Il Casato dei Visconti è una delle più antiche e illustri famiglie nobili italiane, attestata sin dalla fine del X secolo nel territorio dell'Italia settentrionale, dove venne infeudato l'omonimo Ducato Visconteo con capitale Milano.
I Visconti furono Signori di Milano dal 1277 al 1395, anno in cui il sovrano del Sacro Romano Impero Venceslao di Lussemburgo conferì a Gian Galeazzo Visconti il titolo di Duca di Milano, nonché vicario imperiale.
Il ramo principale dei Visconti dominò la scena politica dell'Italia settentrionale fino al 1447, alla morte senza eredi legittimi di Filippo Maria Visconti; ad essi subentrarono gli Sforza, per il matrimonio di Francesco Sforza con Bianca Maria Visconti, figlia legittimata dell'ultimo Duca.
Storia Origini
I Visconti erano i signori di Massino, luogo strategico sulle alture occidentali del lago Maggiore e del fiume Ticino, in cui risultano presenti dal XII secolo come vassalli arcivescovili. Il cognome della famiglia deriva dal latino vice comitis, che significa "nelle veci dei conti", cioè "viceconti", dal latino vice (abl.) 'al posto (di)' e comes, comitis 'conte' (originariamente 'compagno, associato'), espressione che indicava un vassallo e compagno di armi del re o dell'imperatore, nella fattispecie dell'imperatore del Sacro Romano Impero.
Sono spesso ricorrenti nei documenti storici due capostipiti della famiglia: Eriprando I Visconti e Valderico Visconti (dell'863).
In termini storici si ritiene che si trattasse di una delle famiglie di capitanei che l'arcivescovo Landolfo investì dei feudi detti caput plebis. La documentazione relativa risale al 1157 e da essa risulta come i Visconti fossero titolari del capitanato di Marliano (l'odierna Mariano Comense). In epoca coeva, comunque prima del 1070, ottennero l'ufficio pubblico di visconte, che poi diventò ereditario in tutta la discendenza maschile. Alla funzione di visconti, o vicari del conte, si collega l'adozione dell'insegna recante un drago che ingoia un fanciullo, tuttora nello stemma del Comune di Milano.
Ben presto la famiglia si suddivise in diversi rami, alcuni dei quali investiti di feudi lontani da Milano, mentre il ramo che diede alla città la dinastia signorile e poi ducale viene fatto discendere da Uberto, deceduto nella prima metà del XIII secolo.
Suo figlio Ottone fu investito da Papa Urbano IV dell'arcivescovato di Milano il 22 luglio 1262 e, appoggiato dai suoi capitanei e valvassori, sostenne una lunga lotta contro la fazione popolare capeggiata dai Della Torre, contro i quali prevalse a Desio nel 1277. Egli fece eleggere capitano del popolo, nel 1287, il pronipote Matteo I, a cui l'imperatore eletto Rodolfo I concesse il vicariato imperiale nel 1288. La resistenza dell'opposta parte condusse all'esilio visconteo nel 1302; tuttavia nel 1310, grazie al supporto del nuovo imperatore Enrico VII, i Visconti rientrarono in Milano.
La reazione guelfa e pontificia non si fece attendere, conducendo Matteo I ad abdicare a favore del figlio Galeazzo I, che la fronteggiò valorosamente finché fu preso prigioniero da Ludovico il Bavaro (1327). Dei fratelli di Galeazzo I, Marco fu condottiero, mentre Luchino e Giovanni assursero alla signoria dopo la morte di Azzone, figlio di Galeazzo I, che l'aveva riavuta nel 1329. Luchino Novello, figlio di Luchino, venne fatto escludere dalla signoria da Giovanni. La dinastia fu continuata dalla progenie di Stefano, figlio di Matteo, i cui tre figli Matteo II, Galeazzo II e Bernabò, le diedero lustro e potenza.
A Galeazzo II succedette nel 1378 il figlio Gian Galeazzo, che nel 1385 fece prigioniero lo zio Bernabò, di cui aveva sposato in seconde nozze la figlia Caterina, e nel 1395 fu nominato Duca di Milano dall'imperatore Venceslao. Mentre sua figlia Valentina, unica figlia della prima moglie Isabella di Francia, andava in sposa al principe francese Luigi d'Orleans, gli succedevano i figli di seconde nozze, prima Giovanni Maria e poi Filippo Maria.
Dopo la nomina di Gian Galeazzo Visconti a duca di Milano, i Visconti affidarono ai letterati di corte la redazione della leggenda relativa alla genealogia familiare, che faceva risalire le origini ad ascendenze troiane individuando come capostipite Anglo, figlio di Enea, a cui venne attribuita la fondazione di AngeraNel manoscritto Elogio funebre di Gian Galeazzo Visconti si trova una miniatura di Michelino da Besozzo che ben illustra la leggenda dell'ascendenza della famiglia Visconti..
Tavola genealogica delle origini Si veda .
Milano, capoluogo della Lombardia
Le fortune dei Visconti iniziarono nel 1262, quando Ottone Visconti fu nominato arcivescovo di Milano. La nomina fu piuttosto casuale: Ottone venne infatti nominato da un intervento della curia papale, che per sedare i conflitti interni al capitolo metropolitano, normalmente incaricato della nomina, decise di nominare un esterno. Ottone, che all'epoca era il cappellano del cardinale Ottaviano degli Ubaldini, per oltre 15 anni non poté entrare in città dove era in corso una lotta di potere fra ghibellini e i guelfi guidati dai Della Torre. La battaglia di Desio (1277), in cui le truppe di Ottone sconfissero quelle di Napoleone della Torre, pose fine alla dominazione torriana e all'indipendenza del comune di Milano; Ottone fece ingresso in città e si insediò.
Nel 1287, in seguito alla distruzione di CastelseprioBattaglia in seguito alla quale Ottone pronunciò il proclama: Castrum Seprum destruatur, et destructum perpetuo teneatur et nullus audeat vel praesumat in ipso Monte habitare («Castel Seprio sia smantellato e perpetuamente tenuto tale, né alcuno osi o presuma di potervi ancora abitare») che fu rispettato fino al 1786. e alla sconfitta dei Della Torre, Matteo Visconti venne nominato "Capitano del popolo". Nel 1302 vi fu un breve ritorno del Della Torre durante il quale Matteo Visconti fu esiliato. Nel 1310, approfittando della riconciliazione imposta dalla discesa dell'imperatore Enrico VII di Lussemburgo, rientrò a Milano e l'anno successivo, forte del titolo di vicario imperiale conferitogli dall'imperatore, riuscì a estromettere definitivamente i Della Torre dando inizio ad un'opera di unificazione della Lombardia proseguita poi dai suoi successori.
L'opera di unificazione fu completata da Azzone Visconti, figlio di Galeazzo e nipote di Matteo, che si adoperò per gettare le basi di una struttura che coordinasse politicamente i suoi domini e che accentrasse il potere nelle mani della dinastia.
Nell'anno 1327, con la morte del padre, rimase lui come unico erede ed in opposizione al pontefice, comprò il titolo di vicario di Milano dall'Imperatore Ludovico IV. Nel 1332 al governo del nuovo vicario, si associarono gli zii Luchino e Giovanni Visconti, figli di Matteo, in una sorta di triumvirato. L'altro zio Lodrisio, rimastone fuori, inscenò invano una serie di congiure per spodestare i tre; quando tutti suoi complici furono arrestati da Azzone (23 novembre 1332), e rinchiusi nelle prigioni di Monza (dette i forni), fu costretto a fuggire a Verona, dove ospite di Mastino II della Scala, tesse una serie di alleanze, tra i quali rientravano gli scaligeri stessi ed il Signore di Novara Calcino Tornielli, nemico dell'Arcivescovo Giovanni. Si venne allo scontro decisivo il 21 febbraio 1339 nella Battaglia di Parabiago, vinta dai triumviri.
Dall'iniziale congregazione di città sottoposte al dominio di un unico signore, Giovanni e Luchino, ma soprattutto Gian Galeazzo e Bernabò, tramite un'intensa attività di consolidamento della loro supremazia attuata con il ridimensionamento delle autonomie locali e l'attrazione nella loro orbita delle molteplici piccole signorie rurali crearono una sorta di struttura statuale.
Con Giovanni Visconti, alla metà del XIV secolo si ebbe la prima grande espansione dei possedimenti della famiglia con la vittoria sui Signori di Verona (gli Scaligeri) e con la sottomissione addirittura di Genova e Bologna.
Bernabò e Galeazzo II: due modelli diversi di governo e due corti distinte (Milano e Pavia) Alla morte dell’arcivescovo Giovanni (1354), il consiglio generale del Comune di Milano diede mandato a Boschino Mantegazza di conferire la signoria ai nipoti del presule, i quali accettarono, richiedendo però un lodo per ripartire fra i tre i beni ereditari dello zio e lo stesso dominio. A Bernabò andarono inizialmente due porte di Milano, unitamente alle città e alle terre orientali: Bergamo, Brescia, Cremona, Crema, Soncino, la Val Camonica, la Riviera del Garda, Rivolta e Caravaggio. A Galeazzo spettò la fascia di territorio più occidentale e più vicina ai domini sabaudi, con cui tanti legami egli aveva: Vercelli, Novara, Alba, Asti, Alessandria, Tortona, Bassignana, Vigevano e Como. Mentre a Matteo II spettarono: Lodi, Parma, Piacenza, Bobbio, Bologna, Pontremoli, Melegnano, Monza, Vaprio e Pandino (oltre ai contadi della Martesana e della Bazana). Dopo la morte di Matteo nel 1355 Bernabò ottenne Lodi, Parma e Pandino, mentre Galeazzo II ebbe Piacenza, Bobbio, Pontremoli e Monza e le porte di Milano Comacina, Vercellina, Giovia e Ticinese, nonché i territori del Seprio e della Bulgaria.
Bernabò, che nel 1371 riuscì a conquistare Reggio Emilia, amministrò la giustizia in deroga a statuti e consuetudini, talora in prima persona dal dominus, facendone uno strumento di costruzione del consenso. Inoltre resse il dominio appoggiandosi alla moglie e ai figli, cui affidò il governo di singole comunità e città, riducendo in tal modo al minimo la sua curia. Trattò molto spesso con durezza i guelfi, favorendo i ghibellini.
Galeazzo II, dopo la presa di Pavia, il 13 novembre del 1359, portò la sua residenza e la sua corte a Pavia. L’impressionante rinnovamento urbanistico cui fu sottoposta la città per ordine di Galeazzo II a partire dal 1360 appare un piano ben preordinato, intriso di grandeur regia e votato alla valorizzazione della memoria del ruolo di capitale del Regno longobardo prima e del Regno d'Italia poi, che Pavia ebbe fino all'XI secolo. Eredità a cui Galeazzo II, e in seguito anche il figlio Gian Galeazzo, voleva richiamarsi, utilizzando soprattutto le memorie della regalità altomedievale che Pavia conservava, al fine di legittimare il suo potere e ponendosi in diretta continuità con i re longobardi e altomedievali. Terminati il cantiere del castello, nel 1365, Galeazzo II, forse anche a causa di certi dissapori nei confronti del fratello Bernabò, lasciò Milano e si trasferì con tutta la sua corte a Pavia.
Da Pavia Galeazzo II, caratterizzato da pratiche di governo e ideali completamenti diversi dal fratello, governò la parte occidentale dei domini viscontei. Il signore, dotato di spiccata cultura (diversamente da Bernabò che non amò mai circondarsi da intellettuali), non solo ospitò presso la sua corte Francesco Petrarca, ma dotò il proprio castello di Pavia di una importante biblioteca (poi arricchita dai suoi successori) e fondò, nel 1360, l’università, la prima di tutto Stato visconteo. Sia lui sia la moglie Bianca di Savoia patrocinarono la creazione di importanti cantieri, come la chiesa del Carmine o il monastero di Santa Chiara la Reale e, sempre richiamandosi al sogno regio, dotò il suo castello di vasto parco (il parco Visconteo) che doveva rievocare il favoloso giardino del palazzo Reale altomedievale e volle essere sepolto nella Basilica di San Pietro in Ciel d’Oro, dove si trovava la tomba del re longobardo Liutprando.
Gian Galeazzo e il sogno regio visconteo