Aspetto e personalità Nel ritratto che ne fece Jacques de Mailles, suo fedele scudiero nonché suo biografo, Baiardo appare un uomo dal volto affilato e pallido, con capelli bruni, un naso lungo e due occhi attenti e luminosi. Jacques scrive che Baiardo, piccolo di statura da bambino, crebbe notevolmente durante l'adolescenza, a sostegno di questo recenti studi sul suo cranio ipotizzano ch'egli avesse raggiunto , altezza notevole per la sua epoca.
Aymar du Rivail lo descrive "cortese, allegro; non orgoglioso, anzi modesto".
Per l'investitura a cavaliere che ricevette in battaglia, Baiardo si sentì sempre profondamente legato al codice d'onore cavalleresco. Lealtà assoluta anche verso i nemici, carità e soccorso furono le sue regole di vita, difatti si prodigò per il recupero delle prostitute e assistette di persona gli ammalati di peste. Mentre i suoi conterranei si abbandonavano alle violenze e alle razzie, Baiardo si mantenne sempre rispettoso nei confronti dei deboli e dei vinti, prodigandosi per la loro difesa, e ardeva di ira furibonda davanti ad ogni crudeltà e ingiustizia. Addirittura era solito pagare di tasca propria i beni che requisiva per necessità di vettovagliamento, mentre i suoi conterranei erano soliti strapparli semplicemente ai contadini con la violenza.
Poiché solitamente apriva l'avanguardia nelle avanzate e passava alla retroguardia nelle ritirate, ordinava ai suoi uomini di spegnere gli incendi che i suoi colleghi avevano appiccato nei borghi, e poneva sentinelle a difesa delle chiese e dei monasteri per impedire il saccheggio e lo stupro delle donne ivi rifugiate.
Tale era la fama della magnanimità del Baiardo che le genti d'Italia, le quali fuggivano nei boschi e sui monti all'arrivo degli armati, presero l'abitudine di correre incontro alle sue truppe acclamando a gran voce il suo nome e offrendogli in dono mercanzie.
Ciò non impedisce che in battaglia egli sapesse divenire combattente feroce e temutissimo, ove non conoscesse pietà né verso i nemici né verso sé stesso: egli sapeva di non entrare così in contraddizione con la vivissima fede religiosa che nutriva fin dall'infanzia, poiché Dio l'aveva voluto cavaliere ed egli si limitava a compiere la sua volontà, difatti non mancava mai di porsi nelle mani di Dio subito prima d'ogni scontro e d'ogni battaglia.
Biografia Le origini Pierre Terrail, signore di Bayard, nacque nell'omonimo castello, figlio di Aymon, signore di Bayard, e di Hélène Alleman-Laval, nei pressi di Pontcharra nel Delfinato, in un anno che, a seconda delle cronache, oscilla tra il 1473 ed il 1476. Ma poiché le fonti storiche sono abbastanza concordi nel riferire che cavaliere morì all'età di circa 50 anni, nel corso della battaglia di Romagnano Sesia del 1524, con una semplice operazione aritmetica la data di nascita si può porre in un arco temporale compreso tra il 1473 e il 1476. Discendeva da una famiglia della piccola nobiltà di spada del Delfinato, i cui membri avevano combattuto per due secoli sotto i gigli di Francia, durante la Guerra dei cent'anni cinque di questi erano morti in battaglia.
Il padre Aymon lo introdusse, ancora fanciullo, alle regole dell'ordine cavalleresco alle quali egli rimase fedele per tutta la vita. Grazie all'influenza dello zio Alleman arcivescovo di Grenoble, la cui diocesi comprendeva anche la Savoia, Pierre Terrail venne presentato al duca Carlo I in occasione di un suo temporaneo insediamento nel castello fortificato di La Perouse, situato a sole 10 miglia dallo Chateu Bayard al confine del Delfinato. Il duca Carlo I accolse Pierre tra i suoi paggi di corte e in quel ruolo, egli iniziò a perfezionare il suo addestramento militare che ben presto metterà al servizio dei sovrani di Francia. Rimase in Savoia fino al 1490 quando, terminato l'apprendistato nel mestiere delle armi a Torino, rientrò in Francia alla corte di Carlo VIII, servì come uomo d'arme al seguito di Luigi di Lussemburgo, duca di Ligny.
Durante la permanenza presso la casa dei Savoia, Baiardo conosce Pierre Poquières de Bellabre, poco più grande di lui, al quale il re Carlo VIII aveva affidato il compito di tenere sottocchio il giovane Baiardo e di ricondurlo a corte una volta che avesse compiuto l'addestramento. Fra i due nascerà una profonda amicizia destinata a durate per tutta la vita.
Prima Guerra d'Italia e battaglia di Fornovo Nel 1494 fu con Carlo VIII nella sua discesa verso Napoli, il 6 luglio 1495 combatté a Fornovo contro l'esercito della Lega Santa comandato da Francesco II Gonzaga. L'armata francese attraversò il fiume Taro all'alba, con le artiglierie all'avanguardia seguite da 400 lance al comando del Maresciallo di Gies e del Trivulzio, mercenari svizzeri e trecento tra arcieri e balestrieri a cavallo; più indietro il grosso dell'armata, dove stava lo stesso re Carlo VIII, al comando di Louis de la Trémoille; infine la retroguardia con le salmerie e i carriaggi. A contrastarne l'avanzata la Lega Santa schierò uomini d'arme, ottomila fanti e più di duemila tra cavalleggeri e stradioti. Il complesso piano ideato da Rodolfo Gonzaga, veterano delle guerre di Carlo il Temerario, prevedeva un contemporaneo attacco sulle tre sezioni dell'esercito francese seguite da successive ondate che sarebbero dovute avanzare solo quando ordinato. Lo scontrò duro circa un'ora, l'attacco all'avanguardia fu battuto senza problemi mentre al centro la cavalleria francese soffrì della carica italiana tanto che lo stesso Re si trovò a combattere nella mischia. Gli stradioti nel frattempo si lanciarono sulle salmerie, ignorando lo scontro e facendo razzie dei carri. Rodolfo Gonzaga cadde ucciso per una ferita al volto e non poté ordinare ai rinforzi di avanzare. Quando infine i francesi riuscirono a rompere gli squadroni italiani volgendoli in fuga, fecero strage di feriti e prigionieri, diversi capitani chiesero di dar seguito all'inseguimento oltre il fiume, così da poter catturare l'intero esercito nemico ormai in rotta, ma considerato l'esiguo numero dei suoi uomini, Carlo VIII preferì restare padrone del campo. La battaglia fu particolarmente cruenta nella sua brevità, l'esercito della Lega Santa soffrì più di tremila morti, i francesi un migliaio e persero tutte le salmerie, tra cui lo stesso bottino che Carlo VIII riportava da Napoli. L'esito della battaglia è perciò considerato incerto, di fatti, sebbene l'esercito francese avesse avuto meno perdite della Lega Santa, esso non era stato in grado di ottenere la completa vittoria sul campo, ed aveva sofferto la perdita del bottino e di altri preziosi simboli regii. Francesco II Gonzaga rivendicò la vittoria e commissionò al Mantegna il dipinto la Madonna della Vittoria. Nella battaglia Baiardo ebbe due cavalli morti e catturò uno stendardo nemico, fu quindi fatto cavaliere per il valore dimostrato.
Seconda Guerra d'Italia Carlo VIII morì nel 1498 che già progettava l'ennesima discesa in Italia. Gli successe il cugino, incoronato con il nome di Luigi XII di Francia. Costui era nipote di Valentina Visconti e quindi pretendente oltremontano al Ducato di Milano. Intenzionato a considerare subito la Lombardia come sua di diritto, allestì immediatamente un'alleanza con la Repubblica di Venezia, i patti prevedevano che le terre Lombarde sino al fiume Adda sarebbero toccate al francese, quelle orientali a Venezia. L'invasione comandata da Gian Giacomo Trivulzio, nominato Maresciallo di Francia, iniziò nell'agosto del 1499. Il cavalier Baiardo, sempre al seguito del Duca di Ligny, avendo avuta notizia che presso Binasco erano tenuti 300 destrieri della cavalleria ducale milanese, convinse i suoi compagni d'arme a tentarne la cattura, ma i milanesi, informati dalle sentinelle, si organizzarono per tempo e impedirono ai francesi di raggiungere i cavalli, tuttavia lo scontro volse in loro sfavore e furono costretti a ripiegare verso Milano. Baiardo li inseguì da solo fin dentro le mura della città, e venne fatto immediatamente prigioniero. Ludovico Sforza, stupito che un giovane cavaliere si arrischiasse tanto gli chiese perché avesse cavalcato fin dentro Milano, il cavaliere gli rispose che pensava che i suoi compagni lo seguissero, ma che questi dovevano esser più esperti di lui nel far la guerra, poiché se gli fossero andati dietro, anche loro sarebbero stati fatti prigionieri. Il Duca lo rilasciò senza richiedere alcun riscatto.
Nel 1500 l'esercito francese passò nel mezzogiorno dove tentò di nuovo l'impresa del Regno di Napoli che fu conquistato nel 1501, tuttavia la traballante alleanza stipulata con la Spagna nel trattato di Granada non resse alle tensioni e le due monarchie tornarono ad affrontarsi nel meridione.
Il duello con Soto-Majore L'episodio che rese veramente celebre Baiardo in Italia avvenne nel 1502, quando un guascone di nome Gaspar fece prigioniero Alonso de Sotomayor, un cavaliere spagnolo di statura imponente e reputato uomo d'arme. Intanto che Gaspar attendeva il riscatto dovuto, Baiardo prese in consegna il prigioniero per evitare che subisse villania, lo accolse nella propria dimora e lo trattò con tutti i rispetti e con gli onori concessi solamente ai propri amici. Lo spagnolo però, tornato libero, raccontò d'essere stato trattato villanamente da Baiardo e d'aver sofferto terribili pene. Non appena ne venne a conoscenza, Baiardo, indignatissimo, sfidò l'accusatore in un duello all'ultimo sangue.
Baiardo soffriva in quel periodo di gravi attacchi di malaria che lo debilitarono nel fisico e, in quanto malato, aveva diritto a farsi sostituire da un amico. L'amico Bellabre si offrì volontario, ma Baiardo rifiutò. Il giorno del duello era appena rimesso dall'ultimo attacco di febbri: dopo essersi steso sul terreno ed aver affidato la propria anima a Dio, scese in lizza ad attendere l'avversario. Sotomayor lo fece aspettare a lungo in armatura sotto il sole con l'intento di stancarlo e di indebolirlo ulteriormente.
Il generale La Palice, preoccupato per l'andamento della situazione, andò a sollecitare lo spagnolo a presentarsi in campo. Questi escogitò allora una nuova astuzia: poiché egli era lo sfidato, a lui toccava la scelta delle armi. Dichiarò di voler combattere a piedi, con stocco e pugnale, in questo modo, grazie alla propria corporatura, sarebbe stato in vantaggio sull'avversario. La richiesta era inusuale, i cavalieri avevano da sempre il dovere di scontrarsi a cavallo con lancia e spada. Sperava in tal modo, con la propria statura superiore, d'avere vantaggio sull'avversario. Baiardo scese da cavallo e il duello ebbe inizio.
Sotomayor indugiò sulle prime, volendo stancare l'avversario, e più volte ripeté la medesima mossa: sollevare a due mani la spada per calarla sulla testa di Baiardo, che sempre lo schivava. Alla quarta volta che la tattica si ripeteva, Baiardo, sfruttando l'occasione, si slanciò in avanti e con la punta della spada infilzò dal basso la gola scoperta dello spagnolo, quindi lo finì piantandogli il pugnale in un occhio. I francesi lo festeggiarono esultanti con suoni di tamburi e di piffari, ma Baiardo ordinò che tacessero, poiché non voleva che si festeggiasse la morte, quindi si recò in una chiesa ove si mise a pregare in ginocchio per l'anima del morto.
Battaglia di Garigliano