Essere e tempo (Sein und Zeit, prima edizione 1927, Halle, Germania) è l'opera principale di Martin Heidegger (1889 - 1976), filosofo tedesco, che ha influenzato notevolmente la filosofia contemporanea, in particolare l'esistenzialismo e l'ermeneutica.

Fu pubblicata inizialmente nell'ottavo volume dello Jahrbuch für Philosophie und phänomenologische Forschung di Edmund Husserl, a cui fu anche dedicata: Edmund Husserl in Verehrung und Freundschaft zugeeignet ("Dedicato a Edmund Husserl con rispetto e amicizia"). Il ponderoso saggio, incompiuto, ha come filo conduttore l'elaborazione del problema del senso dell'essere, ovvero la ripresa della questione ontologica fondamentale che, da Platone ed Aristotele in poi, ha costituito il nucleo centrale della metafisica ma su cui, secondo l'autore, nel pensiero contemporaneo, è caduto l'oblio più totale (Seinsvergessenheit)."Benché la rinascita della 'metafisica' sia un vanto del nostro tempo, il problema dell'essere è oggi dimenticato". .

Tematiche e contenuti

Necessità del problema dell'essere In realtà, già in Kierkegaard, filosofo apprezzato da Heidegger, ma che al contempo rapidamente licenzia con l'appellativo di "teologo cristiano", il problema dell'essere non è più dato per scontato. Kierkegaard sviluppa la problematica fra due poli incompatibili: l'irriducibilità dell'esistenza e della libertà del singolo, inconciliabile sul piano razionale con l'assoluta trascendenza dell'Essere (che per Kierkegaard corrisponde all'Ente Supremo, Dio).

Questa antinomia inconciliabile evidenzia l'inconoscibilità dell'Essere. Il termine stesso "ripetizione" è kierkegaardiano: ripetere il problema dell'essere equivale, in entrambi i filosofi, alla necessità, per l'uomo, di ritrovare la propria autenticità ripetendo, ovvero svolgendo nuovamente, la ricerca dell'essere. In Kierkegaard questa ricerca appartiene al singolo e al suo rapporto con Dio; in Heidegger, il singolo è un ente privilegiato, una Apertura (Erschlossenheit), attraverso cui l'essere stesso si manifesta e a partire da cui ha la possibilità di comprendersi.

Ridestare l'uomo alla capacità di conoscere l'Essere significa, per Heidegger, innanzitutto evidenziare la differenza ontologica che separa, senza dividerlo, l'Essere nella sua trascendenza da ciò che concretamente è, ovvero l'ente.

Il concetto di "differenza" appare nella storia della filosofia contemporanea tramite Nietzsche e Heidegger. Per Nietzsche la differenza - l'inconciliabilità tra i diversi modi di essere della realtà - è pluralità di interpretazioni della verità (non esiste qualcosa che sia vero e qualcosa che sia falso, ma esistono infinite differenze tra le forze in gioco, alcune delle quali destinate a prevalere provvisoriamente sulle altre) e affermatività della volontà di potenza (la verità è affermazione della volontà, creazione). Per Heidegger, invece, la differenza opera tra l'Essere e gli enti ed è intesa come differenza negativa (l'Essere è altro da ogni ente, e nessun ente può essere equiparato all'Essere).

La struttura formale dell'essere L'oggetto della ricerca è l'Essere, considerato come a priori trascendentale rispetto a ogni sua determinazione concreta, ovvero rispetto a ogni ente. Questo determina la "struttura formale" della ricerca, ovvero la necessità di superare l'errore tradizionale della metafisica, che ha ridotto l'Essere ad un ente come gli altri, ovvero all'Ente supremo.

Il problema dell'essere è il problema fondamentale (ovvero il problema del fondamento in quanto tale, e della sua capacità di fondare la realtà e la conoscenza che ne abbiamo), e richiede un atteggiamento conoscitivo necessariamente diverso da quello con cui ci volgiamo alla conoscenza delle singole cose concrete. Se l'essere è il ricercato, e se l'essere va considerato sempre come "l'essere di una cosa", ne consegue che, nel problema dell'essere, l'interrogato è ciò che è: è la cosa (l'ente). Ma quale cosa (ente)? Qual è la cosa (l'ente) che è in grado di rispondere a una domanda sul suo essere? Ovviamente siamo noi, è l'uomo, per il semplice fatto che da sempre egli esperisce la sua esistenza come tale che in essa ne va del suo stesso essere: egli solo, cioè, è in grado di porsi la domanda sull'essere in modo esplicito.. Questa cosa (ente) che noi siamo (esistente) e che ha per proprio modo di essere quello di interrogarsi, Heidegger lo chiama Esserci (Da-sein). Va segnalato, in questa sede, che questo primato ontologico dell'uomo è segno di un residuo umanistico della sua filosofia, che Heidegger stesso si sforzerà successivamente di superare (dalla Lettera sull'umanismo in poi), ma che secondo l'interpretazione di Derrida costringe il pensiero heideggeriano a inesorabili e perpetue ricadute nella metafisica.

Lo stesso Heidegger in Essere e tempo lasciò aperte le porte alla metafisica, dicendo testualmente: (ultimo minuto)

Il problema dell'essere richiede quindi un lavoro preliminare, che consiste nell'esporre chiaramente le caratteristiche essenziali (gli "esistenziali") di questa cosa esistente che noi siamo (l'Esserci) in quanto continuamente tesi a cogliere "il senso della vita".

Il primato ontologico dell'essere Il modo "tradizionale" di vedere le cose, che per noi è quello scientifico, è entrato in crisi.

È in gioco in questa pagina di "Essere e tempo" la grande svolta culturale del Primo Novecento. La matematica, la fisica, la biologia, le scienze storiche e la teologia non sono più sicure di nulla: né di quale sia l'oggetto di cui devono occuparsi, né soprattutto di quali siano i concetti fondamentali sui quali appoggiare le proprie basi. Il sospetto che traspare da questo elenco di crepe e di catastrofi è che, in fondo, la crisi non riguardi tanto le singole scienze e i loro ristretti ambiti d'interesse, ma l'esistente umano stesso, che è poi l'ente (esistente) per eccellenza che si interessa del mondo, che lo interroga e lo sottopone ad analisi.

A ben vedere, non è la singola scienza che determina quali sono gli oggetti di sua competenza, ma è l'esistente umano [l'Esserci] che ritaglia il mondo in "scompartimenti", a seconda del modo in cui lo vede: questo è "matematico", questo "fisico", questo "biologico" e così via. Cioè, l'uomo possiede già un'idea del mondo ancor prima di studiarlo. Ne consegue che, se tutta la scienza è in crisi, è perché l'uomo non sa più riflettere sul suo stesso fondamento. L'unica strada per risolvere il sistema delle scienze e per determinarne i nuovi confini, è reinterrogarsi sul concetto generale di "essere umano" che ne sta a monte.

Un compito che precede la scienza, un compito filosofico; almeno questo, a Platone e Aristotele lo dobbiamo. Questo compito è un compito ontologico, nel senso che è il compito fondamentale del pensiero.

Il primato ontico dell'esistente Entrando nel merito dei termini: "ontico" vuole indicare tutto ciò che concerne le singole cose in quanto sono (cioè gli enti); "ontologico", invece, è ogni discorso inerente all'essere in sé, al tutto.

Quindi: primato ontologico del problema dell'essere è il fatto che tale questione precede ogni altra questione che l'uomo si pone; primato ontico è invece il fatto che l'esistente umano, per comprendere l'essere, deve comprendere se stesso in quanto Esserci, in quanto ente privilegiato capace di interrogarsi sull'essere;. ente privilegiato cui l'essere, cioè, si manifesta. Se la caratteristica esistenziale dell'esistente umano (dell'Esserci) è quella di rivolgersi a se stesso, al proprio essere, questo modo di comportarsi - di essere - non possiamo che chiamarlo esistenza. «L'esserci comprende sempre se stesso in base alla sua esistenza, cioè alla possibilità che gli è propria di essere o non essere se stesso».

Il tema dell'analitica dell'Esserci "L'essenza dell'Esserci consiste nella sua esistenza". Per esistenza non si intende una "proprietà", cioè la semplice-presenza di qualcosa come questo o quell'essere umano. Per esistenza si intende ogni modo d'essere dell'uomo (Esserci). "Esserci" non indica dunque l'uomo in quanto singolo (questo o quello) ma il suo "essere" in quanto "esistente" (esistente umano). Se l'Esserci non è una proprietà ma il nostro modo d'essere - il mio, il tuo - noi possiamo sia "conquistare" il nostro modo d'essere, sia "perderlo", sia "conquistarlo apparentemente".

Noi possiamo cioè essere noi stessi (appropriarci di noi) autenticamente o inautenticamente. L'importante è comprendere che entrambe queste possibilità sono modi d'essere reali (anche un'esistenza inautentica è un'esistenza). La nostra esistenza si manifesta sempre in questo o quel modo; ma una corretta interpretazione fenomenologica dell'Esserci (cioè della nostra esistenza), che voglia cioè affrontare "la cosa stessa", non deve scegliere come punto di partenza un modo d'essere particolare - per es. quello gnoseologico-scientifico, alla Kant o trascendental-fenomenologico alla Husserl - ma deve mostrare chi siamo "innanzi tutto e per lo più", cioè nell'indifferenziazione della quotidianità e proprio nella quotidianità, la struttura dell'esistenzialità non è approssimativa e nebulosa, ma inautentica; nella quotidianità, l'esistenza appare nel modo della "fuga" e dell'oblio di sé.

L'essere-nel-mondo Il significato dell'espressione "essere-nel-mondo" comporta tre punti di vista: 1) il "nel mondo" comporta un'indagine sull'idea di mondo ("mondità", Weltlichkeit) come tale; 2) occorre determinare con chiarezza di cosa parliamo quando parliamo dell'essere che è nel mondo, cioè di cosa si nasconde dietro il "Chi" della domanda "Chi è"; 3) infine occorre chiarire il senso (la costituzione ontologica) dell'"in-essere" (in-essenza).

L'espressione "in-essere" non va intesa in senso pratico come il modo d'essere di qualcosa che è dentro qualcos'altro (come l'acqua nel bicchiere o la chiave nella toppa), cioè la semplice presenza di questo o quell'uomo in questo o quel luogo. "In" deriva da in-abitare, habitare (habitus) nel senso di "essere abituato", "essere familiare con", "essere solito". "In-essere" (essere-nel-mondo) è dunque la condizione fondamentale dell'esistenza umana, nel senso della sua "condizione normale" (abituale, consueta). È, in altre parole, il modo in cui noi ci "sentiamo a casa nel mondo" (lo abitiamo) a prescindere da ogni ulteriore occupazione e attività (la condizione dell'intimità)..

L'"in-essere" può anche essere illustrato attraverso il concetto di "incontro": un tavolo non può "incontrare" una sedia così come un esistente umano incontra un altro esistente umano. L'incontro infatti presuppone non una condizione spaziale (siamo semplicemente qui, uno di fronte all'altro), ma un'accessibilità che ci permetta di ri-conoscere l'altro in quanto già da sempre conosciuto (appartenente al "nostro mondo"). Questo modo di essere nel mondo lo chiamiamo "effettività" (Faktizität); questo concetto indica le consuetudini, la familiarità col mondo di un essere che si percepisce (si comprende) come legato nel suo "destino" all'essere che incontra nel proprio mondo.

Occorre ora considerare le diverse maniere dell'"in-essere": - avere a che fare con qualcosa; - affrontare qualcosa; - lasciar perdere o abbandonare qualcosa; - intraprendere; - imporre ecc. Tutte queste maniere o modificazioni dell'"in-essere" originario, inteso come "Habitus"- abitare, sono modi del prendersi cura. Il termine "prendersi cura" naturalmente non va inteso nel suo significato corrente (come "condurre a termine" o "preoccuparsi"). Esso ha un valore esistenziale (ontologico) e indica innanzi tutto il fatto che la costituzione profonda dell'esistente umano (l'essere dell'Esserci) è quella della cura, del prendersi cura. In altre parole questo significa che agli esseri umani non "capita" un po' sì e un po' no di assumere una relazione col mondo, ma che proprio l'essere in relazione col mondo nel modo del prendersene cura caratterizza la loro esistenza..

L'essere dell'ente nel mondo-ambiente