Un partito politico (nel linguaggio comune partito) è un'associazione tra persone accomunate da una medesima visione, identità, linea o finalità politica di interesse pubblico ovvero relativa a questioni fondamentali circa la gestione dello Stato e della società o anche solo su temi specifici o particolari. L'attività del partito politico, volta a operare per l'interesse comune, locale o nazionale, si esplica attraverso lo spazio della vita pubblica con la definizione di un programma o piano politico da perseguire e, nelle attuali democrazie rappresentative, ha per "ambito prevalente" quello elettorale.
Descrizione Definizioni e funzioni
Secondo Max Weber, «per partiti si debbono intendere le associazioni costituite al fine di attribuire ai propri capi una posizione di potenza all'interno di un gruppo sociale e ai propri militanti attivi possibilità per il perseguimento di fini oggettivi e/o per il perseguimento di vantaggi personali». Nella definizione del politologo americano Anthony Downs il partito politico è «una compagine di persone che cercano di ottenere il controllo dell'apparato governativo a seguito di regolari elezioni»Anthony Downs, An Economic Theory of Democracy, Harper, 1957, p. 25.. Gli elementi centrali delle definizioni sono dunque: Il partito è un'associazione; Il fine del partito è indirizzare le decisioni pubbliche; Gli scopi del partito sono ottenuti principalmente attraverso la partecipazione alle elezioni; La strategia principale è l'occupazione di cariche elettive.
I partiti sono mediatori tra lo Stato e i cittadini. I partiti svolgono infatti la funzione di controllo dei governati sui governanti: poiché infatti i candidati si presentano all'interno di liste di partito, è più facilmente punibile un'eventuale rottura del patto di fiducia tra il candidato eletto e gli elettori che lo hanno votato (non votando più il partito di cui fa parte). I partiti strutturano il voto: questo perché i candidati alle elezioni sono prevalentemente membri di un partito, e perché il partito è l'entità con cui gli elettori si identificano. Esso svolge una funzione di socializzazione politica, poiché attraverso la loro azione i partiti educano gli elettori alla democrazia. Infine, mentre i gruppi di interesse articolano gli interessi dei cittadini, i partiti si occupano di aggregare questi interessi.
Sistemi partitici Il sistema partitico è l'insieme di partiti legati da una relazione logica. La distinzione classica proposta da Maurice Duverger li divide in sistemi monopartitici, bipartitici, multipartitici. I sistemi monopartitici caratterizzano i regimi detti per questo "a partito unico". Esempi storici sono stati i fascismi (Italia fascista, Germania nazista, Spagna franchista o Portogallo di Salazar) e il socialismo reale (URSS, nonostante in epoca pre-staliniana il partito fosse diviso in fazioni trockiste, mensceviche e staliniste, e le ancora esistenti Cina, Corea del Nord, Vietnam, Laos e Cuba). I sistemi bipartitici caratterizzano i regimi come quelli anglosassoni (come Regno Unito, Stati Uniti d'America, Australia o Malta). Un tale sistema c'è quando solitamente in parlamento prevalgono sempre i soliti due grandi partiti in grado di formare un governo monocolore. I sistemi multipartitici caratterizzano la maggioranza dei regimi (es. America Latina e Italia) nati dal succedersi e cristallizzarsi dei conflitti sociali. Tali sistemi possono essere contraddistinti da coalizioni eterogenee.
Secondo le teorie di Duverger, i sistemi bipartitici sono influenzati dal sistema elettorale maggioritario a un turno e quelli multipartitici dal proporzionale.
Una teoria contraria a quella di Duverger è stata proposta da Giovanni Sartori. Il numero di partiti in un sistema non va calcolato semplicemente in base al numero effettivo di partiti esistenti, ma tramite un "conteggio intelligente" che considera solo i partiti dotati di due potenziali: Potenziale di coalizione. Se il partito che è membro di una coalizione di governo è in un dato periodo di tempo necessario, almeno una volta, per determinare la maggioranza di governo. Potenziale di ricatto. Se il partito ha un effetto sugli altri partiti del sistema, influenzandone le tattiche di competizione. Sulla base di questa precisazione, e sull'importanza data al livello di polarizzazione ideologica del sistema partitico, Sartori ha dunque proposto una classificazione più articolata rispetto a quella di Duverger.
I sistemi monopartitici. Sono distinti da Sartori in tre tipi: Partito unico. Un solo partito è legale. Partito egemonico. Legalmente esistono altri partiti, ma non sono che satelliti di quello principale: sono creati per rappresentare alcune minoranze o interessi. È il caso per esempio della Germania Est, della Cecoslovacchia e della Polonia comuniste. Partito predominante. Esistono vari partiti, ma nei fatti a vincere le elezioni è sempre uno solo di essi. Per essere "predominante", si assume che questo partito abbia ottenuto la maggioranza assoluta almeno tre volte consecutive nelle competizioni elettorali. Storicamente presente nei paesi africani post-coloniali più recenti (es. Angola, Sudafrica e Zimbabwe), nei paesi dell'Europa orientale post-socialisti (es. Russia e Bielorussia), in alcuni Stati sudamericani (es. il Messico, dove per 71 anni ha governato il Partito Rivoluzionario Istituzionale) e a Singapore. I primi due sono anche detti sistemi non competitivi, s'instaurano solo in regimi dittatoriali o totalitari (nel primo caso). Il terzo caso avviene invece anche in contesti democratici e pluralistici.
I sistemi bipartitici. In questi sistemi non è necessario che vi siano solo due partiti, ma che esistano solo due partiti significativi, sulla base dei due potenziali sopra indicati.
I sistemi multipartitici. Sono distinti da Sartori in tre tipi: Pluralismo moderato. I partiti che contano non sono superiori a cinque, e vi sono governi di coalizione (ma non partiti antisistema). La struttura è bipolare nel senso che vi sono due coalizioni che competono l'una contro l'altra, tendendo a conquistare il sostegno dell'elettorato moderato di centro. La polarizzazione ideologica è scarsa, la meccanica è centripeta. Pluralismo polarizzato. I partiti che contano sono superiori a cinque. Le caratteristiche sono: 1) presenza di partiti antisistema, cioè partiti che non cambierebbero, se potessero, il governo ma il sistema di governo stesso (partiti comunisti e fascisti); 2) presenza di due opposizioni bilaterali che non potrebbero mai allearsi tra loro; 3) il centro è occupato; 4) il sistema è ideologicamente polarizzato, con due poli (sinistra-destra) caratterizzati da posizioni estreme; 5) tendenza centrifuga; 6) emergono opposizioni irresponsabili a causa delle tendenza a fare promesse che non si possono mantenere da parte di quei partiti d'opposizione che non potranno mai salire al governo; 7) essendo costretto a restare al governo, il partito di centro avrà anch'esso scarsa responsabilità democratica. I casi tipici sono quelli della IV Repubblica Francese e della I Repubblica Italiana che, in seguito a riforme istituzionali ed elettorali (nel caso francese il passaggio dal sistema elettorale proporzionale al maggioritario a doppio turno e dell'attuazione nel 1962 del sistema semi-presidenziale; nel caso italiano l'istituzione del "Mattarellum" e la fine della I Repubblica) sono divenuti sistemi a pluralismo tendenzialmente limitato e depolarizzato, pur continuando a costituire numericamente sistemi multipartitici estremi, cioè con un numero di partiti superiore a cinque. Pluralismo atomizzato o segmentato. I partiti che contano sono nove o più, ma c'è bassa polarizzazione ideologica, alta frammentazione, presenza di coalizioni poco coese e dispersione del potere. È il caso delle giovani democrazie africane e latino-americane, nonché dell'India.
Democrazia interna Uno dei maggiori problemi dei partiti è quello della democrazia interna. Tale principio si realizza in diverse forme e modi, a partire dalla presenza di organi rappresentativi, generalmente assemblee, preposti alla determinazione della linea politica e alla nomina e controllo dell'esecutivo del partito. Affinché si possa parlare di democrazia interna al partito è necessaria la tutela delle minoranze in seno al partito.
L'art. 49 della Costituzione Italiana dice che "tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale".
Il "metodo democratico" è oggetto di lungo dibattito, risalente alla stessa Assemblea Costituente. Ai fautori del metodo democratico come condizione essenziale dell'esistenza dei partiti si sono opposti i sostenitori della natura associativa dei partiti e della loro libertà di organizzazione. L'ipotesi che l'organizzazione interna dei partiti fosse oggetto del controllo e della regolazione statale era considerata non solo un attentato all'autonomia organizzativa di alcuni partiti (si pensi al metodo del centralismo democratico del PCI) ma era per molti il prodromo della "democrazia protetta" (vedi Germania). Nella tesa situazione politica e internazionale dei primi anni della repubblica (piena guerra fredda), la suddetta ipotesi sarebbe stata, infatti, una minaccia pendente in capo a quei partiti che lo stato avrebbe ritenuto non democratici. Pertanto il metodo democratico è riferito alla sola competizione esterna fra partiti.
Condizionano negativamente la democrazia interna ai partiti tutte le disposizioni volte alla centralizzazione del processo politico decisionale del partito.
Finanziamento I partiti politici si assicurano i fondi necessari a finanziare le proprie attività attingendo a tre principali categorie di risorse. In primis le risorse dell'autofinanziamento, quali le quote corrisposte dagli affiliati nel momento del tesseramento e dei rinnovi. Secondo, il finanziamento da privati; ovvero erogazioni liberali da individui o associazioni private alle casse dei partiti. Generalmente vengono limitate da tetti massimi. Terzo, e ultimo in ordine di apparizione storica, il finanziamento pubblico ai partiti. I finanziamenti pubblici, in alcuni paesi stabiliti in costituzione o da pronunce di corti costituzionali, generalmente regolati da legislazione ordinaria, sono erogati dalla legge di bilancio e sono scomponibili in tre categorie. A) rimborso delle spese sostenute dai candidati in campagna elettorale (rimborsi elettorali), B) finanziamento delle strutture di partito (finanziamento diretto), C) finanziamento delle attività degli eletti in parlamento (finanziamento ai gruppi parlamentari). Negli ordinamenti che hanno introdotto forme di finanziamento pubblico alla politica le ragioni e i principi che hanno presieduto a tale scelta sono diverse: il principio dell'uguaglianza delle possibilità per tutti i candidati nella competizione elettorale, la reazione al diffondersi di forme di finanziamento illecito, la necessità di garantire lo svolgimento delle funzioni partitiche riconosciute costituzionalmente.