Il Mandato britannico della Palestina, detto anche Palestina mandataria (in inglese Mandatory Palestine; ; , haMandát haBríti ʿal Palestína (E.Y.), dove "E.Y." significa Erétz Yisra'él) , fu un territorio governato dall'Impero britannico tra il 1920 e il 1948 nella regione storica del Levante. Fu istituito dalla Società delle Nazioni dopo la sconfitta dell'Impero ottomano nella Grande guerra.
Storia La situazione alla fine della "Grande guerra" L'Impero ottomano si era schierato, durante la grande guerra, con gli Imperi centrali (Impero tedesco, Impero austro-ungarico e Regno di Bulgaria) e con essi, a seguito della campagna di Mesopotamia, era stato pesantemente sconfitto.
Nel primo dopoguerra nella zona della "Mezzaluna fertile" quasi tutti i Paesi nominalmente governati dagli ottomani erano in realtà già da qualche tempo sottoposti a protettorato da parte della Francia e del Regno Unito, coerentemente con quanto questi avevano preventivamente deciso, a guerra ancora in corso, con l'accordo Sykes-Picot (1916), inizialmente mantenuto segreto. Gli Stati arabi rispecchiavano nella loro forma istituzionale l'ordinamento delle potenze che li controllavano: repubbliche dal lato francese e regni dal lato britannico. Il Libano e la Siria furono posti sotto mandato francese, la Palestina, la Transgiordania e l'Iraq sotto quello britannico. L'Egitto divenne indipendente il 28 febbraio 1922.
L'intento espresso del mandato della Società delle Nazioni era quello di aiutare quelle popolazioni delle colonie degli imperi sconfitti nella prima guerra mondiale considerate incapaci di autogovernarsi, a sviluppare i loro organismi istituzionali, in previsione di un ritiro da parte delle potenze coloniali, considerate "progredite", dalle aree loro affidate.
La costituzione del mandato britannico Con gli accordi presi fra il leader hascemita higiazeno, al-Husayn ibn ʿAlī, sceriffo della Mecca, e Sir Henry McMahon, alto commissario britannico al Cairo, nel 1915/16, i britannici avevano promesso parte del territorio dell'Impero ottomano agli arabi per realizzarvi un paese indipendente, come contropartita per l'aiuto prestato dalla rivolta araba nella lotta contro l'Impero turco-ottomano. Il territorio promesso non era chiaramente definito e venivano esclusi territori presenti in "parti della Siria che si estendono a ovest del distretto di Damasco, Homs, Hama e Aleppo" in quanto "non possono dirsi puramente arabi". Non vi era menzione della Palestina nei territori esclusi, fatto che fece ritenere alla parte Araba che questa sarebbe stata inclusa tra i territori compresi nel loro stato.
Circa un anno dopo, nel 1917 i britannici stipularono un accordo con i rappresentanti del movimento sionista, con la lettera ufficiale scritta dall'allora ministro degli esteri inglese Arthur Balfour a Lord Rothschild, in cui si prometteva agli ebrei un "focolare nazionale" (National Home) in Palestina:
La lettera, passata alla storia come la dichiarazione Balfour, verrà poi citata ed incorporata in diversi degli accordi che videro la nascita della Palestina mandataria sotto il controllo britannico, che confermarono la volontà di condividere questa dichiarazione di intenti.
La pubblicazione della dichiarazione, unita alla scoperta degli ancora precedenti accordi segreti tra Francia e Impero britannico per la spartizione delle aree, causò un rapido degrado nei rapporti diplomatici tra quest'ultimo e il Regno hascemita dell'Hegiaz, che per protesta non ratificò il trattato di Versailles.Hussein ibn Ali, voce su al-Husayn ibn Ali sul sito dell'Enciclopedia Britannica
Nel 1921 Winston Churchill, all'epoca ministro alle colonie britannico, affidò la porzione orientale, la Transgiordania, all'emiro ʿAbd Allāh, figlio di al-Husayn, capo della rivolta araba. Il nuovo re avrebbe però dovuto rendere conto delle proprie decisioni ad un commissario britannico. L'emirato si sarebbe successivamente distaccato dal mandato palestinese il 25 maggio 1923.
Mandato per la Palestina da parte delle Società delle Nazioni
Il Mandato britannico per Palestina, emesso dalla Società delle Nazioni nel 1922, affermava nel suo preambolo:
Il suo articolo 2 indicava al mandatario, ossia al governo britannico:
Nel periodo del mandato l'immigrazione ebraica nella zona subì una netta accelerazione, mentre l'Agenzia ebraica operò alacremente per l'acquisto di terreni in cui insediare i nuovi immigrati. Il risultato fu quello di portare la popolazione ebraica in Palestina dalle 85.000 unità del 1914, alle 120.000 unità del 1923 (a fronte dei 486.000 arabi musulmani e 71.000 arabi cristiani), alle 165.000 del 1928, fino a raggiungere le 400.000 alla viglia della seconda guerra mondiale e superare le 530.000 alla fine del conflitto ().
La forte immigrazione, in una terra dalle risorse limitate, unita ad un incremento della disoccupazione tra la popolazione araba (dovuto - secondo fonti arabe - principalmente alle politiche di assegnazione di numerose terre fertili agli immigrati ebrei, spesso effettuata con vincoli che non permettevano l'ulteriore affitto o anche la semplice lavorazione da parte di non-ebrei), portarono a numerosi scontri tra la maggioranza araba e gli immigrati ebrei, scontri che colpirono anche insediamenti ebraici preesistenti rispetto all'ondata migratoria di quegli anni.
I moti degli anni '20
Negli anni '20 si ebbero una serie di sollevazioni e rivolte come i moti dell'aprile 1920 e maggio 1921 e soprattutto dei moti dell'agosto 1929, durante i quali fu massacrata ed espulsa la secolare comunità ebraica in quello che è noto come massacro di Hebron.
Alla fine di tali sollevazioni la commissione britannica presieduta da sir Walter Russell Shaw aveva fortemente condannato gli attacchi iniziali della popolazione araba contro i coloni ebraici e le loro proprietà, giustificando le rappresaglie da parte dei coloni ebrei contro gli insediamenti arabi come una "legittima difesa" dagli attacchi subiti, ma aveva anche individuato nel timore della creazione di uno stato ebraico il motivo scatenante della rivolta.
La grande rivolta araba e la commissione Peel
Nel 1930 la commissione Hope Simpson, nata sulla scia delle conclusioni della commissione Shaw, rilevò ufficialmente i problemi di carenza delle risorse e di elevata disoccupazione tra la popolazione araba e i conseguenti rischi per la stabilità della regione nel caso di un loro aggravarsi, sostenendo anche che, dati i sistemi di coltura ebraica e tradizionali della popolazione araba, non vi erano più terre fertili disponibili da assegnare ai nuovi coloni.
La situazione precipitò nuovamente a metà degli anni 1930, dopo uno sciopero generale di sei mesi indetto dal Comitato supremo arabo, che chiedeva la fine del mandato e dell'immigrazione ebraica,e che diede il via a tre anni di guerra civile, conosciuta col nome di grande rivolta araba. Alla fine della rivolta, nel marzo del 1939, i caduti arabi assommavano a 5.000, quelli ebraici a 400 e quelli britannici a 200; più di 120 arabi furono condannati a morte e circa 40 impiccati e i principali capi arabi furono arrestati o espulsi.
A questi scontri parteciparono anche diversi gruppi sionisti, i primi dei quali erano nati a partire dagli scontri degli anni venti (per proteggere gli insediamenti dei coloni), che col tempo si erano organizzati in strutture militari, come l'Haganah e il Palmach, e paramilitari, quali l'Irgun e la "Banda Stern" alcuni dei quali agli scopi originali avevano affiancato il sostegno dell'immigrazione clandestina e anche gli attacchi diretti contro la popolazione araba e i diplomatici britannici; in particolare, l'Irgun sferrò una serie di attacchi causando diverse centinaia di morti tra la popolazione.
Verso la fine degli anni trenta, dopo la grande rivolta araba e alcuni falliti tentativi di divisione della Palestina in due stati, sollecitata dalle conclusioni della commissione Peel, le autorità britanniche cominciarono a negare al sionismo parte di quell'appoggio politico che aveva garantito a partire dalla dichiarazione di Balfour, producendo il "libro bianco del 1939", con cui venivano posti dei limiti all'immigrazione (che nelle intenzioni britanniche sarebbe dovuta proseguire solo per altri cinque anni e per un massimo di 75.000 immigranti), si consideravano esauriti gli impegni presi con la dichiarazione di Balfour del 1917 e si prevedeva la creazione di un unico stato misto arabo-ebraico entro 10 anni. Nonostante il libro bianco non prevedesse uno stato ebraico, le autorità arabe lo rifiutarono, ritenendolo comunque insufficiente e chiedendo il blocco completo dell'immigrazione ebraica. Posizione più dura contro il provvedimento fu ovviamente presa dai coloni e dagli esponenti dei gruppi ebraici, che per via della guerra in Europa aumentarono i loro sforzi nel favorire l'immigrazione clandestina; Ben-Gurion, al successivo scoppio della guerra mondiale, relativamente alla collaborazione tra l'Haganah e i soldati britannici dichiarò: «Dobbiamo combattere il Libro Bianco come se la guerra non ci fosse, e la guerra come se non ci fosse il Libro Bianco» ("We shall fight the White Paper as if there were no war, and the war as if there were no White Paper")Prophet with a Gun , articolo del Times su David Ben-Gurion.
La seconda guerra mondiale Con l'arrivo della seconda guerra mondiale i coloni ebrei e i vari gruppi più o meno legali che si erano creati si schierarono con gli Alleati (con l'esclusione del gruppo della Banda Stern, nata da una scissione dell'Irgun, che cercò, senza successo, per due volte un accordo con la Germania in chiave anti-britannica) mentre molti gruppi arabi guardarono con interesse l'Asse, nella speranza che una sua vittoria servisse a liberarli dalla presenza britannica. Il muftī di Gerusalemme Amin al-Husayni incontrò Hitler e si prodigò per il reclutamento di musulmani nelle formazioni delle Waffen-SS internazionali.
Le tensioni in zona si aggravarono enormemente quando si rivelò nella sua pienezza l'enormità dell'Olocausto. In Regno Unito i laburisti erano favorevoli a uno stato ebraico, soprattutto per l'aiuto che le organizzazioni sioniste diedero agli alleati durante lo sforzo bellico, ma altri non furono d'accordo: il ministro degli esteri britannico era convinto che avrebbero dovuto essere favorevoli agli arabi - secondo alcuni per interessi petroliferi - piuttosto che agli ebrei e vi era anche l'opinione che una continua presenza britannica in Palestina avrebbe fornito un avamposto strategico per il Vicino Oriente.
Il dopoguerra e il piano di spartizione dell'ONU
La questione fu posta sotto l'egida dell'Assemblea generale delle Nazioni Unite, che il 13 maggio 1947 decise di costituire un "Comitato speciale per la Palestina" (UNSCOP, United Nations Special Committee on Palestine) comprendente 11 nazioni (Canada, Cecoslovacchia, Guatemala, Paesi Bassi, Perù, Svezia, Uruguay, India, Iran, Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia, Australia) da cui erano escluse le nazioni "maggiori", per permettere una maggiore neutralità di giudizio.
Dopo aver studiato il caso e prodotto una relazione sulla situazione in Palestina vennero votate due proposte, sette dei membri dell'UNSCOP (Canada, Cecoslovacchia, Guatemala, Paesi Bassi, Perù, Svezia, Uruguay) votarono a favore di una soluzione con due Stati divisi e Gerusalemme sotto controllo internazionale (spartizione che era già stata proposta più volte senza successo dalle autorità britanniche durante la rivolta araba del triennio 1936-39), tre per un unico stato federale (India, Iran, Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia), ed uno si astenne (Australia).
Nella sua relazione l'UNSCOP si pose il problema di come accontentare entrambe le fazioni, giungendo alla conclusione che era "manifestamente impossibile", ma che era anche "indifendibile" accettare di appoggiare solo una delle due posizioni: