Il periodo Meiji o è un periodo storico del Giappone che comprende i 44 anni di regno dell'Imperatore Mutsuhito. Questo periodo va dal 23 ottobre 1868 al 30 luglio 1912.

Quando decadde l'ultimo shogunato di Tokugawa Yoshinobu incominciò l'era dell'imperatore Meiji (primo imperatore dotato di potere politico). Egli incominciò a modificare la struttura politica, sociale ed economica del Giappone, basandosi sul modello occidentale.

Fu preceduta dall'era Keiō e fu succeduta nel 1912, dopo la morte dell'Imperatore Mutsuhito, con l'ascesa al trono dell'Imperatore Taishō che diede inizio al periodo Taishō.

Il contesto Prima del periodo Meiji, il Giappone era vissuto per oltre due secoli e mezzo sotto lo shogunato dei Tokugawa, che si era costituito a seguito della battaglia di Sekigahara (1600) e che governò gran parte del territorio della zona centrale del Giappone, con capitale Edo (successivamente ribattezzata Tokyo). Il dominio dello shōgun si estendeva anche su Osaka centro principale della classe dei mercanti, e Kyoto, capitale imperiale, con residenza dell'imperatore scevro di poteri. Il territorio rimanente era governato dai signori feudali (daimyō), i quali esercitavano un alto livello di autonomia nei propri feudi (han).

I daimyō che si erano schierati sin dall'inizio con lo shogunato dei Tokugawa erano chiamati fudai daimyō ed erano in tutto 176, quelli che si sottomisero soltanto dopo la battaglia di Sekigahara erano chiamati tozama (tra i più importanti c'erano quelli di Satsuma, Chōshū, Tosa e Hizen) ed erano in tutto 86. Per rafforzare il loro potere sul paese, i Tokugawa idearono un congegno con due elementi risolutivi: il sistema istituzionale degli ostaggi, dove i daimyō erano costretti a lasciare le mogli e i figli a Edo, mentre essi dovevano frequentare la corte dello shōgun dirigendosi ad anni alterni nella capitale (sistema del sankin kōtai); e l'isolamento totale del Giappone dal mondo esterno.

Nel 1638 lo shōgunato attuò una politica di isolamento, che ridusse le attività commerciali straniere in Giappone, e impedì ai feudi ostili ai Tokugawa di armarsi in modo da non poter minacciare lo shōgunato ostacolando lo sviluppo della nascente borghesia. Con il sistema del sankin kōtai, lo shōgunato creò un meccanismo di controlli interni, che costringeva i daimyō all'obbedienza, e affermava il controllo dei Tokugawa sulle cariche politiche e la politica economica; inoltre il sankin kōtai obbligava l'aristocrazia a indebitarsi nei confronti della borghesia, spronando lo sviluppo di un'economia monetaria e rafforzando la borghesia come classe.

In Giappone lo shōgunato veniva chiamato anche Bakufu e quello Tokugawa fu istituito nel 1603 come sede di potere separata, nella quale l'imperatore e la sua corte erano privi di ogni potere effettivo. Lo shogunato si appoggiava su un efficiente sistema di controlli e di equilibri: l'unione tra le famiglie daimyō doveva essere prima confermata dal Bakufu; la costruzione di castelli o fossati poteva avvenire solo dopo il permesso dello shogunato, ed eventuali riparazioni potevano essere apportate con l'invio di relativi progetti a Edo; l'imperatore era tenuto sotto stretta sorveglianza, e la sua attività era limitata dai regolamenti del Bakufu; i daimyō erano obbligati a degli oneri finanziari per mantenere vuote le loro casse; il commercio estero e gli stranieri vennero esclusi dal Giappone, tranne per una stazione a Deshima (Nagasaki) nella quale vennero concessi agli Olandesi e ai Cinesi diritti commerciali limitati.

L'efficiente sistema del Bakufu venne destabilizzato dai Kuge, una classe feudale dell'aristocrazia della corte imperiale, che durante il dominio Tokugawa viveva nella miseria e nell'impotenza. Per ribellarsi al sistema, i Kuge (tra cui Iwakura, Sanjo, Tokudaiji) si allearono con elementi anti-Bakufu, in particolare con il clan Chōshū, organizzando il primo movimento politico contro lo shōgunato (Kōbu gattai).

L'indebolimento del Bakufu venne causato anche da frequenti calamità naturali, come terremoti, alluvioni e incendi, a cui seguirono anni di carestia che ridussero l'attività agricola e diedero luogo a rivolte contadine. L'incompetenza del Bakufu era palese, ma a incentivare maggiormente la sua decadenza furono le continue minacce di invasione dall'esterno, che esposero il territorio giapponese a una conquista straniera.

La struttura gerarchica Gli shōgun Tokugawa, per svolgere soddisfacentemente il loro sistema di controllo, formalizzarono maggiormente i rapporti di classe esistenti nel paese. In cima alla struttura si trovavano l'imperatore (sovrano) e lo shōgun (governante) - gli shōgun sostenevano di governare per delega dell'imperatore, ma in realtà approfittavano dell'autorità spirituale dell'imperatore, che, in quel periodo, era privo di ogni potere-; mentre a un livello inferiore erano collocati i grandi signori (daimyō). Il restante della popolazione era organizzata nella struttura 士農工商 shi-nō-kō-shō che comprendeva quattro grandi classi: i samurai (o uomini d'arme); gli agricoltori (o contadini); gli artigiani (o manifatturieri); i mercanti;

Al di sotto della struttura shi-nō-kō-shō vi era la gente considerata a un livello “subumano”Halliday, Storia del Giappone contemporaneo, p. 6 come gli Hanin (ovvero i “non- essere umani”) e gli “eclusi”, situati più in basso degli Hanin.

I samurai Oltre la categoria dei signori feudali (daimyō), l'aristocrazia comprendeva anche i samurai (o uomini d'arme) che erano sotto la sudditanza militare di un daimyō. I samurai per mantenersi ricevevano un compenso annuale in riso, donato dal signore in cambio del servigio ottenuto.

I signori feudali erano i possessori di grandi quantità terriere (particolarmente di risaie) dalle quali ricavavano un abbondante reddito e, inoltre, per amministrare il proprio han (feudo), il daimyō (signore feudale) agiva da una città fortificata dove abitava con i suoi samurai.

Il rapporto tra classe feudale e terra determinò una commercializzazione dell'economia, ma a questo potere economico i samurai non presero parte. In questa situazione, l'aristocrazia giapponese diventò un apparato burocratico, dove i samurai si posizionarono come classe dominante e come leader culturali della società, sfruttando il lavoro degli altri. Con i privilegi politici, giuridici ed economici ricevuti dallo shogunato dei Tokugawa, i samurai, dunque, si consideravano un gruppo sociale diverso dalle classi inferiori.

I contadini Più di tre quarti della popolazione giapponese era formata da contadini con un livello di vita molto basso e un potere politico inesistente. L'attività agricola rappresentava il fondamento economico dei daimiati e dello shogunato che utilizzava come prodotto agricolo fondamentale il riso, sottratto ai contadini sotto forma di rendita (affitto) o di imposte.

I contadini erano soggetti a varie tassazioni dalla politica agraria dei Tokugawa, in cui i politici avevano considerazione per l'agricoltura ma non per gli agricoltori. Per far fronte a queste imposizioni il contadino si rivolgeva all'usuraio offrendo la propria terra come garanzia, ma se non riusciva a soddisfare le condizioni poste dall'usuraio (contadino ricco di una vecchia famiglia che aveva accumulato molte terre), il contadino cedeva il possesso della terra e l'usuraio ne diventava legalmente il coltivatore.

Tra gli aggravi posti ai contadini troviamo quelli elencati dal consigliere Tokugawa, Matsudaira Sadanobu: «Vi sono innumerevoli altre tasse, come una tassa sui campi, una sulle porte, una sulle finestre, una tassa sui bambini di sesso femminile a seconda dell'età, sulla stoffa, sul saké, sugli alberi di nocciolo, sui fagioli, sulla canapa…se il contadino aggiungeva una stanza alla sua capanna anche per questo veniva tassato. Nominalmente la tassa è un koku di riso e un katori di seta, ma di fatto con la corruzione e l'estorsione essa aumenta di tre volte. Durante il periodo del raccolto, degli ufficiali compiono giri di ispezione e alloggiano tra gli abitanti del posto. Se l'ospitalità è povera essi aumentano le esazioni o impongono del lavoro coatto alla famiglia. Le tasse vengono raccolte con alcuni anni di anticipo e le altre di esazione e di tirannia non si contano»E.H. Norman, La nascita del Giappone moderno, pp. 27-28. A causa delle tassazioni e di uno stile di vita misero, i contadini si opposero alle esazioni fiscali con una resistenza passiva, che comportò la fuga verso le città, e una resistenza attiva, che avviò l'inizio delle rivolte minacciando le forze del regime feudale.

Gli artigiani La classe artigiana, nonostante la posizione bassa nella scala sociale, svolgeva uno stile di vita produttivo ed efficiente. Gli artigiani non possedevano alcun potere politico, ma le loro attività erano essenziali per lo sviluppo del commercio interno.

I mercanti I chōnin (borghesi o classe mercantile), collocati per ultimi nella gerarchia sociale, erano considerati una classe improduttiva, che avrebbe utilizzato qualunque mezzo per fare denaro. Oltre alle limitazioni imposte dalle autorità (abbigliamento, uso di calzature), i chōnin non potevano né utilizzare un nome simile a un nome di daimyō, né vivere nel distretto dei samurai.

Con l'aumento dell'economia monetaria nella società feudale, l'attività produttiva dell'agricoltura e delle manifatture accrescevano notevolmente, esortando lo sviluppo di città commerciali nelle quali il mezzo circolante era la moneta. Il centro di ricchezza dei chōnin era la città di Osaka basata sul sistema sankin kōtai: i daimyō convertivano in denaro i loro redditi in riso per saldare i debiti del sankin.

Alla fine del periodo Tokugawa i chōnin esercitavano le funzioni di una banca centrale, gestendo la commercializzazione economica; essi diventarono dei “quasi-samurai”Halliday, Storia del Giappone contemporaneo, p. 11, guadagnando redditi pari a quelli dei daimyō di grado inferiore.

L'incursione occidentale Durante lo shogunato Tokugawa il Giappone viveva in una politica di isolamento (sakoku), con unico contatto occidentale una colonia commerciale olandese, situata nell'isola di Deshima (Nagasaki).

A infrangere l'isolamento del Giappone furono tre grandi paesi occidentali: la Russia, l'Inghilterra e gli Stati Uniti. All'inizio del Settecento, la Russia aveva avuto precedenti scontri con il Giappone nell'isola di Sachalin e nelle Curili, ma lo shogunato era sempre riuscito a mantenere la propria autorità e indipendenza. L'Inghilterra aveva mostrato scarsa attenzione verso il Giappone, poiché interessata al possedimento coloniale indiano e al desiderio di fare della Cina un mercato per l'oppio indiano. Questa ambizione provocò la Guerra dell’oppio del 1839-1842, con risultato l'indebolimento del governo cinese e il primo possedimento coloniale inglese in Cina (Hong Kong). L'esito di questa guerra cambiò l'equilibrio dei poteri in Asia.

Quando gli Stati Uniti lanciarono il loro attacco nel 1853 con le navi nere al comando del commodoro Matthew Perry, lo shogunato cedette e nel 1854 firmò la convenzione di Kanagawa con cui si aprirono diversi porti al commercio e i giapponesi si impegnarono a sostenere e proteggere i marinai americani. Nel 1853, un mese dopo Perry, era arrivata la delegazione russa capitanata dal contrammiraglio Evfimij Vasil'evič Putjatin, e nonostante questa avesse perso molte delle proprie navi nello tsunami del 1854, nel 1855 la Russia e il Giappone firmarono il trattato di Shimoda, con cui il Giappone concedeva molti degli stessi diritti ai russi e cedeva parte dell'isola di Sachalin. La Russia, dunque, rappresentava per il Giappone più una minaccia territoriale e militare che una minaccia economica e commerciale.