Intellettuale ed economista di fama mondiale, Luigi Einaudi è considerato uno dei padri della Repubblica Italiana. Ebbe tre figli, Mario (politologo e docente universitario), Roberto (ingegnere e imprenditore) e Giulio (che fondò la famosa casa editrice che porta il suo nome, la Giulio Einaudi Editore).

Vicepresidente del Consiglio dei ministri, ministro delle finanze, del tesoro e del bilancio nel IV Governo De Gasperi, tra il 1945 e il 1948 fu Governatore della Banca d'Italia.

Come capo dello Stato ha conferito l'incarico a quattro presidenti del Consiglio dei ministri: Alcide De Gasperi (1948-1953), Giuseppe Pella (1953-1954), Amintore Fanfani (1954) e Mario Scelba (1954-1955); ha nominato otto senatori a vita: nel 1949 Guido Castelnuovo e Arturo Toscanini (che rinunciò alla nomina), nel 1950 Pietro Canonica, Trilussa, Gaetano De Sanctis e Pasquale Jannaccone, infine nel 1952 Luigi Sturzo e Umberto Zanotti Bianco.

Biografia

Giovinezza e istruzione Nasce a Carrù (in provincia di Cuneo) al n. 18 del corso che ora prende il suo nome, da Lorenzo, originario di San Damiano Macra, concessionario della riscossione delle imposte, e Placida Fracchia, e viene registrato allo Stato Civile coi nomi di Luigi, Numa e Lorenzo. Rimasto orfano di padre nel 1888, si trasferisce a Dogliani, paese natale della madre.

Dopo aver studiato a Savona, viene mandato al Convitto nazionale Umberto I di Torino e si diploma al Liceo classico Cavour della stessa città col massimo dei voti, per poi compiere gli studi universitari presso l'ateneo torinese, dove frequenta il Laboratorio di Economia Politica di Salvatore Cognetti de Martiis.

Matrimonio e discendenza

Nel 1903 Einaudi, fatto convocare il conte Giulio Pellegrini di Pescantina a scuola, gli chiese il permesso di sposare la figlia Ida, sua allieva, così i due convolarono a nozze il 19 dicembre di quello stesso anno.

Il loro salotto di Torino accoglieva ogni giovedì gli esponenti della cultura intellettuale piemontese.

Il presidente Luigi Einaudi e Donna Ida ebbero cinque figli, di cui solo tre sopravvissero all'età adulta: Mario, politologo; Roberto, ingegnere e imprenditore; Maria Teresa (1909-1910); Giulio, che diventerà famoso editore; Lorenzo (1917-1919).

Attività politica

Nel periodo degli studi universitari, Einaudi si avvicina al movimento socialista e collabora con la rivista Critica sociale, diretta da Filippo Turati. La collaborazione con Critica sociale dura un decennio e si conclude col distacco dai socialisti e il progressivo spostamento, a partire dai primi anni del Novecento, su posizioni sempre più apertamente liberiste. Nel 1895 ottiene la laurea in giurisprudenza. Copre la cattedra di scienza delle finanze all'Università di Torino, l'incarico di legislazione industriale ed economica politica al Politecnico di Torino e l'incarico di scienza delle finanze all'Università Bocconi di Milano.

Il 6 ottobre 1919 è nominato senatore del Regno su proposta di Francesco Saverio Nitti. Nel 1919, insieme con Giovanni Gentile e Gioacchino Volpe, è tra i firmatari del manifesto del "Gruppo Nazionale Liberale" romano, che, insieme con altri gruppi nazionalisti e di ex combattenti, forma l'"Alleanza Nazionale per le elezioni politiche", il cui programma politico prevede la rivendicazione di uno «Stato forte», anche se provvisto di larghe autonomie regionali e comunali, capace di combattere la metastasi burocratica, i protezionismi, il radicalismo democratico, rivelatosi «inetto a tutelare i supremi interessi della Nazione, incapace di cogliere e tanto meno interpretare i sentimenti più schietti e nobili»Manifesto cit. in Eugenio Di Rienzo, Storia d'Italia e identità nazionale. Dalla Grande Guerra alla Repubblica, Firenze, Le Lettere, 2006, p. 71-72.. Europeista ante litteram, nel 1920 raccoglie alcuni suoi articoli pubblicati sul Corriere della Sera, in cui prospettava e auspicava un'Europa federata, nel volume Lettere di JuniusSergio Romano, Guida alla politica estera italiana, Rizzoli, Milano, 2002, p. 71..

La ripresa della politica protezionista da parte del quinto governo Giolitti (D.L. 9 giugno 1921 sulla tariffa doganale) avvicina Einaudi al programma economico e finanziario del fascismo, più classicamente liberale, di cui era interprete Alberto De Stefani, che poi diverrà ministro delle Finanze nel governo Mussolini. Una volta in carica, infatti, De Stefani provvide subito alla restituzione all'esercizio privato di tutte le funzioni economiche assunte dallo Stato durante la guerra, l'affidamento dei telefoni a compagnie private e la riduzione al minimo dei servizi marittimi sovvenzionati, in linea coi principi liberali di Einaudi.

Alla condivisione per la politica economica di De Stefani, tuttavia, corrisponde, da parte di Einaudi, una sempre maggior diffidenza per i progetti di riforma costituzionale di Mussolini. A partire, infatti, dalla proposizione e dall'approvazione in Parlamento della legge elettorale maggioritaria e, soprattutto, dopo il delitto MatteottiIn riferimento a esso, il 6 agosto 1924 Luigi Einaudi pubblica sul Corriere della Sera l'editoriale "Il silenzio degli industriali", in cui si legge: "Contro lo stato di illegalismo, contro le minacce di seconda ondata, contro la soppressione della libertà di stampa hanno protestato i giornali, i collegi professionali degli avvocati, i partiti politici pure aderenti al governo attuale, come i liberali, ed alta si è sentita ieri la voce dei combattenti. Soltanto i capitani dell’Italia economica tacciono"., Einaudi si colloca politicamente a difesa dello Stato liberale pre-fascista.

Con l'avvento della dittatura fascista è costretto a limitare la sua attività accademica e a interrompere quella politica. Nel novembre del 1924 aderisce all'Unione Nazionale di Giovanni Amendola e, nel 1925, è tra i firmatari del Manifesto degli intellettuali antifascisti, redatto da Benedetto Croce. Alla fine dello stesso anno si dimette da collaboratore del Corriere della Sera, già fascistizzato, a seguito dell'allontanamento di Luigi Albertini. L'anno dopo, ormai inviso al regime, viene estromesso dall'insegnamento all'Università Bocconi e al Politecnico di Torino. Nel 1931 è convinto da Benedetto Croce a mantenere almeno la cattedra universitaria della facoltà di giurisprudenza di Torino, nonostante l'obbligo di prestare giuramento di fedeltà al fascismo "per continuare il filo dell'insegnamento secondo l'idea di libertà"Sergio Romano, 1931: i professori giurano fedeltà al fascismo. In: Corriere della Sera, 14.2.2006 (p. 39).. Einaudi giura, onde evitare che il suo posto sia occupato da un professore fascista.

Al Senato fa parte dei 46 senatori che votano contro la legge elettorale che sancisce la lista unica formata dal Gran consiglio del fascismo (1928); non partecipa alla votazione per la ratifica dei Patti Lateranensi e vota contro l'ordine del giorno favorevole alla guerra d'Etiopia e contro le leggi razziali del 1938.

Poco dopo la caduta del fascismo, il 31 agosto 1943 viene nominato rettore dell'Università di Torino; torna a collaborare col Corriere della Sera. Dopo l'8 settembre (e la conseguente invasione dell'Italia da parte dei nazisti) si rifugia in Svizzera, dove scrive le Lezioni di politica sociale e si tiene in corrispondenza con molti intellettuali antifascisti, tra i quali Ernesto Rossi e Altiero Spinelli, autori del «Manifesto di Ventotene»Daniela Preda, Alcide De Gasperi federalista europeo, Bologna, Il Mulino, 2004, p. 204.. Aderisce al Movimento Federalista Europeo, fondato da questi ultimi, e scrive, per l'MRP, I problemi economici della federazione europea (Lugano, 1944)Sergio Romano, cit., p. 72.. Rientra in Italia il 9 dicembre 1944; in questo periodo redige una serie di articoli economici e politici per il Risorgimento Liberale.

Nominato Governatore della Banca d'Italia, ricopre l'incarico dal 5 gennaio 1945 all'11 maggio 1948. Per la sua competenza nelle materie economiche, viene nominato componente della Consulta Nazionale dal 1945 al 1946. Il 24 maggio 1946, alla vigilia del referendum istituzionale, Luigi Einaudi dichiara pubblicamente la sua preferenza per la monarchia sul quotidiano L'Opinione, in un articolo a quattro colonne dal titolo Perché voterò per la monarchiaL'Opinione di Luigi Einaudi..

Viene eletto deputato all'Assemblea Costituente nel 1946 come rappresentante dell'Unione Democratica Nazionale e dà un autorevole contributo ai lavori. È senatore di diritto del Senato della Repubblica nel 1948, ai sensi della terza disposizione transitoria della Costituzione. Nel IV Governo De Gasperi (1947-1948), Einaudi è vicepresidente del Consiglio dei ministri (conservando la carica di Governatore della Banca d'Italia) e prima Ministro delle Finanze e del Tesoro, poi, con lo scorporo di alcune funzioni dal Ministero del Tesoro e la creazione dei nuovi ministeri delle Finanze e del Bilancio, viene spostato al Ministero del Bilancio (1947)Francesco Bartolotta, Parlamenti e Governi d'Italia, vol. II, Vito Bianco Editore, Roma, 1970, p. 219 e succ..

La sua politica economica di quegli anni, caratterizzata da una diminuzione della tassazione interna e dei dazi doganali, pose le basi per il boom economico degli anni cinquanta e sessanta.

Presidenza della Repubblica

Per l'elezione del Presidente della Repubblica nel 1948, il presidente del Consiglio Alcide De Gasperi aveva candidato il ministro degli Esteri Carlo Sforza; la candidatura era appoggiata anche da una parte del fronte democratico-laico, ma incontrava la netta opposizione delle sinistre. Sebbene sulla carta disponesse della maggioranza dei votanti, Sforza non riuscì a ottenere il voto di tutti i parlamentari democristiani: contraria era in particolare la corrente di sinistra guidata da Giuseppe Dossetti, storico fondatore del movimento che, appunto da lui, prese il nome di "dossettismo".

Dopo i primi due scrutini, la dirigenza democristiana prese atto delle difficoltà incontrate dal ministro repubblicano e decise di candidare Einaudi. La nuova candidatura incontrò anche la disponibilità dei liberali e dei socialdemocratici a sostenerla e lo statista piemontese fu eletto Presidente della Repubblica l'11 maggio 1948, al quarto scrutinio, con 518 voti su 872 (59,4%).

Nel suo discorso di insediamento, Einaudi dichiarò che, pur essendosi espresso per la monarchia in occasione del referendum istituzionale, nel biennio costituente aveva dato al regime repubblicano "qualcosa di più di una mera adesione", avendo constatato che il trapasso tra le due forme istituzionali era avvenuto in maniera perfettamente legale e pacifica, dimostrando che il popolo italiano fosse ormai maturo per la democrazia. Proseguì inoltre ribadendo il suo impegno, appena stretto col giuramento di rito, a farsi tutore della più scrupolosa osservanza di tutte le istituzioni alla Costituzione della RepubblicaAtti parlamentari. Seduta comune del 12 maggio 1948..