Il Regno delle Due Sicilie fu uno Stato preunitario dell'Italia meridionale, esistito dal 1816 al 1861, comprendente i territori dell'antico Regno di Napoli e del Regno di Sicilia.

Nato all'indomani della Restaurazione europea, esso rappresentò il maggiore Stato italiano per estensione territoriale e popolazione fino alla proclamazione del Regno d'Italia. La sua capitale fu Napoli, mentre Palermo mantenne un ruolo di primaria importanza quale principale centro amministrativo e politico della Sicilia.

La dinastia dei Borbone governava già entrambi i regni dal 1734, quando la conquista borbonica delle Due Sicilie condotta dall'infante Carlo di Borbone pose fine al dominio austriaco nell'Italia meridionale.La conquista si concluse con la vittoria borbonica nella battaglia di Bitonto (1734), cui seguì il riconoscimento internazionale della nuova dinastia con il trattato di Vienna (1738). Sebbene uniti nella persona del sovrano, il Regno di Napoli e il Regno di Sicilia conservarono fino al 1816 ordinamenti, istituzioni e titoli distinti.

In seguito al Congresso di Vienna e alla restaurazione dell'autorità borbonica dopo il decennio francese, Ferdinando di Borbone, già re di Napoli con il nome di Ferdinando IV e re di Sicilia con quello di Ferdinando III, promulgò l'8 dicembre 1816 la Legge fondamentale del Regno delle Due Sicilie, con la quale i due Stati furono riuniti in un'unica entità politica e amministrativa sotto il nome di Regno delle Due Sicilie. La nuova denominazione riprendeva l'antico titolo di rex utriusque Siciliæ, utilizzato fin dal XV secolo dai sovrani aragonesi che avevano riunito sotto la propria corona i due regni.

Nel corso della sua esistenza il regno attraversò profonde trasformazioni politiche, economiche e sociali: dai moti costituzionali del 1820 e del 1848, alla progressiva modernizzazione delle infrastrutture, fino alla spedizione dei Mille del 1860, che determinò il crollo della monarchia borbonica. Dopo la lunga resistenza di Francesco II durante l'assedio di Gaeta, conclusosi con la capitolazione del 13 febbraio 1861, e la successiva resa delle ultime piazzeforti borboniche di Messina e Civitella del Tronto, il Regno delle Due Sicilie cessò definitivamente di esistere. I suoi territori confluirono nel Regno d'Italia, proclamato il 17 marzo 1861.

Origine del nome

L'espressione «Due Sicilie» affonda le proprie origini nella complessa evoluzione istituzionale del Mezzogiorno medievale. Dopo i Vespri siciliani del 1282, il Regno di Sicilia si divise infatti in due entità politiche distinte: il regno insulare, controllato dalla dinastia aragonese con capitale Palermo, e il regno peninsulare, governato dagli Angioini con capitale Napoli. Nonostante la separazione politica, entrambe le monarchie continuarono a rivendicare il titolo di Regnum Siciliae, dando origine alla distinzione tra Sicilia ultra Pharum (oltre il Faro di Messina) e Sicilia citra Pharum (al di qua del Faro).

La formula latina rex utriusque Siciliæ ("re di entrambe le Sicilie") si sviluppò progressivamente nella diplomatica pontificia e nella cancelleria regia per indicare il sovrano che rivendicava la legittimità su entrambi i regni. Tale denominazione fu definitivamente consacrata dopo la riunificazione personale delle due corone sotto Alfonso V d'Aragona nel XV secolo e rimase in uso presso la monarchia aragonese e, successivamente, presso quella spagnola.

La ricostruzione tradizionale dell'origine della denominazione fu illustrata già tra il XVI e il XVII secolo da Giovanni Antonio Summonte nella sua Historia della città e Regno di Napoli. Secondo lo storico napoletano, la distinzione fra le due Sicilie derivava dalla bolla pontificia con cui papa Clemente IV, nel 1265, investì Carlo I d'Angiò del regno, utilizzando le espressioni Sicilia citra Pharum e Sicilia ultra Pharum per distinguere i due territori.

Un'interpretazione analoga venne successivamente sostenuta da Pietro Giannone nella sua Istoria civile del Regno di Napoli (1723). Lo storico individuò nella medesima investitura pontificia il fondamento giuridico della formula rex utriusque Siciliæ, pur osservando come Carlo d'Angiò non adottasse sistematicamente tale titolo nella propria cancelleria, preferendo continuare a utilizzare la tradizionale titolatura dei sovrani normanni e svevi.

Quando, l'8 dicembre 1816, Ferdinando I delle Due Sicilie unificò definitivamente il Regno di Napoli e il Regno di Sicilia nel nuovo Regno delle Due Sicilie, la denominazione riprese una tradizione giuridica e diplomatica plurisecolare, ormai consolidata nella prassi delle cancellerie europee e della Santa Sede, assumendo per la prima volta il valore di denominazione ufficiale di uno Stato unitario.

Storia Antecedenti storici

L'espressione «Due Sicilie» trae origine dalla complessa evoluzione istituzionale del Mezzogiorno medievale. Il Regno di Sicilia, fondato nel 1130 da Ruggero II, comprendeva inizialmente sia l'isola sia i territori continentali dell'Italia meridionale. Dopo la conquista angioina e l'incoronazione di Carlo I d'Angiò a re di Sicilia nel 1266, la capitale politica del regno fu progressivamente trasferita a Napoli, mentre in Sicilia crebbe l'opposizione alla dominazione angioina.

La frattura definitiva avvenne con i Vespri siciliani del 1282, quando l'isola si ribellò agli Angioini e offrì la corona a Pietro III d'Aragona, marito di Costanza II di Sicilia e genero di Manfredi di Sicilia. La conseguente guerra del Vespro terminò formalmente con la pace di Caltabellotta del 1302, che sancì la separazione tra il regno insulare, governato dagli Aragonesi, e quello continentale, rimasto agli Angioini. Secondo gli accordi, alla morte di Federico III di Sicilia l'isola sarebbe dovuta tornare agli Angioini, ma tale clausola non ebbe applicazione effettiva.

Da questa divisione nacque la distinzione tra Sicilia citra Pharum e Sicilia ultra Pharum, cioè «al di qua» e «al di là» del Faro di Messina, espressioni utilizzate nelle cancellerie medievali e moderne per distinguere il regno continentale da quello insulare. Nel corso dei secoli l'uso dei termini non fu sempre uniforme, ma nella prassi amministrativa borbonica il dominio continentale fu indicato come al di qua del Faro e la Sicilia come al di là del Faro.

La prima affermazione politica del titolo di rex utriusque Siciliae si ebbe con Alfonso V d'Aragona, che nel 1442, conquistato il Regno di Napoli, riunì personalmente sotto la propria corona i due regni. L'unione alfonsina non comportò tuttavia la fusione istituzionale dei due Stati, che continuarono a conservare ordinamenti distinti, capitali separate e strutture amministrative proprie. Dopo la morte di Alfonso, il Regno di Napoli e il Regno di Sicilia tornarono nuovamente a essere governati separatamente, pur restando spesso collegati alla medesima dinastia.

XVIII secolo

Nel 1734, durante la guerra di successione polacca, Carlo di Borbone, figlio di Filippo V di Spagna e di Elisabetta Farnese, conquistò il Regno di Napoli e il Regno di Sicilia, ponendo fine al dominio austriaco sull'Italia meridionale. Entrato a Napoli il 10 maggio 1734, sconfisse gli Austriaci nella battaglia di Bitonto del 25 maggio e, il 2 gennaio 1735, assunse il titolo di re di Napoli. Dopo il completamento della conquista dell'isola, nel luglio dello stesso anno fu incoronato a Palermo re di Sicilia.

Il nuovo sovrano mantenne distinti i due regni. A Napoli esercitò un potere monarchico accentrato, secondo i modelli del riformismo settecentesco; in Sicilia, invece, dovette confrontarsi con la permanenza delle istituzioni tradizionali dell'isola, tra cui il Parlamento siciliano.Francesco Renda, Storia della Sicilia, Sellerio, Palermo, 2006, vol. II, p. 721. Le capitali rimasero formalmente due, Napoli e Palermo, sebbene la corte risiedesse stabilmente a Napoli.

Il riconoscimento internazionale della nuova dinastia avvenne con il trattato di Vienna (1738), che concluse la guerra di successione polacca. L'Austria riconobbe a Carlo il possesso del Regno di Napoli, del Regno di Sicilia e dello Stato dei Presidii, mentre i due regni meridionali tornarono a costituire una monarchia autonoma dopo oltre due secoli di dipendenza da potenze straniere.

Nel 1759, quando Carlo salì al trono di Spagna, le corone di Napoli e Sicilia passarono al figlio Ferdinando, allora ancora minorenne. Durante la reggenza ebbero un ruolo centrale Domenico Cattaneo, principe di San Nicandro, e soprattutto Bernardo Tanucci, che proseguì l'indirizzo riformatore avviato in età carolina, promuovendo interventi in campo amministrativo, giurisdizionale ed ecclesiastico.

Periodo napoleonico

Giuseppe Bonaparte Nel quadro delle guerre napoleoniche, la posizione strategica del Regno di Napoli nel Mediterraneo rese sempre più difficile il mantenimento di una politica di neutralità. L'alleanza con la Gran Bretagna e l'adesione alla terza coalizione antifrancese posero il regno in aperto contrasto con la Francia napoleonica. Dopo la vittoria francese di Austerlitz del 2 dicembre 1805, Napoleone Bonaparte decise di eliminare definitivamente la presenza borbonica dal continente. Il 27 dicembre 1805 Napoleone dichiarò decaduta la dinastia borbonica e promosse l'invasione del Regno di Napoli, affidata alle truppe francesi comandate, tra gli altri, da Laurent de Gouvion-Saint-Cyr e Jean Reynier. Ferdinando IV abbandonò Napoli e si rifugiò nuovamente a Palermo, sotto la protezione britannica, mentre Napoleone nominò re di Napoli il fratello Giuseppe Bonaparte.

L'occupazione francese provocò una vasta resistenza armata nelle province meridionali, in particolare in Calabria, Basilicata e Terra di Lavoro. Tra i capi dell'insorgenza filoborbonica si distinsero Michele Pezza, detto Fra Diavolo, e il colonnello Alessandro Mandarini. La repressione fu affidata a comandanti francesi come André Massena e Jean Maximilien Lamarque, che ricorsero a metodi duri, culminati in episodi come il massacro di Lauria. Fra Diavolo fu catturato e impiccato a Napoli nel 1806. Il governo di Giuseppe Bonaparte avviò tuttavia anche una profonda trasformazione istituzionale. Furono introdotte riforme ispirate al modello francese, tra cui l'eversione della feudalità, la soppressione di numerosi ordini religiosi, la riorganizzazione fiscale e l'avvio di un nuovo sistema amministrativo.

La soppressione della feudalità fu affidata anche all'opera della Commissione feudale, presieduta da Davide Winspeare, incaricata di dirimere le controversie tra comuni e baroni. Il processo non eliminò tutti i problemi legati alla proprietà fondiaria, ma segnò una svolta decisiva nella trasformazione giuridica del regno e favorì l'affermazione della proprietà borghese. In campo amministrativo furono istituite province, distretti e circondari, retti rispettivamente da intendenti, sottintendenti e funzionari locali. Tale modello, di derivazione francese, avrebbe costituito la base dell'organizzazione territoriale mantenuta anche dopo la Restaurazione. Furono inoltre alienati molti beni ecclesiastici e feudali, attirando capitali di investitori francesi e di esponenti della nobiltà e della borghesia locale. Nel 1808 Giuseppe istituì anche l'Ordine reale delle Due Sicilie, destinato a premiare i funzionari e i militari distintisi nel nuovo Stato.P. Villani, Il Decennio francese, in Storia del Mezzogiorno, vol. IV, tomo II, Roma, 1986.

Gioacchino Murat

Nel 1808, dopo la nomina di Giuseppe Bonaparte a re di Spagna, Napoleone affidò il Regno di Napoli a Gioacchino Murat, che assunse il titolo di Gioacchino Napoleone, re di Napoli e di Sicilia, secondo la titolatura prevista dallo Statuto di Baiona. Il suo governo proseguì e ampliò molte riforme già avviate da Giuseppe Bonaparte, accentuando l'opera di modernizzazione amministrativa, militare e infrastrutturale.