La strage di Vergarolla, conosciuta anche come strage di Vergarola (in croato Eksplozija na Vergaroli), fu causata dall'esplosione di materiale bellicoIl tipo e la qualità dell'esplosivo non è mai stato determinato con esattezza, come si vedrà in seguito, avvenuta il 18 agosto 1946 sulla spiaggia di Vergarolla a Pola. L'esplosione provocò la morte di almeno 100 persone, di cui solo 64 furono identificate. Un terzo delle vittime erano bambini.

In quel periodo l'Istria era rivendicata dalla Jugoslavia di Tito, che l'aveva occupata fin dal maggio 1945. Pola invece era amministrata a nome e per conto degli Alleati dalle truppe britanniche, ed era quindi l'unica parte dell'Istria al di fuori del controllo jugoslavo.

Le responsabilità dell'esplosione, la dinamica e perfino il numero delle vittime sono tuttora fonte di accesi dibattiti. L'inchiesta delle autorità britanniche stabilì che "gli ordigni furono deliberatamente fatti esplodere da persona o persone sconosciute".

Inquadramento storico

Il 6 aprile 1941 la Jugoslavia neutrale fu aggredita dalla Germania senza dichiarazione di guerra. Nei giorni successivi l’Italia affiancò i tedeschi partecipando allo smembramento e all’occupazione del territorio jugoslavo fino all'armistizio dell'8 settembre 1943.

Negli ultimi mesi della seconda guerra mondiale i territori a cavallo dell'allora confine orientale italiano furono al centro di una disputa ad un tempo stesso nazionale e politicaPer un inquadramento complessivo del tema, in riferimento al territorio istriano, si vedano i capitoli Il lungo Ottocento (1797-1918) e Il Novecento in Istria nel tempo. Manuale di storia regionale dell‘Istria con riferimenti alla città di Fiume, Unione Italiana, Fiume - Università Popolare, Trieste - Centro di Ricerche Storiche, Rovigno 2006, pp. 425-646.

Il 13 settembre 1943 il Comitato Popolare di Liberazione (CPL) dell'Istria - formalmente composto da croati e italiani della regione, ma dominato dai primi - proclamò a Pisino l'annessione della regione alla Croazia; il 25 settembre il proclama venne ribadito a Otočak dallo ZAVNOH (Zemaljsko antifašističko vijeće narodnog oslobođenja Hrvatske - Consiglio territoriale antifascista di liberazione nazionale della Croazia). Il 30 novembre entrambi i proclami vennero fatti propri a Jajce dall'AVNOJ (Antifašističko vijeće narodnog oslobođenja Jugoslavije - Consiglio antifascista di liberazione popolare della Jugoslavia). Parallelamente, ad Aidussina un'assemblea popolare slovena proclamò l'annessione del Litorale sloveno (intendendo con questo termine in linea generale una parte dell'antico Litorale austriaco, comprendente Gorizia, la costa fino a Grado, Trieste e l'Istria nord-occidentale)I dati dei vari proclami sono tratti da R.Pupo, Il lungo esodo. Istria: le persecuzioni, le foibe, l'esilio, Milano, Rizzoli 2005, p. 69.

Al termine delle ostilità, i territori in questione furono l'oggetto di una delle maggiori contese politico/diplomatiche del dopoguerra. Inizialmente occupati quasi per intero dall'Esercito Popolare di Liberazione della Jugoslavia, il 9 giugno 1945 vennero divisi in due zone - A e B - separate da un confine chiamato Linea Morgan. All'interno della zona A l'amministrazione militare sarebbe dipesa dalle forze angloamericane, mentre le forze armate jugoslave avrebbero amministrato militarmente la zona BIbidem, pp. 135 ss..

La città di Pola venne inclusa nella zona A, divenendo una sorta di enclave circondata dal territorio della zona B. Al tempo era la maggiore città istriana a maggioranza italiana, in larga parte contraria all'annessione alla Jugoslavia.

Questo stato delle cose - secondo gli accordi fra gli angloamericani e gli jugoslavi - sarebbe stato modificato in seguito alle trattative di pace.

Ciò creò di fatto una situazione del tutto particolare, essendo garantita a Pola - a differenza del resto dell'Istria - la libertà di espressione dei propri sentimenti nazionali, la pubblicazione di stampa non controllata dal Partito Comunista Jugoslavo e perfino una certa libertà di organizzazione di manifestazioni politiche pubbliche, sempre sotto il controllo delle forze militari angloamericane.

Il fatto

Il 18 agosto 1946, sulla spiaggia di Vergarolla (Pola), si sarebbero dovute tenere le tradizionali gare natatorie per la Coppa Scarioni, organizzate dalla società dei canottieri "Pietas Julia"La Coppa Scarioni venne ideata nel 1913 col nome di "Gare Popolari di nuoto" dal giornalista Franco Scarioni, segretario della Federazione Italiana Rari Nantes. Era una gara nazionale giovanile di nuoto, che si svolgeva con una serie di eliminatorie regionali ed infine con una finale nazionale. La competizione venne in seguito intitolata al suo ideatore, caduto combattendo nella prima guerra mondiale. La manifestazione aveva l'intento dichiarato di mantenere una parvenza di connessione col resto dell'Italia, e il quotidiano cittadino "L'Arena di Pola""L'Arena di Pola" era il quotidiano di Pola - diretto da Guido Miglia - favorevole al mantenimento della sovranità italiana sulla città. A Pola a quel tempo si stampava in lingua italiana anche "Il nostro giornale": diretto da Domenico Cernecca, era l'organo del Comitato Popolare di Liberazione (CPL) dell'Istria, favorevole all'annessione alla Jugoslavia reclamizzò l'evento come una sorta di manifestazione di italianitàA. Fonio Grubiša, La ferita di Vergarolla, in La Voce del Popolo, Fiume 18 agosto 2004.

La spiaggia era gremita di bagnanti, tra i quali molti bambini. Ai bordi dell'arenile erano state accatastate - secondo la versione più accreditata - ventotto mine antisbarcoCome molti fatti riguardanti la strage, anche il numero e il tipo degli ordigni non è noto con certezza. Si è indicata la cifra maggiormente presente nelle fonti. Altri autori parlano di "una trentina di mine". Cfr. R.Pupo, Il lungo esodo (cit.), p. 139. Nella relazione d'inchiesta inglese - di cui una pagina è riportata più sotto - si parlò invece di "tre testate esplosive di siluri, quattro cariche esplosive di tritolo, cinque generatori di fumo" ("three torpedo wareheads, four T.N.T. demolition charges, five smoke generators") - per un totale di circa nove tonnellate di esplosivo - ritenute inerti in seguito all'asportazione dei detonatori.Secondo alcuni resoconti, i bagnanti erano talmente convinti della loro innocuità che alcuni si sistemarono nella loro ombra, appendendovi addirittura il vestiario. In proposito: I documenti delle indagini della Corte Militare di Inchiesta, conservati negli archivi di Londra, e recentemente utilizzati per la prima volta nel volume dello storico Gaetano Dato dedicato alla strage, parlano invece di 15-20 bombe antisommergibile tedesche, accompagnate da tre testate di siluro, quattro cariche di tritolo e cinque fumogeni. Alle 14,15 l'esplosione di questi ordigni uccise diverse decine di persone. Alcune rimasero schiacciate dal crollo dell'edificio della "Pietas Julia". Secondo le rilevazioni di Dato, basate sui documenti della polizia alleata, della corte militare di inchiesta, dei cimiteri di Pola e dell'anagrafe di Pola, i morti identificati furono 65, i resti ritrovati corrispondevano a 109 o 110 o 116 diversi cadaveri, e 211 furono i feriti. Quasi un terzo erano bambini o avevano meno di 18 anni. Sembrano inoltre accreditati cinque anonimi dispersi.

Il boato si udì in tutta la città e da chilometri di distanza si vide un'enorme nuvola di fumo. I soccorsi furono complessi e caotici, anche per il fatto che alcune persone furono letteralmente "polverizzate"Nell'articolo di Tullio Parenzan, Inaugurato a Trieste il primo monumento a Geppino Micheletti, in Unione degli Istriani, luglio-agosto 2008, pp.7 ss. si ricorda la vicenda dei piccoli Carlo e Renzo Micheletti: il corpo del primo venne immediatamente ritrovato, mentre "Il piccolo, invece, sparì nel nulla perché era rimasto con i suoi congiunti proprio a ridosso degli ordigni. Fu rinvenuta solo una sua scarpetta che la famiglia conservò sempre con devoto amore". Questa è una delle cause per cui non si riuscì a definire l'esatto numero delle vittime, tuttora controverso.

L'ospedale cittadino "Santorio Santorio" divenne il luogo principale della raccolta dei feriti: nell'opera di assistenza medica si distinse in particolar modo il dottor Geppino Micheletti, che nonostante avesse perso nell'esplosione i figli Carlo e Renzo, di 9 e 6 anni, oltre al fratello e alla cognata, per più di 24 ore consecutive non lasciò il suo posto di lavoro operando per 48 ore.Il consiglio comunale di Pola conferì al dottor Micheletti una medaglia di benemerenza il 28 agosto 1946, dieci giorni dopo i fatti, mentre lo stato italiano il 2 ottobre 1947 lo onorò con la medaglia d'argento al valore civile. Il 18 agosto 2008, nella ricorrenza del 62º anniversario della strage di Vergarolla, nel Piazzale Rosmini di Trieste venne inaugurato un monumento in onore di Geppino Micheletti

Le reazioni, i funerali e la quantificazione delle vittime

Il consiglio comunale di Pola si radunò d'urgenza e inoltrò una protesta formale al comando supremo alleato del Mediterraneo, all'ammiraglio Ellery Stone, capo della Commissione Alleata di Controllo a Roma, al Comando del Corpo al quale appartenevano le truppe di stanza a Pola, al Colonnello dell'AMGVG (Allied Military Government Venezia Giulia - Governo Militare Alleato della Venezia Giulia) di Trieste e dellArea Commissioner di Pola. Le autorità furono fermamente invitate a "stabilire le responsabilità" della strageC.Rotta, Vergarolla: fredda strategia del terrore?, in La Voce del Popolo. La Voce in più, 5 aprile 2008.

"L'Arena di Pola" titolò a tutta pagina "Pola è in lutto", e scrisse: "non è finita la guerra. Lutti che si rinnovano, bare che si compongono in lunga fila, lamento di feriti che riempiono ancora le corsie degli ospedali. Un martirio che poche città hanno conosciuto!"Ibidem.

L'intera città partecipò ai funerali, tanto che si dovettero organizzare due diversi cortei funebri. Tutti gli stabilimenti, gli uffici ed i negozi rimasero chiusi in segno di luttoIl più dettagliato resoconto dei funerali si trova in L. Vivoda, L'esodo da Pola. Agonia e morte di una città italiana, Nuova Litoeffe Castelvetro, Piacenza 1989. Le esequie furono celebrate dal vescovo di Parenzo e Pola Raffaele Mario Radossi, che durante l'omelia disse: "Non scendo nell'esame delle cause prossime che hanno determinato un simile macello; io rimetto tutto al giudizio di Dio (...) al quale nessuno potrà sfuggire nell'applicazione tremenda della sua inesorabile giustizia".