La conquista dell'impero Inca o conquista del Perù è iniziata negli anni trenta del Cinquecento per mano degli avventurieri spagnoli, detti conquistadores, che con un colpo di mano riuscirono a cancellare un impero vasto e consolidato. Lo scontro decisivo, avvenuto nella piazza principale di Cajamarca, nell'attuale Perù, decise in poche ore di lotta la fine della dinastia Inca.
Prime notizie sul Perù Il primo conquistador che si accinse all'impresa fu Pascual de Andagoya. Munito di una patente ufficiale Andagoya partì, nel 1522, su una piccola nave e si diresse verso Sud, lungo le coste sconosciute dell'attuale Colombia. Aveva raggiunto un fiume, detto Birù dagli indigeni e questo nome, deformato in Perù sarebbe stato in seguito attribuito a tutto il territorio degli Inca. Andagoya tornò nella colonia con uno scarso bottino e con la consapevolezza che le coste a sud di Panama erano ostili e inospitali. Tuttavia portava anche delle notizie raccolte in alcuni villaggi incontrati durante il suo viaggio. Queste voci narravano di un grande e ricchissimo regno posto più a Sud dove l'oro era diffuso e d'uso comune.
Tre soci in azione
Le voci su un regno dell'oro si sparsero ovviamente per tutta la colonia sollevando il sorriso ironico dei più. Non tutti erano però disposti ad accantonarle come semplici leggende. Tra questi erano Francisco Pizarro e con lui Diego de Almagro ed Hernando de Luque.
L'identità di interessi favorì un'associazione tra avventurieri che decisero di consorziarsi per dare corpo alla spedizione. Pizarro ne fu il comandante. L'avvio della spedizione avvenne nel novembre del 1524. Come convenuto la comandava Pizarro che si imbarcò, alla testa di cento uomini, su un solo vascello. Almagro doveva raggiungerlo con un'altra imbarcazione, al momento in riparazione. Avrebbe approfittato dell'attesa per reclutare quanti più uomini avesse potuto radunare a Panama.
Viaggi esplorativi Primo viaggio Pizarro giunse agevolmente all'imboccatura del fiume Birù che era il limite estremo raggiunto da Andagoya, e un'esplorazione sommaria del luogo lo convinse a proseguire.
I conquistadores impiegarono l'attesa per esplorare il territorio, acquitrinoso e malsano, ma non incontrarono anima viva e neppure trovarono alcunché per placare la fame.
Il ritorno era ormai l'unica via da seguire e seppure a malincuore, lo stesso Pizarro infine accondiscese. Temeva tuttavia l'ira di Pedrarias e giunto a Chicamá, nei pressi di Panama non si risolveva ad entrare in città. La ricchezza principale di una colonia era rappresentata, in quei tempi, dal numero di uomini e il governatore non avrebbe di certo gradito l'elevata perdita di tanti soldati. Mentre se ne stava titubante in attesa del da farsi, apparve la nave di Almagro che essa pure rientrava alla base. I due soci poterono riabbracciarsi e Almagro raccontò le sue peripezie.
Partito a sua volta da Panama aveva incontrato le stesse difficoltà del suo commilitone e lui pure, tormentato dalla fame, aveva cercato oro e provviste nel primo villaggio incontrato che risultò essere lo stesso in cui occorse la disfatta di Pizarro. Aveva subito a sua volta l'attacco degli indigeni, ma era riuscito a scacciarli nella foresta se pur a prezzo di alcune perdite, restando lui stesso ferito ad un occhio di cui avrebbe perduto, in seguito, l'uso. Era quindi tornato alla base preoccupato per la sorte dei compagni che non aveva incontrato, probabilmente per averli doppiati.
Secondo viaggio Almagro e Pizarro ripartirono nel 1526, questa volta insieme anche se su due navi distinte. Le vicende di questa spedizione non si discostarono molto da quelle della precedente.
Il governatore di Panama Pedro de los Rios armò due navi e le inviò alla ricerca del corpo di spedizione con l'ordine di imbarcare tutti i sopravvissuti. Al loro arrivo gli inviati del governatore vennero accolti da grida di giubilo, ma si scontrarono con l'ostinazione di Pizarro. Il maturo capitano non intendeva rinunciare all'impresa e si rifiutò di tornare. Con lui rimasero tredici animosi, altrettanto ostinati. Essi erano: Bartolomé Ruiz, Cristoval de Peralta, Pedro de Candia, Domingo de Solfana, Nicolas de Rivera, Francisco de Cuellar, Antonio de Molina, Pedro Alcon, Garcia de Jerez, Antonio de Carrion, Alonso Buceno, Martín de la Paz, Juan de la Torre. Sarebbero stati ricordati come "Los trece de la fama".
Tumbes Chiunque, di fronte a tali difficoltà avrebbe abbandonato l'impresa, ma Pizarro era ormai abbagliato dalle speranze di successo e decise di verificare le notizie che Ruiz aveva raccolto, alcuni mesi prima, dagli indigeni incontrati sulla zattera. Costoro avevano assicurato di provenire da una ricca città di nome Tumbez, situata più a Sud, e il capitano spagnolo fece arditamente dirigere la prora del vascello di soccorso in quella direzione.
Dopo venti giorni di navigazione la nave, entrando in una baia, si trovò, in effetti, di fronte ad una vera e propria città, dotata di templi e abitazioni in pietra. Si trattava di Tumbez. Gli Spagnoli non si erano ancora riavuti dalla sorpresa quando un nugolo di canoe si staccò dalla riva e andò incontro al battello. La situazione stava per diventare drammatica, ma gli indigeni non erano animati da intenzioni ostili ed anzi recarono provviste di ogni genere, composte da carichi di frutta, selvaggina e pesce appena pescato.
Si stabilirono presto dei rapporti amichevoli e un dignitario locale venne invitato a visitare il vascello. Gli Spagnoli non sapevano che si trattava di un rappresentante imperiale. Successivamente fu il loro turno di scendere a terra, cosa che fecero con molta circospezione inviando un soldato accompagnato da uno schiavo nero.
Al ritorno costui raccontò di aver visto dei templi lastricati d'oro e d'argento e, naturalmente, non venne creduto. Scese allora a terra uno degli avventurieri più capaci, Pedro de Candia, sulla cui avvedutezza tutti erano pronti a giurare, ma al suo ritorno anche lui confermò le impressioni di ricchezza che avevano abbagliato il semplice soldato. Gli Spagnoli sapevano di essere troppo pochi per poter tentare qualcosa e preferirono dissimulare la loro smania d'oro. Approfittarono però dell'occasione per prendere nota delle fortificazioni e compirono anche una rapida incursione più a Sud restando impressionati dalla ricchezza manifesta della contrada. Al momento di lasciare Tumbez ottennero di portare con loro alcuni giovani locali, con l'intenzione di farne degli interpreti e, a loro volta, lasciarono nella cittadina tre volontari che si offrirono di restare ad attenderli.
Dopo circa diciotto mesi di assenza Pizarro rientrò infine a Panama. Portava con sé degli strani animali, delle stoffe finemente tessute e un ricco campionario di manufatti indigeni, oltre ad alcuni fanciulli ben più evoluti dei soliti indigeni selvaggi con cui gli abitanti di Panama erano abituati a trattare. Era sicuro di essere creduto quando avrebbe raccontato le meraviglie delle città di Tumbes, ma le sue illusioni ebbero breve durata.
La «Capitulación» con la Corona
Gli insuccessi delle ultime spedizioni e, soprattutto le perdite subite senza ritorno in termini di profitto, avevano convinto i cittadini di Panama dell'illusorietà dei disegni di Pizarro e di Almagro e nessuno si lasciò ingannare da pochi oggetti di scarso valore.
Considerati ormai dei pazzi sognatori i tre soci, senza più denaro, non riuscirono a convincere nessuno a far loro credito e tanto meno il nuovo governatore a concedere l'autorizzazione per una nuova spedizione. In questo contesto non restava che una strada: l'appello diretto alla Corona, la sola autorità che avrebbe potuto scavalcare gli ordini di Pedro de los Rios. Occorreva però trovare del denaro e scegliere l'uomo adatto per rivolgersi al monarca. Almagro riuscì a raggranellare quasi duemila pesos tra i pochi amici disposti ad aiutarlo e Pizarro si offrì volontario. Le richieste da presentare a Corte furono meticolosamente convenute e, finalmente, Pizarro, accompagnato da Pedro de Candia si imbarcò alla volta della Spagna.
Appena giunto venne però arrestato per una storia di debiti insinuata da un antico governatore delle colonie e solo dopo un periodo di prigionia ottenne di essere ricevuto alla presenza di Carlo V d'Asburgo che allora teneva corte in Toledo. L'imperatore restò favorevolmente colpito dai racconti del rude soldato che gli esponeva le fatiche e le speranze dei suoi lontani sudditi d'oltremare e decise di accogliere le sue richieste. Non era estraneo alle sue decisioni il recente arrivo in Spagna di Hernán Cortés, il fortunato conquistatore del Messico che tornava carico d'oro.
Carlo V era in partenza per l'Italia, ma dette disposizioni perché venissero stesi degli accordi ufficiali per la conquista delle terre del Perù, come ormai veniva chiamato il territorio appena scoperto. La regina era autorizzata a rappresentarlo e i funzionari addetti avrebbero redatto l'atto definitivo. Pizarro era al settimo cielo, ma doveva fare ancora i conti con la mastodontica macchina burocratica della potenza iberica. Dopo mesi di attesa si era ancora ai preliminari e l'impaziente soldato decise di rivolgersi direttamente alla Regina Isabella. Costei era abituata a reggere le redini del governo durante le numerose assenze del marito e rispose di buona grazia all'invito. il suo intervento vinse le resistenze dei meticolosi funzionari e una "Capitulación" venne finalmente stesa.
Pizarro aveva promesso di dividere equamente le cariche con i suoi soci, ma all'occasione si dimostrò fedifrago e sleale. Nominato governatore, otteneva che tutto il futuro potere fosse accentrato nella sua persona e il solo Luque riceveva quanto aveva richiesto. Si trattava di una nomina religiosa che ovviamente Pizarro non poteva domandare per sé. Almagro avrebbe dovuto essere nominato "adelantado", ma si ritrovò semplice comandante della futura fortezza di Tumbez. Anche il pilota Ruiz doveva rinunciare all'ambita carica di "alguacil mayor". Le cariche onorifiche seguirono la stessa sorte. Pizarro ottenne per sé l'ingresso nell'Ordine di Santiago e un blasone di famiglia, gli altri suoi compagni, in specie "los trece de la fama", si dovettero accontentare di una semplice patente di nobiltà: "que sean hidalgos los dellos que no son hidalgos...que sean caballeros los que son hidalgos"
Le condizioni reali con cui venivano regolati i diritti della spedizione prevedevano il possesso di duecento leghe a Sud del villaggio indio di Zamaquella. I conquistadores dovevano impegnarsi a propagare la fede cristiana e a rispettare gli indigeni. In cambio la Corona offriva cinquanta cavalli e le artiglierie necessarie e prometteva lauti stipendi per tutti i partecipanti. Questi stipendi, però, sarebbero stati pagati con le rendite future: "todos pajados de las rentas de la dicha tierra". Era la clausola classica con cui la Spagna promuoveva la conquista dei territori americani: nessun rischio per la madrepatria in caso di insuccesso.
Pizarro infine doveva anche arruolare ed equipaggiare centocinquanta uomini entro sei mesi e, una volta giunto a Panama, armarne altri cento. Queste condizioni erano imposte a pena di decadenza dell'accordo. Non erano clausole facili da rispettare e Pizarro si accorse di correre il serio rischio di non poter adempiere agli impegni.