Il carcere di San Vittore è un istituto penitenziario che si trova a Milano in piazza Filangieri 2. La sua costruzione inizia nel maggio del 1872, mentre viene inaugurato il 24 giugno 1879 durante il Regno d'Italia da Umberto I. Dal 2017 l'istituto è ufficialmente denominato casa circondariale «Francesco Di Cataldo», in memoria del maresciallo degli agenti di custodia ucciso dalle Brigate Rosse nel 1978. Il complesso sorge su un'area in precedenza occupata dal convento dei Cappuccini e dalla antica chiesa di San Vittore agli Olmi, da cui il carcere prende il titolo.

Storia

La costruzione del nuovo carcere venne decisa dopo l'Unità d'Italia insieme ad altri provvedimenti di miglioramento delle infrastrutture milanesi, durante il periodo tra l'unificazione e il piano regolatore del 1889. Fino a quel momento, i detenuti erano rinchiusi in strutture non attrezzate allo scopo, tra cui l'ex-convento di Sant'Antonio abate, nel tribunale e nell'ex-convento di San Vittore. Per la costruzione della nuova struttura il governo acquistò dei lotti in zona periferica e poco edificata (l'attuale area tra corso Magenta e porta Ticinese) e incaricò l'ingegnere capo del genio civile Francesco Lucca, che si rifece al modello settecentesco del panopticon e disegnò un edificio a sei bracci di tre piani l'uno. Tra i raggi vennero costruite le cosiddette "rose" di passeggio, divise in venti settori destinati ciascuno a un singolo detenuto, per impedire la comunicazione tra i reclusi. Su piazza Filangieri venne costruito un edificio in stile medievale in cui vennero collocati gli uffici e l'abitazione del direttore. Originariamente era in stile medievale anche il muro di cinta, ma oggi è stato quasi completamente ricostruito per motivi di sicurezza. Il corpo di guardia alle spalle degli uffici costituisce un'ulteriore barriera tra l'interno e l'esterno.

Nel periodo di costruzione venne a mancare il progettista e direttore dei lavori Francesco Lucca, deceduto nell'agosto 1875. La direzione passò all'esperto collega ingegnere capo del genio civile, nonché noto trattatista, Antonio Cantalupi (1811-1898), che portò a termine i lavori.

Il campo di concentramento provinciale di San Vittore durante l'occupazione tedesca di Milano Alla caduta del fascismo, il 25 luglio 1943, a San Vittore avvenne una rivolta, repressa ferocemente dall’autorità militare che aveva cominciato a dirigere l’ordine pubblico..

Durante il secondo periodo bellico tra settembre 1943 e aprile 1945 il carcere di San Vittore fu soggetto in buona parte alla giurisdizione delle SS. Dopo aver occupato Milano il 12 settembre 1943 e aver stabilito già il 10 settembre presso l'Albergo Regina & Metropoli, a due passi dal duomo, il quartier generale nazista della Polizia di sicurezza e della Gestapo, le SS presero possesso anche del carcere milanese controllando e gestendo tre dei sei raggi del carcere, e precisamente il IV e il VI raggio destinato ai prigionieri politici e il V destinato agli ebrei in attesa di deportazione e conosciuto anche come «il girone degli impiccati», il «girone infernale» e il «raggio maledetto» Da questo momento il carcere di San Vittore avrà per gli ebrei, funzione di campo di concentramento provinciale, e funzionerà come luogo di raccolta per la deportazione di tutti gli arrestati nelle più grandi città del Nord come Genova e Torino o di quelli arrestati al confine con la Svizzera.. I rimanenti raggi del carcere invece continuarono come sempre a essere impiegati per la reclusione dei detenuti comuni sotto la direzione della Questura di Milano.

Il settore tedesco del carcere fu retto dapprima da Helmuth Klemm, poi dal vice maresciallo Leander Klimsa e infine dal caporalmaggiore Franz Staltmayer, detto «la belva», noto per la brutalità verso i detenuti; alle torture collaboravano anche agenti italiani dell'Ufficio politico investigativo della Guardia Nazionale Repubblicana. Il regolamento del carcere era durissimo e le condizioni igieniche drammatiche; agli ebrei erano negati anche i pochi diritti concessi agli altri prigionieri, come l'ora d'aria, l'assistenza sanitaria e la possibilità di ricevere lettere e pacchi. Gli interrogatori, accompagnati da sevizie di ogni genere, si svolgevano in uno stanzone a pian terreno detto il «refettorio». Sette ebrei morirono in carcere; i convogli di ebrei partiti da San Vittore verso i campi furono complessivamente quindici: il primo diretto ad Auschwitz il 6 dicembre 1943, l'ultimo verso Bolzano il 15 gennaio 1945. Non mancò chi cercò di rendere meno drammatiche le condizioni di vita dei detenuti: da suor Enrichetta Alfieri ai medici antifascisti Gatti e Giardina, che riuscirono a salvare alcuni reclusi dalla deportazione e ne favorirono la fuga.

Molti reclusi erano stati fermati o arrestati dalla polizia politica fascista; ad essi si aggiungevano gli arrestati per reati comuni e i prigionieri catturati da autorità italiane o tedesche per il servizio obbligatorio del lavoro. Parecchi erano rinchiusi senza registrazione o con una registrazione sommaria; la corruzione degli agenti di custodia era assai diffusa. I detenuti ebrei erano sottoposti a una stretta sorveglianza. Da San Vittore transitarono molti lavoratori dell'area industriale di Sesto San Giovanni deportati per motivi politici nei lager nazisti.

Le vicende riguardanti i raggi tedeschi sono poco documentate dalle carte e molto di più dal ricordo e dalle testimonianze di coloro che vi furono detenuti. Un documento ufficiale italiano del novembre 1944 attesta l'esistenza nel carcere di un «braccio tedesco» e di un tribunale germanico, che giudicava i cittadini italiani ivi ristretti secondo i regolamenti tedeschi e al di fuori di ogni controllo dell'autorità italiana: dopo il giudizio, i detenuti ritenuti idonei venivano avviati al lavoro obbligatorio in Germania, mentre quelli ritenuti «gravemente compromessi» erano destinati ai campi di concentramento.AS MI - Gabinetto di prefettura secondo versamento - busta n. 396 - fascicolo categoria 37: documento del 2/11/1944 "Appunti al Duce. Carceri giudiziarie" firmato da Mario Bassi.

Da questo edificio, tramite l'organizzazione dei Gruppi di Azione Patriottica (GAP), venivano fatti fuggire ebrei e detenuti politici. Essi venivano trasportati all'ospedale Niguarda di Milano con diagnosi di finte febbri, poi grazie ad infermiere come Maria Peron, venivano forniti di abiti civili e aiutati a fuggire verso la libertà..

Luigi Borgomaneri,Luigi Borgomaneri, Hitler a Milano: crimini di Theodor Saevecke capo della Gestapo, Roma, Datanews, 1997. autore di un saggio sul capo della Gestapo Theodor Saevecke e consulente nel processo a carico dell'ex capitano delle SS tedesche, fornisce diverse testimonianze su ciò che accadeva all'interno di San Vittore dal 1943 al 1945. Dei molti detenuti entrati e usciti dal "braccio tedesco" di San Vittore si trova testimonianza nei registri di iscrizione (libri matricola) che sono custoditi presso diversi istituti di conservazione.Due di questi si trovano nell'Archivio di Stato di Milano (AS MI - Carceri giudiziarie di Milano - serie Registri di iscrizione dei detenuti - pezzi n. 235 e 236), altri presso il Museo del Risorgimento di Milano e presso la Fondazione ISEC - Istituto per la Storia dell'Età Contemporanea di Sesto San Giovanni (Fondo Carte Panizza).

Vi fu detenuta Liliana Segre, futura attivista e testimone dell'olocausto, con il padre Alberto, prima che entrambi venissero deportati ad Auschwitz.. A tal proposito Liliana Segre ha ricordato il grande calore e la straordinaria umanità dimostrata dai reclusi di San Vittore soprattutto quando, dopo il loro "soggiorno" a San Vittore, venne il tempo di essere avviati al binario 21 della stazione Centrale per la deportazione:

Anche una delle guardie carcerarie, Andrea Schivo, fu detenuto a San Vittore e poi deportato per aver aiutato alcuni detenuti ebrei fornendogli del cibo, non fece più ritorno, morirà il 29 gennaio 1945 nel campo di concentramento di Flossenbürg. Dal 2006 è onorato come Giusto tra le Nazioni dallo Yad Vashem di Gerusalemme. In visita al carcere nel gennaio 2020, la senatrice Liliana Segre ha ricordato la scelta di umanità di Schivo e la solidarietà mostrata dai detenuti comuni verso gli ebrei avviati alla deportazione, definiti «una manna nel deserto dei sentimenti, dell'etica e dell'umanità». Alle vittime della deportazione partite dal binario 21 della stazione Centrale è oggi dedicato il Memoriale della Shoah.

Figura centrale dell'assistenza ai reclusi fu suor Enrichetta Alfieri, staffetta partigiana e membro effettivo della Resistenza, ricordata da una lapide all'interno del carcere, dove prestava servizio dal 1923. Dopo l'occupazione tedesca dell'8 settembre 1943 divenne, insieme ad altre suore, il principale collegamento tra i detenuti e l'esterno: nascondeva su di sé lettere e messaggi per i reclusi e faceva pervenire fuori dal carcere notizie che consentirono a molte persone in pericolo di fuggire o di distruggere prove, proteggendo così varie strutture della Resistenza. Scoperta, fu arrestata per spionaggio il 23 settembre 1944 e rinchiusa in una cella di rigore in attesa della fucilazione o della deportazione in Germania; si salvò per l'intervento dell'arcivescovo di Milano Alfredo Ildefonso Schuster, che le fece commutare la pena in un confinamento presso l'Istituto Palazzolo di Grumello del Monte. Il 7 maggio 1945, a guerra finita, tornò a San Vittore insieme a componenti del Comitato di Liberazione Nazionale di Milano e vi operò sino alla morte, nel novembre 1951.

È attestata una rivolta dei detenuti politici in occasione dell'insurrezione del 25 aprile 1945, la liberazione definitiva dei carcerati avverrà ad opera dei partigiani delle Brigate Matteotti.Carlo Strada, Nel nome di Matteotti: materiali per una storia delle Brigate Matteotti in Lombardia, 1943-45, Franco Angeli, 1982; Mauro De Agostini, Franco Schirone, Per la rivoluzione sociale. Gli anarchici nella Resistenza a Milano (1943-1945), Milano, Zero in condotta, 2015, p. 141-146

La rivolta del 1946

Il 21 aprile 1946 scoppiò nel carcere, sovraffollato di detenuti, fra cui molti detenuti politici sia fascisti che partigiani, una sanguinosa rivolta armata guidata dal criminale Ezio Barbieri e l'ex gerarca fascista Giuseppe Caradonna, che fu sedata quattro giorni dopo con l'uso delle armi dalle forze dell'ordine con l'aiuto dell'esercito (reparti della Nembo e della Folgore) e l'intervento di autoblindo; da questa vicenda lo scrittore Alberto Bevilacqua trasse il romanzo La Pasqua rossa.

Evasioni Il 28 aprile 1980, l'esponente delle Brigate Rosse Corrado Alunni tenta di evadere dal carcere assieme a un gruppo di sedici detenuti composto dal bandito Renato Vallanzasca, boss della banda della Comasina, dal suo vice Antonio Colia, da Emanuele Attimonelli (esponente dei NAP) e da altri detenuti comuni. Una volta fuggiti dal carcere, avendo minacciato le guardie con armi arrivate dall'esterno per farsi aprire il portone, inseguiti dalle forze dell'ordine, i detenuti scatenano una lunga sparatoria per le vie del centro di Milano nella quale Alunni rimane ferito, colpito allo stomaco da due colpi di mitra, e anche Vallanzasca ne esce gravemente ferito alla testa, prima che la rete della polizia si stringa attorno a loro e riesca a catturarli, mentre in sei riescono, sia pure provvisoriamente, a far perdere le loro tracce.

Gli anni di piombo e Tangentopoli Il 20 aprile 1978, durante gli anni di piombo, il vice comandante degli agenti di custodia del carcere, il maresciallo Francesco Di Cataldo, fu assassinato davanti alla propria abitazione dalla colonna milanese «Walter Alasia» delle Brigate Rosse; nel 2017 l'istituto è stato intitolato alla sua memoria.