Talamone (in greco , in latino Telamon) fu un centro etrusco della costa tirrenica, sorto sul poggio di Talamonaccio, presso l'odierna Fonteblanda, nel territorio del comune di Orbetello. L'abitato antico non coincide con il borgo moderno di Talamone, che sorge sul promontorio all'estremità opposta della baia e che ne ereditò il nome e la funzione portuale solo in età medievale..

Il sito fu frequentato almeno dal Bronzo medio. Agli inizi del VI secolo a.C. un insediamento a vocazione portuale e artigianale fu fondato sulle rive della laguna, in località Barabino di Fonteblanda, e viene identificato con il portus Telamonis delle fonti; dopo la crisi dell'insediamento etrusco della valle dell'Albegna, nella seconda metà del V secolo a.C., l'area rimase spopolata per quasi un secolo. La città vera e propria fu fondata nei decenni centrali del IV secolo a.C. sull'acropoli del Talamonaccio e fu distrutta intorno all'82 a.C. nel quadro della repressione sillana. Grazie agli scavi ottocenteschi il suo abitato è uno dei meglio conosciuti dell'Etruria di età ellenistica..

Il nome e le fonti antiche

Le fonti letterarie greche e latine conoscono il sito come promontorio, come approdo e come città. Tolomeo menziona un , mentre Plinio il Vecchio registra il portus Telamo fra la foce dell'Ombrone e Cosa, e l'Itinerarium maritimum la forma portu Talamonis; il centro compare anche in Pomponio Mela, nella Tabula Peutingeriana e nell'Anonimo Ravennate. Stefano di Bisanzio lo registra come , con etnico ..

La tradizione sull'origine del nome è conservata da Timeo di Tauromenio attraverso Diodoro Siculo: gli Argonauti, partiti dall'Elba, approdarono in un luogo distante ottocento stadi da Roma che chiamarono limen Telamona. Giovanni Colonna ha osservato che il nome, greco o grecizzato, avvicina il sito agli altri approdi del Tirreno che portano denominazioni greche, da Pyrgi a Regae fino alle isole dell'arcipelago toscano, e ha avanzato l'ipotesi di un ruolo di Egina, poiché Telamone, oltre a partecipare alla spedizione degli Argonauti, era la figura eroica di riferimento dell'isola..

Il patrimonio epigrafico etrusco del sito, per quanto consistente, è interamente costituito da instrumentum: si tratta di graffiti su vasi e di iscrizioni incise su pesi da telaio, ed è raccolto nel Corpus Inscriptionum Etruscarum; il toponimo in lingua etrusca non vi è attestato.Il corpus è raccolto in CIE, III, 3, nn. 11458-11537, edito sotto il lemma Telamo.

Anche la toponomastica medievale è stata oggetto di discussione. Gian Francesco Gamurrini fondava l'identificazione dell'abitato antico sul Talamonaccio anche sulla tradizione locale che designava il colle come Talamone vecchio.. Otto Wilhelm von Vacano ha invece sostenuto, sulla base dei documenti d'archivio senesi, che nel medioevo il colle si chiamava la Marta, o il Castellare della Marta, e che l'espressione Telamon vecchio designava piuttosto l'area delle rovine romane sul lato opposto della baia; la denominazione Talamonaccio comparirebbe solo alla fine del Settecento..

Storia delle ricerche Fino all'Ottocento la conoscenza della città etrusca fu affidata alle sole fonti letterarie e a una dubbia evidenza numismatica. L'opera uscita nel 1824 sotto il nome di Ferdinando Carchidio, in realtà dell'abate De Poveda, tentava di dare un profilo al centro che aveva preceduto la Talamone moderna poteva contare soltanto su testimonianze letterarie antiche e moderne e su presunte attribuzioni di monete.. L'inconsistenza delle testimonianze archeologiche rendeva anzi legittimi i dubbi di Alessandro François, che nel 1851 proponeva di identificare Talamone con il centro emerso a Doganella, nell'entroterra..

Le cose cambiarono quando, nella seconda metà degli anni Settanta dell'Ottocento, i Vivarelli intrapresero lavori sulle falde del colle, che portarono alla scoperta e allo scavo integrale della necropoli di un'opulenta aristocrazia della prima età ellenistica. Gran parte dei materiali fu acquisita al museo fiorentino, una parte cospicua prese invece la via del commercio antiquario internazionale, e una quota minore quella del museo di Fiesole.

Pochi anni più tardi gli sbancamenti aperti sulla cima del colle per costruirvi un forte costiero diedero conferma di dove sorgesse l'abitato e ne misero in luce case e santuario. Gamurrini, che per l'Etruria e l'Umbria ricopriva l'incarico di commissario ai monumenti, arrivato sul posto il 2 settembre 1888, pubblicò nello stesso anno una relazione che descrive le mura, le case, i materiali e le monete, e che stabilisce l'identificazione del sito.. Nel 1892 le indagini assunsero un carattere regolare e videro, sotto la direzione di Giuseppe Sordini, lo scavo integrale del tempio, saggi nell'abitato e nelle mura e l'esplorazione di un settore più tardo della necropoli; il carteggio e il taccuino di Sordini furono ritrovati e pubblicati solo nel 1987, riaprendo la discussione sul santuario..

L'indagine riprese fra il 1961 e il 1969 con le campagne di Otto Wilhelm von Vacano, dedicate soprattutto al tempio e alla ricomposizione del frontone, che trovarono coronamento nella mostra fiorentina del 1982 e nell'edizione scientifica del rilievo curata da Bettina von Freytag Löringhoff.. Nel corso degli anni Ottanta e Novanta Giulio Ciampoltrini spostò l'indagine sul territorio e riconobbe in località Barabino di Fonteblanda l'insediamento del Bronzo finale ed etrusco: le campagne di scavo condotte fra il 1991 e il 1997 ne indagarono un settore significativo..

Topografia

Il poggio di Talamonaccio domina un ampio tratto di costa: la foce dell'Osa a sud e la laguna litoranea a nord, che ancora nell'Ottocento si addentrava fin verso Collecchio, garantivano al tempo stesso ricoveri sicuri per le imbarcazioni e vie agevoli verso l'interno.; . Il rilievo della Puntata si colloca fra il colle e la sponda lagunare e ospitò a più riprese il polo portuale dell'insediamento.. Alle pendici sud-orientali del colle correva in età romana la via Aurelia, che superava l'Osa su un ponte..

Dalla preistoria alla prima età del ferro I materiali sporadici recuperati sull'acropoli consentono di collocare almeno nel Bronzo medio il primo insediamento organico sul promontorio. Nelle ultime fasi del Bronzo finale, entro l'XI e il X secolo a.C., prende forma l'accoppiata fra un abitato d'altura e uno scalo che segnerà per secoli il popolamento fra il Talamonaccio e le sponde della laguna: all'abitato dell'acropoli si affianca un nucleo consistente disteso sul versante orientale della Puntata fino alla riva lagunare, che per funzione portuale corrisponde al coevo abitato di Punta degli Stretti, posto a guardia del punto in cui la laguna di Orbetello comunica con il mare..

Quando il popolamento sparso entra in crisi, fra Bronzo finale terminale e prima età del ferro, il nucleo della Puntata si spegne, e per il colle manca ogni traccia di occupazione fino alle ultime fasi dell'età del ferro, quando l'acropoli torna a contare, forse solo per breve tempo, nei rinnovati tentativi di presidiare il territorio in modo capillare. Alla prima età del ferro Gamurrini riferiva anche il materiale proveniente da sepolture sconvolte da una costruzione romana presso la via Aurelia: cinturoni, armille, una fibula a sanguisuga, fusaiole e morsi di cavallo..

L'insediamento arcaico di Fonteblanda

Agli albori del VI secolo a.C. la laguna diventa lo scalo della rete di abitati che va prendendo forma fra la valle dell'Albegna e Roselle, ed è insieme lo sbocco a mare degli itinerari interni che risalgono fino all'Ombrone e per quella via arrivano a Chiusi. L'abitato che sorge allora sulla sponda lagunare, a pochi passi dal sito già frequentato nel Bronzo finale, segue un reticolo di plateiai e stenopoi e ha carattere insieme portuale e artigianale, come mostrano i materiali restituiti; la sua posizione lungo le vie per cui circolava il metallo elbano potrebbe aver dato origine al racconto dell'approdo argonautico che leggiamo in Timeo.

Gli scavi aperti nel 1991 e proseguiti fino al 1997, preceduti dalle ricognizioni avviate nel 1987, hanno restituito un impianto ortogonale rigoroso, con una plateia e le vie minori che vi si innestano, e lotti edificati tutti della stessa misura; i materiali dei livelli di fondazione si datano agli anni intorno al 570 a.C.. I traffici dell'abitato sono dominati da due beni: il ferro dell'Elba, che circolava allo stato di semilavorato sotto forma delle grandi spugne di cui parla Diodoro Siculo, e il vino, documentato dalla massa di anfore etrusche dei tipi Py 3 A e B, pressoché esclusive per tutta la vita dell'insediamento.. Intorno al 530 a.C., negli ultimi momenti di vita dell'abitato, segnalati anche dal seppellimento rituale di un pozzo, compaiono anfore puniche e greco-orientali accanto alle prime redazioni etrusche del tipo Py 5..

Nei decenni finali del VI secolo a.C. la riorganizzazione degli insediamenti della valle è segnata dall'ascesa di Doganella, città che Vulci avrebbe verosimilmente fondato per rafforzare il proprio dominio sulla parte bassa della valle; il terminale marittimo di quel sistema di itinerari resta la laguna di Talamone.. L'abitato si sposta allora di poco e viene riedificato ai piedi del colle di Bengodi, sulle falde della Puntata e quindi sopra l'area già occupata nel Bronzo finale, con ogni probabilità perché il livello della laguna era salito leggermente; la vocazione commerciale non muta, e a confermarla è un tempio, del quale fra il 1930 e la fine del Novecento sono affiorate a più riprese terrecotte architettoniche di tipo tardoarcaico.; . La nuova fase, datata dalla ceramica attica fra la fine del VI e il V secolo a.C., vede il ferro dell'Elba distribuito non più come semilavorato ma come minerale grezzo, insieme al bronzo in forma di aes rude; fra le anfore prevalgono i tipi etruschi Py 4 e 5, che trovano riscontro nelle produzioni delle fornaci di Doganella, mentre sono presenti esemplari punici, greco-orientali e greco-occidentali. È su questa base che l'approdo fra il mare e la laguna viene identificato con il portus Telamonis delle fonti, terminale marittimo della valle dell'Albegna oltre che punto di riferimento sulle rotte tirreniche.. Allo stesso abitato vanno con ogni probabilità riferiti sia il sepolcreto che Gamurrini segnalava nell'area di Fonteblanda, sia il luogo di culto che ha restituito un noto bronzetto raffigurante un offerente.

La crisi dell'insediamento etrusco della valle dell'Albegna, negli anni centrali del V secolo a.C., coinvolge anche l'area perilagunare: per quasi un secolo l'evidenza archeologica tace.

La città ellenistica

Nella seconda metà del IV secolo a.C. si afferma nella valle dell'Albegna e sulle sue coste una struttura di controllo del territorio fondata su abitati in posizione protetta o dominante, forse per iniziativa vulcente; essa si impernia anche sull'acropoli di Talamone, ancora una volta in sistema con una propaggine portuale, collocata questa volta non sulla sponda ma sulla sommità della Puntata, dove sorge lepineion ellenistico..

Secondo Ciampoltrini la riorganizzazione del territorio va intesa più come un disegno della classe dirigente di Vulci che come il consolidamento di forze locali, e punta a presidiare l'itinerario che segue il corso dell'Albegna, dove sorgono Ghiaccio Forte e Saturnia, e gli scali delle due lagune, di Talamone e di Orbetello, attraverso i quali Vulci, la sua valle e il territorio di Volsinii potevano affacciarsi sul mare.. Lo schema che ne risulta, un abitato d'altura fortificato accoppiato a uno scalo, è lo stesso riconosciuto nella coppia formata da Orbetello e da Punta degli Stretti..

L'abitato e le mura