Biografia Nacque a General Villegas, nella provincia di Buenos Aires, il 28 dicembre del 1932, figlio di Baldomero Puig, di origini catalane, e di María Elena Delledonne, di origini italiane. Il padre gestiva una rivendita di vini, mentre la madre, laureata in chimica, lavorava in ospedale. Fu lei a portare Manuel, ancora piccolissimo, al cinema, anche più volte alla settimana, determinando così una passione durata poi per tutta la vita, e legata soprattutto alle pellicole hollywoodiane. Qualche anno dopo, inoltre, sarà proprio il cinema a spingere Puig allo studio dell'inglese ("la lingua del cinema") e poi di altre lingue rilevanti nel medesimo campo, come l'italiano.

Nel 1946 Puig si trasferì nella capitale per gli studi superiori. Si iscrisse poi anche all'università, ma aveva intanto cominciato a scrivere recensioni e commenti cinematografici e più dello studio lo attirava l'idea di entrare nel mondo del cinema. Aveva però anche cominciato a leggere intensamente, sia i grandi narratori del Novecento che i testi della psicoanalisi. Fu così che, rinunciando senz'altro all'università, Puig nel 1956 colse l'occasione di una borsa di studio, concessagli proprio da un istituto italiano di Buenos Aires, e partì per Roma allo scopo di frequentare il Centro sperimentale di cinematografia.

L'intenzione era quella di diventare sceneggiatore. Puig cercò di realizzarla insieme all'amico argentino Mario Fenelli, divenuto poi scrittore e sceneggiatore e che secondo Suzanne Levine fu un suo mentorenewsinfo.nd.edu, Suzanne Jill Levine 2001, Revista iberoamericana, Edizioni 196-197 2001; Fenelli (Buenos Aires, 1925 – Albano Laziale, 2008) ha anche sceneggiato i film di Luigi Bazzoni Blu gang e Le orme, (quest'ultimo dal suo racconto Las Huellas).. Ma trovò un ambiente in cui prevaleva ancora il neorealismo, mentre Hollywood vi era piuttosto disprezzata e demonizzata. Puig ebbe però modo in questo periodo di conoscere l'Europa: fu a Parigi, Londra e Stoccolma, mantenendosi come insegnante di lingua ma lavorando anche come cameriere. Scriveva intanto i primi trattamenti cinematografici, ed in particolare, durante un rientro a Buenos Aires nel 1960, una sceneggiatura in cui già comparivano temi e spunti tipici: era la storia di un'attrice che sotto il regime peronista sposava un deputato per farsene strumento di una vendetta.

Puig trovò anche qualche lavoro, sia in Argentina che a Roma, come dialoghista e assistente alla regia; ma quando incominciò - su consiglio di Fainelli - una sceneggiatura basata su persone e momenti della propria vita, si accorse, come disse poi, che quello non era più cinema, era letteratura. Si trattava di qualcosa cui Puig continuò a lavorare anche nel periodo che dal 1963 trascorse a New York, impiegato al banco dell'Air France all'aeroporto, qualcosa che sarebbe diventato il suo primo romanzo: La traición de Rita Hayworth.

L'esordio come scrittore: Il tradimento di Rita Hayworth Terminato nel 1965, il dattiloscritto attraversa subito l'oceano perché Nestor Almendros, uno degli amici di Puig, lo invia a Juan Goytisolo, lettore di testi in spagnolo per l'editore parigino Gallimard. E sarà infatti Gallimard, in seguito, a pubblicare il libro in Francia. Ma Goytisolo fa leggere il testo anche all'editore spagnolo Carlos Barral: questi, inizialmente favorevole, poi rinuncia alla pubblicazione; ma fa partecipare il testo di Puig all'importante premio Seix Barral (pare che Mario Vargas Llosa, membro della giuria, si sia opposto a che Puig vincesse accusandolo di scrivere come un romanziere "rosa"). Il tradimento di Rita Hayworth viene pubblicato in Argentina nel 1968In Italia Il tradimento di Rita Hayworth verrà pubblicato da Feltrinelli, nella traduzione di Enrico Cicogna, solo nel 1972 e cioè dopo l'uscita, presso lo stesso editore, del secondo e più fortunato romanzo di Puig..

La grande novità del libro è data dal suo rifarsi continuamente e creativamente ad un immaginario "inferiore", quello del cinema anzitutto, ma anche dei radiodrammi, dei rotocalchi, della musica leggera: il tutto, immerso e rimescolato nel linguaggio parlato della quotidianità, in casa e per la via. Bambini e donne sono i protagonisti assoluti e gli eroi del racconto, in cui Puig riversa le proprie esperienze di vita con camuffamenti trasparenti: il suo nomignolo da bambino, Coco, diventa ad esempio il Toto del protagonista, e General Villegas diviene Coronel Vallejos.

Altra modalità che resterà poi costante nella narrativa di Puig è quella del montaggio a collage, in cui si alternano ad esempio monologhi interiori e parti tutte dialogate: il primo capitolo qui è addirittura formato esclusivamente con una successione di battute, dette in momenti differenti da personaggi non nominati. È una maniera di raccontare che sollecita l'attenzione di chi legge, mentre fa trionfare la invisibilità del narratore, la cui voce e la cui soggettività non risultano percepibili. Peraltro, in forma mascherata, l'autobiografismo in questo primo libro di Puig è fortissimo:

A Puig accadrà in seguito di venire criticato per una specie di "impersonalità" della sua narrativa, per l'assenza, nei suoi testi, di una riconoscibile "voce dell'autore". Ma è sempre bene ricordare il modo in cui egli è approdato alla narrativa:

Dunque i film di Lubitsch, di von Sternberg o di Hitchcock, oppure quelli messicani degli anni Quaranta-Cinquanta, hanno inciso sulla sua opera di narratore più della lettura di Faulkner o di Kafka. E d'altra parte ecco cosa dichiarerà più in là cogli anni in un'altra intervista:

Il grande successo: Boquitas pintadas Il secondo libro di Puig esce presto, nel 1969, col sottotitolo di Romanzo d'appendice e suddiviso in «puntate» (persino, all'occorrenza, integrate dal «riepilogo»): anche il titolo non è "d'autore", ma prelevato dai versi di una canzone interpretata da Carlos Gardel, Rubias de New YorkIl traduttore Antonio Cicogna si consultò con Puig e optò per la citazione di una canzone italiana della stessa epoca e atmosfera, il tango Scrivimi: il titolo italiano del libro diventò, così, Una frase, un rigo appena e con quello fu pubblicato da Feltrinelli nel 1971.. I riferimenti a dischi o a canzoni ascoltate per radio sono frequenti nel testo, ma il magistrale lavoro di collage sviluppato da Puig si arricchisce di molti e svariati materiali: pseudo-resoconti di taglio giornalistico, finti verbali e rapporti di organi di polizia si alternano agli scambi epistolari tra i personaggi, con lettere magari piene, oltre che di sentimento, anche di strepitose sgrammaticature. Lo spazio geografico si amplia rispetto al primo libro, e alla cittadina di Coronel Vallejos fa ora riscontro anche Buenos Aires. La rete di rapporti con le donne in cui si muove il protagonista maschile, un bel vitellone di provincia minato dalla tisi, è amministrata secondo le leggi di un mélo che alla fine si tinge di tragico, poiché le convinzioni "rosa" delle donne coinvolte finiscono col pretendere una realizzazione senza mezzi termini. Puig domina il racconto, anche qui senza mai comparire, e riesce a fondervi l'ironia con l'immedesimazione e la pietà:

Il libro provocherà malumori nella cittadina d'origine dello scrittore (dove molti riconosceranno nei personaggi delle persone reali) ma riscuoterà un clamoroso successo di pubblico, sia in Argentina che nei numerosi paesi in cui verrà tradotto. Nel 1974 uno dei maggiori registi argentini, Leopoldo Torre Nilsson, ne ricaverà un film, e nel tempo Boquitas pintadas (nella versione italiana Una frase, un rigo appena) rimarrà forse il più amato tra i libri di Manuel Puig.

The Buenos Aires Affair e il distacco dall'Argentina Con la pubblicazione di The Buenos Aires Affair nel 1973In Italia il libro uscì quello stesso anno, edito da Feltrinelli, nella traduzione di Enrico Cicogna e col titolo di Fattaccio a Buenos Aires. Nel 1997 e poi nel 2000 lo ha pubblicato Sellerio, nella traduzione di Angelo Morino e conservando il titolo originale., entra in crisi il rapporto dello scrittore col proprio paese. Uscito nella primavera, il libro viene subito ristampato un paio di volte ma presto viene anche sequestrato in seguito ad accuse di oscenità. Le copie prelevate ritornano in libreria con alcuni passi cancellati dalla censura, ma il libro viene poi ritirato una volta per tutte e messo al macero. Puig riceve telefonate minaccioseÈ il caso di ricordare anche che nei primi anni Settanta Manuel Puig aveva aderito, con altri intellettuali, alla prima associazione argentina per la difesa dei gay (cfr. O. Bazán, Historia de la homosexualidad en la Argentina: de la Conquista al siglo XX, Marea 2006, p. 298). . e alla fine decide di lasciare l'Argentina. Resterà per anni un autore vietato, e non rientrerà più a vivere nel proprio paese, neppure dopo il ritorno della democrazia.The Buenos Aires Affair in realtà proseguiva la linea dei due precedenti romanzi, scavando nella psiche dei due protagonisti costruiti da Puig e allo stesso tempo convocando tutte le mitologie, sia cinematografiche che di altra matrice, da cui quella psiche poteva essere infestata e però anche illuminata. Ma più delle scene di sesso (in realtà poche, e del tutto funzionali al racconto) sembra che a disturbare il potere siano state alcune affermazioni politiche affidate da Puig ai suoi personaggi, oltre probabilmente alla messa in discussione di identità sessuali consolidate dalle convenzioniInfatti «lo sguardo della censura è maschile», come scrive Angelo Morino nella post-fazione all'edizione Sellerio del 2000 (pp. 295 e seguenti). Morino poi insiste nel collegare il Puig di questo romanzo a quello delle note sull'omosessualità che accompagneranno il testo de Il bacio della donna ragno, introducendovi una visione critica molto ampia, di taglio marcusiano..

Di certo il momento politico, in Argentina, era il meno favorevole all'espressione di quei punti di vista e di quelle critiche: proprio alla fine del 1972 era ritornato da un lungo esilio Juan Domingo Perón, che nell'estate del 1973 veniva eletto alla presidenza. In un paese dove già si moltiplicavano le azioni terroristiche, veniva così rilanciata l'ambiguità "popolare" del peronismo, movimento (e mitologia) capace di attirare consenso e partecipazione sia di destra che di sinistra. Era proprio contro il peronismo, invece, che andavano certe battute inserite da Puig nel suo romanzo. Ad esse si aggiungevano sia riferimenti alla cronaca delle attività "sovversive" che accenni alla tortura praticata dalle forze statali. Ce n'era senza dubbio abbastanza per spiegare la censura e la messa fuori legge del libro. Tanto più che l'Argentina, passata la breve stagione del secondo peronismo, avrebbe presto conosciuto le atrocità della dittatura militare. Ma al di là (o al di qua) di tutto questo, il libro di Puig si proponeva principalmente come esempio di una narrativa modernissima, anche questa volta costruito con il montaggio di materiali disparati e di approcci differenti. L'immaginario cinematografico, soprattutto, vi era in grande evidenza: ogni capitolo del testo è infatti introdotto da stralci di sceneggiature mélo, quasi tutte hollywoodiane, di cui Puig sapeva poi efficacemente moltiplicare, scrivendo in proprio, tutte le possibili suggestioni:

In esilio: Il bacio della donna ragno Trasferitosi a Città del Messico, Puig vi lavorò ad un libro in cui si fondevano la sua passione per il mélo, la critica della repressione sessuale e la denuncia di metodi polizieschi e antiterroristici che in Argentina comprendevano non soltanto la manipolazione psicologica e il ricatto, ma la tortura e l'omicidio. Questo era il suo incipit:

Ma nelle pagine finali si leggeva anche quest'altro dialogo: