La battaglia di Caravaggio fu combattuta il 15 settembre 1448 tra l'esercito dell'Aurea Repubblica Ambrosiana e quello della Repubblica di Venezia. La battaglia rappresentò il culmine di una serie di scontri che ebbero inizio il 29 luglio 1448 nelle campagne attorno Caravaggio, nella Bassa Bergamasca.

Storia Antefatti Il 13 agosto 1447 morì Filippo Maria Visconti, duca di Milano, senza lasciare eredi. Il giorno successivo un gruppo di nobili milanesi proclamò l'Aurea Repubblica Ambrosiana, di simpatie ghibelline e anti-veneziana. Il nuovo governo, tuttavia, non fu riconosciuto da Parma e Pavia, che si proclamarono indipendenti e nemmeno da Lodi e Piacenza che scelsero di allearsi con i veneziani. Per evitare un'ulteriore frammentazione del territorio dell'ex-Ducato di Milano, l'Aurea Repubblica Ambrosiana chiamò i cittadini alle armi e il 3 settembre decise di affidare l'esercito a Francesco Sforza, condottiero ormai famoso in tutta Italia nonché marito di Bianca Maria Visconti, energica figlia naturale del defunto duca. Lo Sforza progettava di invadere la pianura bergamasca, spingere il nemico a ritirarsi oltre l'Oglio per poi portarsi alle spalle di Lodi e Caravaggio, circondandole e costringendole alla resa. Gli ambrosiani non erano di questo avviso e ordinarono allo Sforza di limitarsi a marciare oltre l'Adda su Lodi e Caravaggio, avendo intenzione da una parte di scacciare la minaccia veneziana, dall'altra di terminare la guerra il prima possibile poiché le scarse risorse a disposizione non permettevano di sostenere una lunga campagna e non desideravano consumarle per un'impresa così rischiosa. Le vettovaglie e quanto necessario per gli assedi sarebbero state garantite dall'Aurea Repubblica Ambrosiana. Lo Sforza, molto contrariato, obbedì e si ricongiunse alle sue truppe presso Cremona. Decise di inviare un contingente al comando di Giovanni da Camerino verso Caravaggio così da impedire ai veneziani di prenderne possesso. La mossa fu vana poiché il 28 luglio 1448 il bolognese Ludovico Malvezzi e Matteo di Capua con 700 cavalieri e Diotisalvi Lupi con 800 fanti erano giunti in difesa della cittadina, espellendo tutti coloro che si sospettava parteggiassero per i milanesi.Corio, Storia di Milano, vol. III, pp. 40-41

Assedio di Caravaggio Il 29 luglio 1448, dopo cinque giorni di marcia, l'esercito milanese giunse nei pressi della cittadina mentre quello veneziano si accampava nei pressi di Romano. Caravaggio era difesa da una cinta muraria lunga circa un miglio provvista di fossato allagato e da un castello (oggi scomparso) che sorgeva presso l'angolo nord-occidentale delle mura. Come se non bastasse, poco dopo essere giunto sul luogo, Francesco Sforza apprese che il grosso dell'esercito veneziano si stava avvicinando rapidamente. Decise pertanto di costruire un campo fortificato alla distanza di due tiri di balestra dalle mura della cittadina, quindi cinse d'assedio il castello e iniziò a martellarlo con l'artiglieria. Ordinò al grosso dell'esercito di portarsi sul lato orientale della cittadina e lo dispose in questo modo: i bracceschi alla difesa della strada per Morengo nelle campagne a nord-est delle mura, infine, da sud-est verso sud-ovest le truppe alla guida di Luigi Dal Verme, Cristoforo Torelli, Carlo Gonzaga e Guglielmo VIII del Monferrato. Alcuni giorni dopo a rinforzo dell'esercito milanese giunsero i soldati al comando dei fratelli Amerigo, Bernabò e Francesco Sanseverino, Orso Orsini, Angelo da Lavello, Fioravante Oddi, Antonio Ventimiglia e Giorgio di Annone. I nuovi arrivati, in tutto cavalieri e centinaia di fanti, vennero schierati ad oriente della città sulla strada per Fornovo San Giovanni. Caravaggio si trovava così completamente circondata. Francesco Sforza, avendo appreso che l'esercito veneziano era giunto sulle rive dell'Oglio, ordinò ai guastatori di tagliare tutte le strade per Caravaggio così da rallentarne l'avanzata, fece poi scavare fossati, trincee ed erigere terrapieni a protezione degli accampamenti e realizzare una strada per migliorare i collegamenti da Caravaggio a Fornovo. Quest'ultimo borgo si veniva a trovare ai limiti orientali dell'accampamento milanese ed era difeso da un fossato allagato costruito anni addietro che lo Sforza decise di fortificare parzialmente per una lunghezza di quattrocento passi mentre il lato orientale era difeso, oltre che dal fossato, da un terreno boscoso reso paludoso dalla roggia Alchina. Decise infine di realizzare un ponte mobile sul fossato a occidente del borgo.Corio, Storia di Milano, vol. III, pp. 41-42

Battaglia di Morengo Il 30 luglio i veneziani iniziarono ad accamparsi presso il borgo di Morengo, quattro miglia a nord-est di Caravaggio. Lo Sforza ne fu informato all'alba del giorno successivo dagli esploratori e, lasciato un presidio nell'accampamento fortificato al fine di proseguire l'assedio del castello, mosse con la cavalleria verso quel borgo. Durante il tragitto apprese che le prime squadre veneziane avevano oltrepassato Morengo giungendo in prossimità del Fosso Bergamasco, un canale artificiale che segnava il confine tra il Ducato di Milano e la Repubblica di Venezia. La cavalleria milanese avanzò sino al Fosso dove caricò la fanteria nemica facendone strage per poi trovarsi a sua volta in difficoltà dal momento che i cavalli venivano feriti o uccisi dai balestrieri schierati dietro la roggia Cava. Francesco Sforza inviò in soccorso della cavalleria due squadre di fanteria al comando di Jacopo Piccinino. Gli scontri durarono circa due ore. Nel frattempo Michele Attendolo, comandante dell'esercito veneziano nonché cugino dello Sforza, era stato informato dagli esploratori della disposizione dell'esercito milanese ma alla luce delle robuste difese dell'accampamento nemico esitava ad attaccare. Alcuni dei suoi consiglieri militari lo sostennero consigliandogli prudenza mentre altri, su tutti Bartolomeo Colleoni e Tiberto Brandolini, lo incitavano ad attaccare al più presto. I due infatti si erano recati, sotto mentite spoglie, ad ispezionare personalmente la posizione dell'esercito milanese e avevano scoperto che il lato orientale di Fornovo non era fortificato poiché lo Sforza si era creduto abbondantemente protetto da una boscaglia pantanosa, che pareva un ostacolo invalicabile alla cavalleria. Il Colleoni e il Brandolini la pensarono diversamente e sostennero che era possibile lanciare un attacco da quella parte. Il loro parere infine ebbe la meglio ma non fu l'unico fattore che spinse l'Attendolo ad attaccare. Si era già infatti alla fine di luglio, presto le piogge avrebbero potuto rendere più difficoltoso proseguire la campagna militare. Le autorità veneziane, inoltre, lo pressavano affinché ottenesse una vittoria decisiva contro l'esercito dello Sforza, unico ostacolo che si frapponeva tra la Serenissima e la debole Aurea Repubblica Ambrosiana, la cui caduta avrebbe decretato la fine dello stato milanese. Il grosso dell'esercito veneziano, al comando di Guido I Rangoni, oltrepassato il borgo di Bariano, si diresse verso Fornovo per attaccare l'accampamento milanese sul lato orientale. Lo Sforza, informato del diversivo e consapevole della debolezza del fianco orientale dell'accampamento rimasto pressoché sguarnito, ordinò a Francesco Piccinino di soccorrere il fratello Jacopo e tenere a bada i veneziani fino al suo ritorno ma, poiché non si fidava di lui, lo fece accompagnare da Dolce dell'Anguillara, poi cavalcò verso le squadre rimaste presso Caravaggio per verificare la situazione ed incitarle in vista dell'imminente battaglia. Francesco Piccinino si portò sino a due tiri di balestra dall'accampamento milanese, poi ordinò ai suoi soldati di arrestarsi e mantenere le posizioni. Secondo il Corio questa decisione fu motivata da invidia nei confronti dello Sforza, inoltre pare che il Piccinino non avesse alcuna intenzione di rischiare i suoi uomini preferendo assistere alla battaglia per poi combattere al momento opportuno al fianco del partito al quale sorrideva la sorte. Il fratello minore, Jacopo Piccinino, turbato per l'accaduto, gli fece recapitare un messaggio tramite un cavallante nel quale lo rimproverava dicendo che con quell'atteggiamento stava mettendo in pericolo se stesso e i propri uomini. Francesco Piccinino, malgrado molti dei suoi uomini lo pregassero di accorrere in aiuto al resto dell'esercito milanese, restò fermo sulle proprie posizioni e Dolce dell'Anguillara, persuaso dai trombettieri, non si oppose, pensando che tale ordine fosse venuto direttamente dallo Sforza. Michele Attendolo, accortosi che i milanesi stavano per oltrepassare il Fosso Bergamasco ed essendo ancora impegnato nella realizzazione dell'accampamento, ordinò all'avanguardia di contenerli ma di non inseguirli in modo che non si allontanassero troppo. Quando lo Sforza giunse presso il luogo in cui si supponeva i veneziani stessero attaccando non trovò il nemico e si accorse che le informazioni in suo possesso erano false pertanto lasciò il Dal Verme alla difesa di quel lato e cavalcò di nuovo verso il Fosso, tre miglia più a nord. Qui trovò che le truppe milanesi non erano ancora riuscite a passare il Fosso e che tale ordine era giunto da Francesco Piccinino. Furioso per l'accaduto che gli aveva fatto perdere un'occasione per catturare l'accampamento nemico, rimproverò Dolce dell'Anguillara, il quale si scusò e svelò l'insubordinazione del Piccinino. Essendo ormai pomeriggio inoltrato ordinò poi a tutte le truppe di ritornare all'accampamento. I veneziani, avendo scampato il pericolo di essere travolti durante la costruzione dell'accampamento, vi richiamarono tutte le truppe e lo fortificarono. Lo Sforza radunò un gran numero di guastatori, reclutandoli anche dai paesi circostanti, dal momento che da Milano ne giungevano in numero insufficiente. Nei giorni successivi fece rinforzare le fortificazioni del campo di battaglia con un fossato allagato lungo quattro miglia, provvisto di un argine alto dodici piedi sopra il quale fece costruire una palizzata provvista di bastioni. La nuova fortificazione partiva dal terreno paludoso e boscoso presso Fornovo e due lati davano verso il campo di battaglia. I veneziani, dal canto loro, scavarono una fossa a circa mezzo miglio dal Fosso Bergamasco e dietro di essa schierarono tutta la fanteria e una parte della cavalleria per dissuadere i milanesi ad assaltarli su quel lato. Francesco Sforza, avvedutosi che i nemici avevano assunto una posizione difensiva, ordinò di interrompere la realizzazione delle fortificazioni e schierò le truppe nella piana davanti alla nuova fossa veneziana. Al tramonto, ordinò agli archibugieri, appena arrivati da Milano, di attaccar battaglia. Il fuoco degli archibugieri sollevò un fumo così denso che la visibilità ne risultava compromessa e una squadra non riusciva a distinguere quella vicina. Nel combattimento, oltre agli archibugi, furono utilizzati verrettoni, spingarde, schioppi e bombarde. Molti veneziani caddero o rimasero feriti nei pressi del nuovo fossato finché Guido I Rangoni ordinò loro di ritirarsi a difesa del fossato che cingeva l'accampamento. Nel frattempo alcune squadre di schioppettieri e balestrieri milanesi, guidati da Roberto Sanseverino ed Antonello da Corneto, oltrepassarono la roggia Cava sconfiggendo i balestrieri che la presidiavano, poi si diressero verso il campo nemico. I veneziani opposero una strenua resistenza presso le tende ma alla fine, giunta la notte, furono costretti a cedere e ritirarsi dal campo; lo Sforza a sua volta ordinò alle truppe di ritornare agli accampamenti dopo aver colmato il fossato.Corio, Storia di Milano, vol. III, pp. 42-45

Guerra di trincea