Gli Inca,Cfr. "Inca" nell'enciclopedia Treccani talvolta anche indicati come Incas,Cfr. "Inca o Incas" nell'enciclopedia Sapere. furono gli artefici di una delle maggiori civiltà precolombiane che si sviluppò nell'altopiano andino, tra il XII e il XVI secolo, giungendo a costituirvi un vasto impero che crollò definitivamente nel 1572. Etimologia Il termine Inca è perlopiù usato come sostantivo, generalmente al plurale (gli Inca), ma viene utilizzato anche come aggettivo per qualificare manifestazioni varie di questo popolo (ad esempio si usano espressioni quali architettura inca, religione inca, scrittura inca). Il complesso delle attività culturali e formative della collettività in esame viene comunemente indicato come civiltà inca, ma non è raro l'utilizzo del termine gli Inca per riferirsi, in senso lato, alla loro cultura.
Gli Inca: la stirpe Origini Gli studiosi di storia precolombiana si sono sempre domandati se gli Inca fossero stati una stirpe o se fossero giunti nell'attuale Perù a seguito di una migrazione da paesi lontani. Particolari ricerche sono state indirizzate a risolvere il problema esaminando gli aspetti legati alla morfologia, all'archeologia e alla linguistica, mentre altre si sono orientate sullo studio dei miti delle origini tramandati dai cronisti spagnoli.
Esami morfologici Già William H. Prescott, nella sua monumentale Conquista del Perù, aveva fatto riferimento a delle differenze riscontrate tra i cranii di Inca e quelli di peruviani comuni. La sua osservazione derivava dalla lettura di Crania americana, un'opera del suo compatriota Samuel George Morton, uscita in Filadelfia nel 1839. Morton aveva effettuato delle accurate misurazioni dei crani delle mummie peruviane con tutt'altro scopo. Era un convinto assertore della teoria della poligenesi e tendeva a dimostrare che le etnie umane non derivavano dal medesimo ceppo, inoltre riteneva che la misura del cervello determinasse il livello d'intelligenza. Tuttavia dai suoi studi emergeva che i crani di Inca differivano da quelli dei loro sudditi comuni per un angolo facciale molto più sviluppato.
Le sue osservazioni hanno alimentato per lungo tempo la convinzione che gli Inca appartenessero a un'etnia estranea alle Ande, ma i moderni ricercatori hanno opposto alcune considerazioni assai penetranti: le ricerche di Morton sono state effettuate su un numero troppo esiguo di reperti per poterle accettare come conclusioni generalizzate. Inoltre non tenne conto delle pratiche di deformazione del cranio, diffuse nel Perù dell'epoca, che differivano da etnia a etnia con risultati anche imponenti.
Ricerche sul DNA Sul piano della ricerca morfologica il quesito è quindi lungi dall'essere risolto, ma in un altro campo della scienza moderna sono in atto delle ricerche promettenti. Alcuni studiosi peruviani intendono infatti procedere alla ricostruzione del DNA degli Inca per effettuare opportuni controlli. Per portare a termine una valida ricostruzione è però necessaria una mummia sicuramente “inca” e solo una di quelle appartenenti all'"élite" del tempo, notoriamente dedita all'endogamia, può dare un risultato sicuro. Le mummie dei regnanti sono però state distrutte, anche se dalle cronache dell'epoca sappiamo che cinque di loro, tre imperatori e due loro consorti, sono state seppellite in un fosso dell'ospedale di Sant'Andrea di Lima. Se il ritrovamento di questi resti consentirà la ricostruzione del codice genetico degli Inca, le ricerche potranno essere eseguite, ma esiste anche un'altra possibilità. L'ultimo sovrano Inca, Túpac Amaru, fu decapitato nella Cuzco coloniale e il suo corpo, con la testa separata, fu inumato in una cappella della cattedrale dell'antica capitale degli Inca. Il suo sepolcro è già stato aperto in passato, ma nessuno ha potuto ottenere dalle autorità ecclesiastiche il permesso di esumare la salma. Recentemente la studiosa spagnola María del Carmen Martín Rubio, del Consiglio Superiore delle Investigazioni Scientifiche (CSIC), ha dichiarato di aver scoperto la tomba di un altro Inca, nel convento di San Domingo del Cuzco e di aver appreso da documenti conservati nel convento stesso che si tratta di Paullu Inca, zio per parte di padre di Tupac Amaru. La sua indiscussa autorità professionale dovrebbe consentirle di effettuare quelle ricerche che ha in progetto di fare sul DNA delle spoglie dei due personaggi, per confrontarle tra loro e con le mummie comuni peruviane, sciogliendo così il mistero dell'origine degli Inca.
Linguaggio segreto degli Inca Garcilaso de la Vega assicura nella sua opera Commentarios Reales che gli Inca parlavano una lingua segreta sconosciuta al resto del popolo. Egli attribuisce certezza a questa informazione, asserendo di averla ricevuta da suoi parenti Inca di nobile lignaggio, ma rileva che questa lingua era ormai perduta quando egli scriveva.
Bernabé Cobo ritorna sull'argomento nella sua "Historia del Nuevo Mundo" e conferma Garcilaso. Il gesuita sostiene di aver ricevuto informazioni in proposito da un suo informatore indigeno, Alonso Topa Atau, un nipote dell'antico sovrano Huayna Cápac che gli avrebbe permesso l'accesso alle tradizioni più riservate dell'antica stirpe decaduta. Cobo ha approfondito con il suo interlocutore i particolari della questione e dichiara di aver appreso che gli Inca consideravano questo linguaggio particolare il residuo di quello che parlavano nel luogo natio della loro stirpe. Si tratta della valle di Tampu, in cui è ubicato il luogo sacro di origine della dinastia, secondo i miti riferiti alla nascita dell'eroe primordiale Manco Cápac. Cobo conferma che al suo tempo la lingua non era più in uso e riferisce che sussistevano alcuni vocaboli ma non li cita. Un'ulteriore affermazione ci perviene da un osservatore spagnolo ancora più antico, Rodrigo Cantos de Andrada, che nella sua Relación de la Villa Rica de Oropesa y minas de Guancavelica del 1586, descrive l'abitudine degli Inca a usare tra loro un linguaggio "segreto", severamente vietato agli altri sudditi. In mancanza di dati precisi gli studiosi di linguistica hanno elaborato diverse teorie basate sull'interpretazione di alcuni nomi di luoghi o propri di sovrani che sfuggivano a una classificazione tradizionale e che potevano essere riferiti al linguaggio segreto degli Inca. Gli esperti si sono divisi circa la loro attribuzione al quechua o all'aymara ma le loro teorie non hanno raggiunto la certezza. Recentemente la scoperta dell'opera completa di Juan de Betanzos ha permesso di recepire un breve cantare attribuito al linguaggio particolare degli Inca.
Tra gli studiosi cimentatisi nella sua interpretazione, Ian Szeminski ha optato per una derivazione principalmente aymarà del testo con inclusioni di lingue quechua e puquina. Alfredo Torero ha escluso il puquina di cui è dotto investigatore. Rodolfo Cerrón-Palomino, invece, nel suo saggio El cantar de Inca Yupanqui y la lengua secreta de los incas ha messo in evidenza come la base del linguaggio segreto degli Inca fosse proprio il puquina. Egli è giunto a questa conclusione, con prove irrefutabili, usando le sue profonde conoscenze linguistiche e le sue esperienze di studi storici sugli Inca. Dalla sua ricostruzione emerge che gli Inca erano originari di una zona prospiciente al lago Titicaca in cui si parlava il puquina, successivamente scomparso. Abbandonata la regione si sarebbero stanziati nei pressi del Cuzco dove dominava la lingua aymará per poi imporre a tutti i loro sudditi il quechua come lingua imperante sull'altopiano andino. Il loro linguaggio segreto sarebbe stato un arcaico puquina, dimenticato con il tempo e preservato solo all'interno dell'élite. La sua ricerca proverebbe pertanto che gli Inca sono originari di un'area estranea alla valle del Cuzco, collocata comunque sull'altopiano andino, nei pressi del lago Titicaca.
Ricerche archeologiche
Malgrado le promettenti premesse iniziali, l'archeologia non ha permesso di dipanare il mistero dell'origine degli Inca. Scavi approfonditi nell'area del Cuzco hanno dimostrato che l'uso della ceramica inca appare improvvisamente su un anteriore substrato estraneo, a riprova dell'arrivo dei suoi utilizzatori, in situ, quando erano già in possesso delle necessarie tecniche artistiche e costruttive. Successive investigazioni su reperti apparentati trovati in altre aree centroamericane non hanno invece consentito di riconoscervi un'origine comune essendo prevalente l'opinione di uno scambio limitato tra diverse culture, principalmente tre. Manufatti di natura inca prevalentemente metallici sono stati in effetti ritrovati in tutto il continente sudamericano, frutto di scambi o di razzie essendo i loro possessori a un livello culturale nettamente inferiore a quello peruviano. Si osserva che l'esistenza dell'Impero inca era già nota ai portoghesi almeno dieci anni prima della sua scoperta, grazie ai racconti degli indigeni della regione del Río de la Plata con cui erano in contatto. Un avventuriero lusitano, Alejo García, partecipò personalmente nel 1526 a una spedizione/razzia degli indigeni Guaraní giungendo, attraverso la selva, fino ai confini orientali del regno di Huayna Cápac.
I miti delle origini Il ricordo di una migrazione umana dal Centro America all'emisfero Sud del continente traspare in numerosi miti raccolti, dai primi colonizzatori spagnoli, già negli anni immediatamente successivi alla conquista. La maggior parte di questi racconti leggendari è riferita a un'indistinta umanità senza distinguere tra le differenti razze, ma alcuni sono specifici di particolari zone geograficamente circoscritte. È questo il caso del suggestivo mito di Naymlap raccolto da Cabello de Balboa che ipotizza una migrazione per mare da Nord fino alle coste centrali peruviane. Si tratta di un antico cantare, molto articolato, che però non ci aiuta a sviscerare il problema delle origini degli Inca essendo attinente solo alle popolazioni della costa.
Diverso è il caso del mito tramandato da Anello Oliva nella sua Historia del reino y provincias Perù. Anche questo racconto ha per scenario la costa peruviana, ma si riallaccia, nella parte terminale, alla nascita degli Inca. Secondo gli informatori di Oliva i primi abitatori del Perù sarebbero giunti da Nord e si sarebbero stanziati nella punta Sant'Elena il promontorio che anticipa il golfo di Guayaquil per i naviganti che giungono dall'Istmo di Panama. Il loro re, Tumbe, promosse senza esito alcune spedizioni verso il meridione e lasciò il regno a due figli, Quitumbe e Otoya, che ben presto si trovarono in disaccordo. Quitumbe abbandonò il paese con numerosi fedeli e giunse fino all'attuale cittadina di Tumbes, per fondarvi un proprio regno. Otoya invece restò nel luogo di origine, ma si dette a una vita viziosa e scellerata che provocò a lui e ai suoi sudditi un proverbiale castigo. La loro terra venne invasa da una razza di giganti che fecero scempio dei poveri indios. I giganti vennero infine sterminati da un dio giovane e volante che li fulminò tutti dall'alto con dei getti di fuoco, ma era ormai troppo tardi per Otoya, morto in prigione e per il suo popolo decimato e disperso.