La ragione, in filosofia, è la facoltà dell'intelletto per mezzo della quale si esercita il pensiero razionale, ovvero quello rivolto ad argomenti astratti tipici del ragionamento, contrapponendosi alla sfera dell'irrazionalità. Analogamente in psicologia cognitiva indica la capacità cognitiva della mente di operare ragionamenti più o meno corretti.

La ragione è ritenuta dalla maggior parte dei filosofi una facoltà universale tale da essere condivisa tanto dagli umani quanto, teoricamente, da animali o da intelligenze artificiali che userebbero la ragione intesa come capacità di calcolo. Sono molti i pensatori, nella storia del pensiero, che si sono dedicati allo studio di questa nozione, dando luogo a molteplici prospettive, spesso reciprocamente incompatibili (es. razionalismo, criticismo, positivismo logico ecc.).

Etimologia "Ragione" deriva dal latino "ratio", termine che nel linguaggio comune significava «calcolo» o «rapporto». Fu Cicerone ad usarlo per tradurre la parola logosAd esempio nel De Finibus Bonorum et Malorum, libro III., che però in greco assume anche l'ulteriore significato di «discorso».Enciclopedia Treccani alla voce corrispondente.

Nel Medioevo la scolastica usò invece il termine ratio per tradurre il greco dianoia, ossia quella facoltà contrapposta al nous che viene tradotto in latino con intellectus.Intelletto e ragione negli antichi ed in Kant, di Paolo Vicentini, nota 7.

Definizioni L'originario significato di ragione come discorso lo si ritrova nell'antico modello argomentativo della geometria di Euclide, il quale, facendo uso di premesse iniziali per giungere a delle conclusioni, si serviva a loro volta di quest'ultime come premesse per ulteriori conclusioni.

La ragione in questo senso era intesa come la facoltà, o il processo, in grado di produrre inferenze logiche. A partire da Aristotele, che si rifece al modello euclideo, tali ragionamenti sono stati classificati come ragionamenti deduttivi (che procedono dal generale al particolare) per distinguerli dai ragionamenti induttivi (che procedono dal particolare al generale), sebbene alcuni pensatori non siano d'accordo nel vedere l'induzione come un ragionamento.Tra gli altri si ricorda qui Karl Popper, che in Congetture e confutazioni contesta che l'induzione possa essere un ragionamento. Nel XIX secolo, Charles Peirce, filosofo statunitense, ha aggiunto a queste due una terza categoria, il ragionamento adduttivo, intendendo «ciò che va dalla migliore informazione disponibile alla migliore spiegazione», che è diventato un importante elemento del metodo scientifico. Nell'uso moderno, "ragionamento induttivo" include spesso ciò che Peirce ha denominato "adduttivo".

Occorre precisare, tuttavia, che lo stesso Aristotele era stato poco chiaro nel definire l'induzione come un "ragionamento", ossia come una prerogativa della ragione. Il termine greco epagoghé da lui usato, che oggi traduciamo appunto con induzione, non sembrava avere per Aristotele alcun carattere di necessità logica. A quanto risulta, l'unica forma di razionalità logica era per lui quella deduttiva (dall'universale al particolare), mentre una "logica induttiva" gli sarebbe parsa una palese contraddizione in termini.

Ragione e intelletto A conferma di ciò, Aristotele era solito distinguere la semplice ragione (da lui chiamata diànoia), dall'intelletto (o noùs): tale distinzione è dovuta al fatto che la razionalità deduttiva, la cui forma esemplare è il sillogismo apodittico, pur essendo capace di trarre conclusioni coerenti con le premesse, cioè di effettuare dimostrazioni corrette da un punto di vista formale, non può in alcun modo garantire la verità dei contenuti; per cui se il ragionamento parte da premesse false, anche il risultato finale sarà falso. Aristotele assegnò pertanto all'intelletto, distinto dalla ragione, la capacità di cogliere la verità delle premesse dalle quali scaturirà la dimostrazione, grazie ad un atto intuitivo capace di astrarre l'essenza universale della realtà da singoli casi particolari. Questo procedimento che culmina col momento intuitivo-intellettivo è avviato appunto dallepagoghé, ma si tratta comunque di un processo di natura extra-razionale, il che, si badi, è diverso da "irrazionale": l'intuizione intellettuale era anzi situata da Aristotele ad un livello superiore rispetto alla scienza fornita dalla ragione:Vedere in proposito: Terence Irwin, I principi primi di Aristotele, Vita e Pensiero, Milano 1996

Sotto quest'aspetto l'impostazione aristotelica risentiva dell'influsso di Platone,G. Reale, Introduzione a Aristotele, Laterza, 1977, pag. 159: «Una pagina, come si vede, che dà ragione all'istanza di fondo del platonismo: la conoscenza discorsiva suppone a monte una conoscenza non discorsiva, la possibilità del sapere mediato suppone di necessità un sapere immediato». che già aveva parlato di intuizione sostenendone la superiorità nei confronti del ragionamento. Tale superiorità sarà ribadita in età ellenistica con il neoplatonismo, quando Plotino assegnerà all'ipostasi dell'Anima il livello di conoscenza di tipo mediato proprio della ragione, inferiore a quello immediato dell'Intelletto proprio dell'intuizione; una concezione ripresa in seguito anche dal pensiero cristiano di Agostino d'Ippona, che distinse l'''intellectus, ossia la capacità di farsi illuminare dalle verità eterne, dalla ratio, che è invece la facoltà di discorrere e di applicare i concetti appresi per intuizione.Sofia Vanni Rovighi, Filosofia della conoscenza, Bologna, ESD, 2007, p. 58. Per indicare le due facoltà, Agostino utilizza in alternativa anche i termini ratio superior e ratio inferior.Agostino, De Trinitate, XII, 3.

La distinzione tra ragione e intelletto, passata attraverso la scolastica medievale, resterà valida almeno fino al Settecento, sempre basata sulla convinzione che, perché vi sia scienza, la ragione da sola non è sufficiente: questa infatti garantisce soltanto la coerenza interna delle proposizioni che costituiscono il ragionamento, ma non può condurre in alcun modo alla verità dei princìpi primi.Tommaso d'Aquino, Summa Theologiae, I, q. 79, a. 8.

Ancora nell'Umanesimo, Nicola Cusano sostiene che l'intelletto è superiore alla ragione perché rappresenta la dimensione "divina" nell'uomo: a differenza della logica razionale, che è limitata dal principio di non-contraddizione, comune anche agli animali, l'intelletto (intellectus) riesce ad intuire la comune radice di ciò che appare contraddittorio alla semplice ragione (ratio), cogliendo unitariamente il molteplice tramite quella "coincidenza degli opposti" che è propria di Dio.

Sarà con l'avvento dell'età moderna che alla ragione verrà sempre più assegnato un ruolo egemone nel produrre scienza.

Cartesio, cercando di fondare un'autonomia della ragione, ne fece l'organo principale di conoscenza della verità, spostando il baricentro della filosofia dal "fine" al "mezzo", cioè sottolineando l'importanza più del metodo da seguire che degli obiettivi da raggiungere: «Volendo seriamente ricercare la verità delle cose, non si deve scegliere una scienza particolare. [...] Si deve piuttosto pensare soltanto ad aumentare il lume naturale della ragione, non per risolvere questa o quella difficoltà di scuola, ma perché in ogni circostanza della vita l'intelletto indichi alla volontà ciò che si debba scegliere».Cartesio, Discorso sul metodo (1637).

Hegel arrivò a concepire la ragione in termini assoluti, non come semplice strumento di ragionamento ma come entità suprema che si identifica con la verità ultima del reale, assegnando invece all'intelletto un ruolo secondario e subordinato a quella. Invertendo i ruoli di intelletto e ragione, egli seguì ed estremizzò l'operato di Kant, che già ne aveva capovolto le funzioni assegnando all'intelletto (in tedesco Verstand) la possibilità di costruire scienza in forma discorsiva, e alla ragione (Vernunft) il compito superiore di rendere conto dei limiti della conoscenza umana:Massimo Mori, Intelletto e ragione da Cartesio a Hegel, Torino 2003.

Altre accezioni La diversità degli approcci al concetto di ragione ha determinato una varietà di significati in relazione ad altre facoltà dell'essere umano oltre all'intelletto, come la fede, il sentimento, i desideri, gli organi di senso.

L'uomo come "animale razionale" Da uno specifico punto di vista, la ragione, intesa in un senso più ampio che ricomprende anche le facolta dell'intelletto, è stata vista spesso come prerogativa dell'uomo che lo distingue da ogni altro animale, tanto che ed esempio Aristotele ne parla come di "animale razionale": l'uomo ha cioè in comune con tutti gli altri animali il fatto di essere appunto animale (con le caratteristiche che tale essenza comporta), ma come peculiarità rispetto ad essi quella di avere anche un'anima razionale (o intellettiva). La razionalità, ad ogni modo, non viene mai di per sé contrapposta alle emozioni: piuttosto, nella trattazione dell'etica, Aristotele evidenzia l'importanza di ricercare il «giusto mezzo» fra le estreme passioni, quindi non per condannarle o sopprimerle, ma per modellarle nella giusta forma.

Vengono distinte in proposito le virtù etiche, tipiche dell'anima inferiore, che sono semplici abitudini di comportamento,Si tratta pur sempre di abitudini acquisite allenando la ragione a dominare sugli impulsi, pertanto «questa parte dell'anima, pur essendo "senza regola", in qualche misura tiene conto della ragione posseduta dall'anima razionale» (Paolo Raciti, La cittadinanza e le sue strutture di significato, FrancoAngeli, 2004, pag. 41). Tommaso d'Aquino dirà che «la virtù morale appartiene all'ambito razionale per partecipazione, mentre la virtù intellettuale vi appartiene per essenza» (Summa theologiae, parte II, Sezione prima, questione 66, articolo 3). dalle virtù razionali o dianoetiche,Le virtù dianoetiche di cui parla Aristotele vengono tradotte anche come virtù "intellettive" (cfr. Tommaso d'Aquino, Le questioni disputate, Bologna, ESD, 1992, vol. II, p. 413). che svolgono un ruolo di guida (in particolare la prudenza). Il loro esercizio conduce ad applicare correttamente la ragione, da intendere però non in senso strumentale secondo l'ottica odierna, bensì a fini produttivi (arte) e soprattutto contemplativi (sapienza). Alla virtù suprema della sapienza, ad esempio, concorrono le due facoltà conoscitive viste in precedenza: la scienza (epistème), che è la capacità della logica di compiere dimostrazioni; e l'intelletto (nùs), che fornisce i princìpi primi da cui scaturiscono quelle dimostrazioni. La contemplazione della verità raggiunta con la sapienza è così un'attività fine a sé stessa, nella quale consiste propriamente la felicità (eudaimonìa), ed è quella che distingue l'uomo, in quanto essere razionale, dagli altri animali, rendendolo più simile a Dio.

Ragione come ordine geometrico Oltre che come facoltà soggettiva dell'uomo, la ragione è stata intesa anche come il fondamento oggettivo dell'universo, che si manifesta nel suo ordine matematico-geometrico.

Già Anassagora, fra gli antichi greci, parlava di una Mente universale (o intelletto cosmico, detto Νούς, Nùs) contrapposta al caos primordiale, che vi metteva ordine come conseguenza del proprio "pensarsi". Pitagora riteneva che l'intero l'universo fosse strutturato secondo le leggi della matematica, quindi secondo un ordine razionale che il pensiero era in grado di cogliere in termini di rapporti numerici, da intendersi però, come hanno osservato vari autori, tra cui Édouard Schuré e René Guénon, in un senso non solo quantitativo, ma soprattutto qualitativo e simbolico.Paolo Scroccaro, Pitagora:la dottrina dei numeri e degli opposti