Il male, nella sua opposizione al bene, è ciò che è dannoso, inopportuno, contrario alla giustizia, alla morale o all'onestà, ovvero ciò che è considerato in qualche modo indesiderabile.
A questa concezione di male in senso corporeo o psichico, si associano in filosofia almeno un significato metafisico e un altro morale di diverso spessore teorico.
La filosofia e il male
Si può analizzare il male sotto diversi aspetti e basandosi su differenti criteri.
Volendo trattare il tema con un approccio filosofico, si possono adottare tre diverse prospettive, recuperando così una scansione già utilizzata da Leibniz, il quale la riprese a sua volta da Sant'Agostino. In questa visione il problema viene decomposto in termini metafisici, morali e fisici al fine di rispondere ai seguenti interrogativi di fondo:
appurato che il male esiste, che cos'è e in che cosa consiste? come si configura in relazione all'uomo? quali sono le sue rappresentazioni e le sue possibili manifestazioni nel reale?
Il male "metafisico" Dal punto di vista metafisico e soprattutto per certa tradizione filosofica antica (in particolare per Sant'Agostino, ma tenendo presenti anche i filosofi della Grecia antica come Platone e Aristotele), il male, essendo l'esatta antitesi del Bene e quindi dell'essere, si configura come una privazione di essere o, che dir si voglia, con il non-essere stesso. Il Male, non avendo di per sé consistenza autonoma, essendo privazione del Bene ed esistendo quindi solamente in virtù dell'essere e come suo esatto contrario, è un accidente della realtà. Esistevano invece dei Padri del deserto che avendo ben presente la figura di Satana contro il quale combattevano credevano che il male abbia un'esistenza intrinseca che culmina con l'inferno di cui abbiamo avuto una visione dantesca. Quindi sulla non consistenza del male e sulla sua essenza come assenza di bene che ancora da discutere.
Il male secondo Platone
Nel X libro della Repubblica, Platone, sullo sfondo delle cui opere spesso appare trattato il problema del male, costretto ad utilizzare in generale i miti e in particolare quello di Er per spiegare il concetto trascendente di una vita ultraterrena, ammette la possibilità di una vita terrena dove il giusto riceve premi ed onori dagli dei e dagli uomini, ma aggiunge anche che gli uomini ingiusti, anche se in un primo momento sembrano aver successo, da vecchi sono «maltrattati nella loro miseria da stranieri e cittadini, vengono flagellati… saranno poi torturati e bruciati»Platone, Repubblica libro X; Platone sostiene anche che le fortune e le sofferenze che si ricevono sulla terra sono nulla rispetto a quelle che ci attendono dopo la morte.
Il mito di Er Attraverso il mito di Er, che narra la storia di un soldato morto in battaglia che, dopo dodici giorni, ritorna in vita e racconta cosa aveva visto nel regno dei morti, Platone sostiene che l'anima riceva già in questa vita sia il premio della sua giustizia, sia la pena della sua colpa.
Per Platone, però, a differenza di quanto credevano gli ebrei vetero-testamentari, un'anima giusta è colpita da castigo non perché ha ereditato una colpa dai propri padri, ma perché ha commesso una colpa in una sua preesistenza passata.
Il mito di Er si basa infatti sul concetto pitagorico della metempsicosi (o trasmigrazione delle anime) e sull'idea dell'esistenza di un mondo ultraterreno, diviso in una specie di paradiso e inferno. In questo regno le anime ricevevano, secondo le proprie azioni sulla terra, i premi o i castighi che avevano una durata di circa mille anni. Dopo tale periodo, tutte le anime si ritrovavano ai confini dell'universo, dove un araldo non consegnava, ma gettava le «nuove sorti e i modelli di vita», unico elemento casuale nella scelta della vita ultraterrena presente nel mito; simbolico infatti era il fatto che ogni anima doveva scegliersi la propria vita futura che desiderava rivivere sulla terra.
Naturalmente in questo caso chi era stato sorteggiato per primo era in parte più avvantaggiato, ma comunque agli stolti e ai non temperanti accadeva che se "per abitudine" avevano vissuto una vita indegna e immorale la scelta sarebbe stata comunque sbagliata; ai soli sapienti, ai filosofi quindi o agli uomini valorosi e giusti (come ad Odisseo accade esser ultimo, ma sceglie comunque saggiamente) è "affidata" la sorte migliore. Una volta fatta la scelta questa era irrevocabile. Nella vita dell'uomo quindi interviene la sua libertà di scelta, la sorte ed infine lananke, (la necessità, la fatalità, il destino).
Ma ciò che emerge da questo "mito" è la rappresentazione della divinità greca; essa veniva rappresentata assolutamente estranea e indifferente ai mali esistenti sulla terra, quindi per Platone «del male, del nostro far male, il Dio non può essere ritenuto causa. Dio è bene, Dio è immutabile, è semplice, è veritiero, ed è causa di tutti i beni: Dio è innocente (thèos anaìtios)».
«Dunque, se Dio è buono, non è la causa di tutto, come sono in molti a dire, ma causa di poche cose nei riguardi degli uomini, e non di molte, perché i beni, per noi, sono molto meno numerosi dei mali; per i beni non v'è altra causa che Dio, ma per i mali la causa bisogna cercarla altrove, ma non nella divinità.»Platone, Repubblica, 379 a-c
Perciò ogni uomo è responsabile della scelta fatta nell'al di là e, quindi, è responsabile anche delle azioni commesse sulla terra. Ma, come c'insegna lo stesso Platone, per scegliere, bisogna avere quelle adeguate conoscenze intorno alla stessa scelta. Per questo Platone incitava ognuno a prepararsi già sulla terra, attraverso la conoscenza precisa di qual sia la vita migliore per l'uomo.
Ma se il nostro modo di agire si basa su una scelta di vita fatta in precedenza, qual è la responsabilità dell'uomo di fronte alle proprie azioni, soprattutto a quelle cattive? E se una volta scelta la nostra vita il tutto passa alla registrazione nella filatura di Ananke, la Necessità, "che rende immutabile e irrevocabile la scelta" si potrà poi parlare di libertà responsabile nel mondo terreno?
Secondo Platone, l'uomo è responsabile soltanto delle proprie scelte, mentre del male compiuto sulla terra, che diventa in questi termini necessario e involontario, in quanto scaturisce dalla stessa scelta fatta, non è responsabile.
Per Platone «ogni intemperante è di necessità tale senza volerlo; infatti è per ignoranza o per debolezza o per ambedue questi mali che vive senza dignitoso equilibrio tutta la turba degli uomini».Platone riprende qui, attribuendogli un altro senso il principio socratico della involontarietà del male e dell'attraenza del bene Da ciò si ricava che tutti i malvagi, per Platone, lo sono involontariamente.
«E quasi tutto quello che si chiama intemperanza nei piaceri e sì rimprovera, come se gli uomini fossero malvagi volontariamente, non si biasima a ragione. Perché malvagio nessuno è di sua volontà, ma il malvagio diviene malvagio per qualche prava disposizione del corpo e per un allevamento senza educazione, e queste cose sono odiose a ciascuno e gli capitano contro sua voglia»Platone, Timeo, 86 d-e
L'uomo sceglie il male in quanto compie un errore di valutazione, basato sul fatto che tutti tendono verso il bene, poiché come afferma Socrate è di per sé piacevole, e quindi chi sceglie il male lo fa per ignoranza, perché giudica bene quel male, scambia il male per bene.
Ma questo mal si concilia con l'importante ruolo che Platone attribuisce all'educazione formativa: se la mia persona, una volta fatta la scelta rimane immersa nell'immutabilità a che cosa è valsa l'educazione? La risposta è che questa educazione è riservata alle anime "belle" che hanno contemplato nel mondo delle idee una maggiore estensione della verità, a quelli destinati ad essere filosofi che soli sono i padroni della loro vita.
La causa del male Platone afferma anche che la causa efficiente dei mali del mondo si basa su un'innata tendenza che esiste «nella parte corporea della sua mescolanza, [...] la quale è una proprietà congenita della sua antica natura d'un tempo»Platone, Timeo. Tale natura, secondo Platone, è «la materia non ancora ordinata», cioè il caos primordiale che precede l'ordine posto dalla divinità. Da ciò si ricava che, essendo la materia incapace a svolgere alcun movimento in quanto solo l'anima è capace d'agire con ordine e misura, solo l'anima può essere causa del male in quanto l'anima buona, che conosce l'ordine e la misura, porta la materia verso il bene, vincendo la sua tendenza verso il disordine mentre quella cattiva, per mancanza di ordine, asseconda la tendenza verso il disordine proprio della materia.
Il male problema politico Il superamento di tale male non è unicamente un problema soggettivo, ma dell'intera società, in quanto l'ignorante non può "autoinsegnarsi" quella sapienza che non ha per conoscere e fare il bene. La società, mediante l'insegnamento e la giustizia punitiva, può riuscire a combattere efficacemente tale male, senza però eliminarlo del tutto «perché il male non può perire, dal momento che è necessario che ci sia sempre qualcosa di opposto e contrario al bene».
Il male è di una necessità tale che ostacola persino l'azione ordinatrice del Demiurgo si possa realizzare, in quanto pur intervenendo per ristabilire l'ordine nelle cose, il male resta ugualmente. La necessità del male è tale che nemmeno la divinità riesce ad eliminarlo.
Il male secondo Aristotele Anche per Aristotele, come per Platone, il male fisico risiede nella materia e consiste nella privazione, nell'assenza di quella forma attraverso la quale la stessa materia prima, che è in potenza rispetto a tutte le forme, diventa un elemento dell'Essere non più costituito da due principi cioè il bene e il male, ma tre: materia, forma e privazione.
Con ciò, Aristotele, che ammette l'esistenza del male, non ritiene quest'ultimo, come lo stesso bene, una sostanza: il male e il bene sono degli accidenti, che appartengono alla categoria della qualità.
Quindi, essi non hanno un "essere per sé", cioè non esistono al di fuori delle cose, ma essendo accidenti della stessa sostanza, e contemporaneamente contrari, bene e male non possono trovarsi nella stessa sostanza: ogni cosa può essere potenzialmente bene e male, ma non contemporaneamente.
Il bene viene identificato da Aristotele come causa assoluta di tutte le cose, ma anche come causa finale, in quanto essa è contemporaneamente causa prima e termine ultimo di tutte le cose. Mentre il male consiste proprio nella privazione di questa tendenza della cosa verso la causa finale che è il bene. Tale privazione, in Aristotele, non si manifesta come una "tendenza naturale", come l'aveva definita Platone, ma come il fallimento di tale tendenza naturale. Ciò ci spiega che, mentre per Platone il male è sempre in agguato, per Aristotele è il bene che è sempre pronto ad attualizzare l'essere in potenza.
Quindi il male è: «Ciò che ha potenza d'esser mosso o di agire in un determinato modo è buono; e ciò che ha potenza di essere mosso o di agire in un altro modo contrario al primo è cattivo».
Il bene e il male, per lo stagirita, riguardano in particolare quegli esseri dotati della facoltà di scegliere; in questo modo, bene e male divengono oggetti della volontà, riportando il problema del male nella sfera morale.
Tale problema morale, affrontato da Aristotele nell'''Etica Nicomachea, viene rappresentato come un atto ingiusto commesso dall'uomo. Tale atto volontario pone il dilemma che, se per l'uomo giusto oggetto della propria volontà è il bene, per l'uomo malvagio sarà bene invece il male.
Naturalmente, di tale male il malvagio è responsabile, in quanto l'atto che commette l'uomo con cui vuole un bene che non lo è, è simile a quell'atto compiuto dall'uomo che vuole un bene che lo è. Da ciò ricaviamo che gli atti di vizio e, quindi, quelli che producono il male, sono atti volontari. Se non lo fossero non dovrebbe esistere la vita etica.