Rubè è un romanzo di Giuseppe Antonio Borgese pubblicato per la prima volta da Treves nel 1921.

Il libro si divide in quattro parti e ventiquattro capitoli ed è stato ripubblicato da Mondadori a partire dal 1928 e ripubblicato, sempre da Mondadori, negli Oscar nel 1974 con una introduzione di Luciano De Maria e negli Oscar classici moderni nel 1994 con uno scritto di Guido Piovene.

Trama Il protagonista è Filippo Rubè, un giovane non ancora trentenne che arriva a Roma, da una regione del sud Italia, per fare pratica d'avvocato presso uno studio legale.

Filippo era dotato di tutte le doti per riuscire nella carriera forense, tipiche di un giovane meridionale e possedeva "una logica da spaccare il capello in quattro, un fuoco oratorio che consumava l'argomentazione avversaria fino all'osso e una certa fiducia d'essere capace di grandi cose".

Allo scoppio della prima guerra mondiale, Rubè si fa trascinare dalla propaganda interventista dei marinettiani e si convince ad arruolarsi come volontario nel reggimento di artiglieria guidato dal maggiore Berti. Conosce Eugenia, la figlia del maggiore Berti, giovane di una bellezza "lineare come una vergine preraffaellita conciliatrice del sonno e della morte".

L'impatto con la guerra risulta però traumatico per il giovane Filippo che, sconvolto da un breve bombardamento, cade in un forte stato di depressione. Nel frattempo Eugenia aveva raggiunto il padre al fronte come infermiera e Rubè le confida il suo stato e i suoi tormenti. Tra i due giovani inizia una relazione.

Il giovane, a causa della depressione di cui soffre, ottiene un permesso per un mese di convalescenza che trascorre a Calinni, suo paese natale.

Trascorso il mese di convalescenza, Filippo ritorna al fronte. Lì, durante uno scontro sugli Altipiani, viene ferito a un polmone.

Trascorre una lunga degenza ad Udine e in seguito ritorna a Roma dove ritrova Eugenia che convince a diventare la sua amante.

Iniziano un rapporto fatto di attrazione e repulsione, segnato dalla "cupidigia" di Filippo e dell'"inespresso rancore" di Eugenia costretta a squallidi incontri clandestini.

Nel frattempo Rubè accetta di recarsi a Parigi in missione, dove conosce Celestina Lambert, la moglie di un generale, che ascolta con comprensione la confessione delle contraddizioni e delle angosce di Filippo ma ne rifiuta le avances.

Alla fine della guerra Filippo si trasferisce a Milano, trova un impiego presso un'industria metallurgica e sposa Eugenia. Ma il matrimonio non serve a riavvicinare i due giovani che rimangono completamente incapaci di comprendersi affettivamente.

A causa di alcune sue estemporanee esternazioni di simpatia per i movimenti socialisti, Rubè viene licenziato con la scusa ufficiale della crisi economica che colpisce anche l'impresa in cui egli lavora. Nello stesso tempo riceve dalla moglie la notizia della sua gravidanza e ciò lo fa cadere in una disperata angoscia.

A Milano intanto Filippo ritrova un ufficiale conosciuto al fronte, Garlandi, che indossa la camicia nera e si lascia convincere a partecipare ad un'adunanza fascista.

Dopo l'adunanza l'amico lo trascina in una bisca, dove Rubè vince una forte somma alla roulette. Grazie alla vincita, Rubé pensa di concedersi una vacanza a Parigi.

Nel viaggio verso Parigi, Filippo fa una sosta a Stresa, nei cui pressi ritrova Celestina Lambert. La donna aveva progettato inizialmente di andare in villeggiatura all'Isola Bella, ma restandone delusa aveva affittato un villino sulla terraferma. Tra i due esplode una forte passione, ma durante una gita sul lago, a causa di un temporale, la barca si rovescia e Celestina annega. Filippo viene accusato di omicidio; in istruttoria verrà prosciolto: ma è smarrito. Tenta il ritorno al suo paese ma, giunto nelle vicinanze vistosi costretto a dividere la carrozza con un suo potenziale avversario politico (tra le ambizioni di Filippo c' era sempre stata anche quella di intraprendere prima o poi la carriera politica), il giovane rinuncia a proseguire: abbandonando, quindi, il proposito di rivedere la madre.

Decide di ritornare da Eugenia, sperando nella sua benevolenza e perdono, e le spedisce un telegramma con l'intenzione di informarla che avrebbe fatto tappa a Bologna, prima di riprendere il viaggio per Milano. In attesa di un telegramma di lei, che lo assicurasse che sarebbe ben accetto. Eugenia legge il telegramma; decide non di rispondere ma di raggiungerlo a Bologna. Lì però i due non si incontrano anche perché Rubè, non avendo ricevuto risposta, si dedica a gironzolare per Bologna. Lì va ad incappare in una manifestazione socialista. Cercando di sfuggire alla calca della folla, Filippo raggiunge la testa del corteo: ma proprio lì, viene travolto a morte dalla carica della polizia a cavallo.

Viene portato all'ospedale dove muore tra le braccia di Eugenia. La sua memoria verrà rivendicata sia dai socialisti che dai fascisti. I primi lo ricordano come un martire della causa, i secondi per il passato di "glorioso combattente".

Analisi interiore ed esigenza di riedificazione Il Rubè, nell'intensa ed impegnata avventura intellettuale del Borgese, rappresenta un momento di riflessione, di ripiegamento interiore, dietro la spinta degli eventi che, sconvolgendo vecchi assetti e portando alla ribalta nuove problematiche, avevano contraddetto le ingenue aspettazioni e gli slanci iniziali di vasti strati sociali.

Nella sfasatura tra il piano ideologico personale ed il piano storico completo, il proposito di assumere la formula tradizionale della narrazione, nella fattispecie del romanzo, tende a reintegrare, nella dimensione privata, un'impellenza attivistica pubblicamente non più perseguibile. Ma oltre che rispondere a tale esigenza, la scelta si rivela quale utile strumento di sondaggio delle complicate trame dello sfondo sociale del tempo. La riappropriazione della realtà sarà conseguita, all'interno delle forme letterarie, attraverso l'uso dello strumento conoscitivo operante già nella prima attività dello scrittore e costituente, per lui, l'emblema dell'intellettualità del tempo, vale a dire la disposizione critica. Nel processo di notomizzazione della coscienza di Filippo Rubè, rappresentativo quanto, e forse più, Eliseo Gaddi (protagonista del successivo romanzo I vivi e i morti) della crisi dell'uomo nel primo Novecento, è comunque perseguita un'esigenza di riedificazione. Dalle macerie della sua spiritualità il Borgese s'illudeva di veder risorgere un uomo nuovo, capace di trovare in sé la speranza in un diverso ordine etico-sociale.

Pur mirando a tale obiettivo, l'opera, tuttavia, si qualifica per la problematicità e complessità del suo messaggio, quale momento fra i più significativi nella letteratura italiana, del trapasso dal classico romanzo con “eroe problematico" al romanzo “della dissoluzione del personaggio” In esso la fragilità degli equilibri sociali, tipica del sistema capitalistico, trova piena espressione. Il Rubè finisce così col partecipare a quell'erosione delle forme tradizionali che si rivelavano inadeguate alla rappresentazione delle conflittuali realtà contemporanee. In tal senso, l'opera, al di là degli echi naturalistici, partecipa della frattura dei nessi tra uomo e mondo; fatto, questo, che, sul piano narrativo, si configura quale sovrapposizione di livelli stilistici estranei all'ordine simmetrico della prosa ottocentesca. Il Borgese, infatti, aderendo anche a modelli tipici di tale letteratura, riesce ad aggiungervi scelte indubbiamente nuove. In lui evidentemente agiva in maniera determinante l'influsso del realismo analitico, che certamente contribuiva a determinare un approdo al realismo critico. Di tale realismo Rubè costituisce una testimonianze tra le più significative.

Biografia dell'intellettuale primonovecentesco Non è del tutto nuova nella letteratura italiana la raffigurazione dell'intellettuale nei suoi più comuni attributi. Da Alfonso Nitti ad Emilio Brentani, da Totò Merumeni agli squallidi personaggi tozziani, analogo è l'atteggiamento di distacco e di sofferta solitudine con cui essi guardano se stessi ed il mondo. Sia supinamente rivolto ad evocare improbabili palingenesi, sia volontaristicamente impegnato in una diuturna lotta col reale, anche l'eroe borgesiano interpreta un atteggiamento particolare dell'io nei confronti della vita. In bilico tra vecchio e nuovo, memore di un passato non più credibile, ma consapevole, tuttavia, per una connaturata disposizione al criticismo, della vacuità delle proprie posizioni ideologiche, vive in sé tutte le contraddizioni, pagando in prima persona lo scotto, di una fondamentale incapacità d'integrazione sociale. Rubè è un personaggio “dalla coscienza troppo limitata per la complessità del mondo” e come tale incarna l'inettitudine dell'uomo contemporaneo nella formulazione di nuove ipotesi o nell'interpretazione dei fermenti della storia.

Un ritratto molto attento della propria generazione, tutta protesa alla ricerca della verità, con i pericoli ad essa connessi di “nichilismo conoscitivo”, viene tracciato dal Borgese in un articolo del 1904. La dispersione intellettuale è per ora riscattata nell'acquisizione di saldi e sicuri ideali: “Ora è concluso il regno di Amleto e Pascal e Leopardi. Sappiamo che anche per morire è necessario il volere […]. Il vascello fantasma s'appressa alla riva. Sale un fumo tranquillo dalla casa degli avi. Il navigatore ritorna. Un letto bianco l'attende, per dormire; due occhi buoni per amare: un altare forse per inginocchiarsi”(Borgese, Il vascello fantasma in Hermes p. 379). La delineazione, comunque, degli aspetti negativi di quell'atteggiamento costituisce di fatto il preannuncio della condizione esistenziale di Filippo Rubè a cui, per giunta, manca ogni prospettiva di collocazione etico-sociale: “Il vascello fantasma, ove sogna le isole, non trova che le nuvole. In verità somigliano a cozzi di nuvole nel cielo di marzo gli scontri dei mondi ideali che si contrastano il dominio di queste anime […]. Ma sotto a questa superficie, più fragile del ghiaccio e dei fiumi, s'apre un gorgo dove tutte le verità son sepolte insieme a tutte le menzogne, tutti i beni insieme a tutti i mali” (Borgese, Il vascello fantasma in Hermes p. 378).

In Filippo Rubè il Borgese esemplifica le contraddizioni di un'ideologia fondamentalmente borghese, la cui involuzione, da una visione eroico-superumanistica ad un atteggiamento di sterile distacco tra nichilistico e vitalistico, è testimoniata dall'alternanza dei piani conoscitivi e comportamentistici del personaggio. Ciò che manca, in effetti, a quest'ultimo è la disponibilità ad aderire ai ritmi della nuova realtà storica nei cui confronti, inadeguati si rivelano gl'ideali che ancora in lui agiscono. Di conseguenza, la vita, nell'impossibilità d'essere valutata secondo validi schemi conoscitivi, rimane il caotico regno del molteplice. In fondo, c'è nella sua coscienza come un vuoto culturale che determina il persistere di antiche e traballanti certezze. Ne consegue un volontarismo di fondo senza intima persuasione ed una perplessità che permea ogni suo atto.

L'interventismo, propugnato con tanta foga oratoria, nasce da un vago ideale di supremazia nazionale più che da una meditata ed autentica scelta. La sua stessa relazione con Eugenia Berti è più conseguenza di una scommessa con se stesso che sbocco naturale di una passione. I suoi rapporti con gli altri, d'altronde, mancano di quell'apertura indispensabile agl'incontri leali e duraturi. Un vizio di fondo ne corrode le radici: la profonda incrinatura tra la coscienza e il mondo.