivo, come ci si attenderebbe da una dedica greca, e riferendola a un culto legato all'acqua; Maria Donatella Gentili ha obiettato che le lettere sarebbero state scritte da Etruschi e apparterrebbero a un linguaggio liturgico che ammette simili deviazioni, ricordando che a Uni, corrispettivo etrusco di Hera, era dedicato il culto maggiore di Pyrgi; Colonna ha segnalato un'iscrizione dell'area che menziona Chia, epiteto noto di Uni.
Vigna Marini-Vitalini e l'ipogeo di Clepsina Nell'area di Vigna Marini-Vitalini, in posizione centrale sul pianoro, scavi condotti nel 1869-1870 da A. Jacobini e A. Lauri restituirono un enorme deposito di sculture fittili arcaiche, rinvenute in una grande cavità quadrangolare forse originariamente una cisterna. La raccolta fu dispersa in sette musei fra Europa e America. Vi appartengono l'acroterio policromo di Berlino con una divinità femminile che porta via un giovane, e le serie dette dei guerrieri e delle amazzoni con cavalieri, in gran parte a Copenaghen: fra queste un guerriero in cammino alto 58 centimetri, un quarto del vero, con il dorso lavorato a stelo piatto e un perno metallico che ne assicurava la posizione verticale. Patricia Lulof ritiene che decorassero il columen e i mutuli di un frontone databile verso il 510 a.C.
Nella stessa area si apre l'ipogeo di Clepsina, ambiente sotterraneo presentato per la prima volta nel 1987 da Cristofani e Gian Luca Gregori. Si tratta di una camera rettangolare di 4,80 per 3,80 metri, con gli angoli orientati secondo le prescrizioni della disciplina augurale e un lungo dromos est-ovest; presso l'angolo nord-orientale si apre una nicchia affrescata con due palme. Le campagne successive hanno mostrato che le due aperture ritenute porte sono in realtà finestre affacciate su una corte quadrata profonda, servita da una scala che consente la vista diretta della nicchia.
Sulla parete occidentale è graffita l'iscrizione che ricorda Gaio Genucio Clepsina, console nel 276 e nel 270 a.C.; l'abbreviazione prai- è stata sciolta come praitor da Cristofani e come praifectos da Torelli. Sull'identificazione della struttura le opinioni divergono: Cristofani vi riconobbe un ninfeo sotterraneo destinato a riti nuziali, Torelli un templum sub terra consacrato ai Lari pubblici della città rifondata, lettura sostenuta dalle iscrizioni tracciate a nerofumo che documentano la celebrazione dei Rosalia fino all'età severiana. Sotto e attorno all'ambiente è stata individuata una sequenza di fasi edilizie, la più antica delle quali ha restituito piani battuti, buche di palo e ceramica fine del primo quarto del VII secolo a.C.
Sant'Antonio Sul lato sud-orientale del pianoro, presso la porta che conduceva alla valle della Mola, gli scavi avviati da Cristofani nel 1993 e proseguiti da Adriano Maggiani e Maria Antonietta Rizzo hanno messo in luce quello che è considerato il maggiore dei santuari urbani di Caere, confrontabile per complessità e monumentalità con il santuario portuale di Pyrgi. Due templi paralleli orientati a sud-ovest sono separati da un'area aperta occupata da un altare. Il tempio A, nella fase tardoarcaica, aveva tripla cella e podio di 24 per 16,5 metri e fu ristrutturato fra la fine del IV e l'inizio del III secolo con un colonnato tetrastilo su basi tuscaniche e capitelli figurati con teste di Hercle e di Acheloo; il tempio B, peggio conservato, misurava 20 per 25 metri. Completano il complesso una vasca-fontana davanti al tempio A, due cisterne, un pozzo votivo e imponenti opere di terrazzamento.