I referendum abrogativi in Italia del 2009 si tennero il 21 e il 22 giugno, contestualmente ai ballottaggi per le elezioni amministrative, ed ebbero a oggetto tre distinti quesiti, diretti ad abrogare specifiche disposizioni della legge elettorale (contenuta nella legge 21 dicembre 2005, n. 270, recante "Modifiche alle norme per l'elezione della Camera dei deputati e del Senato della Repubblica") (dal sito del Ministero dell'Interno).
Il primo quesito voleva abrogare tutte le norme che prevedono la possibilità per le liste concorrenti alle elezioni della Camera dei deputati di collegarsi tra loro e di essere, di conseguenza, attributarie del premio di maggioranza. Il secondo quesito voleva abrogare tutte le norme che prevedono la possibilità per le liste concorrenti alle elezioni del Senato della Repubblica di collegarsi tra loro e di essere, di conseguenza, attributarie del premio di maggioranza. Il terzo quesito aveva come scopo quello di ottenere l'abrogazione della possibilità per uno stesso candidato di presentare la propria candidatura in più di una circoscrizione alle elezioni della Camera dei deputati.
Gli elettori chiamati al voto erano 47,5 milioni, più 3 milioni di elettori all'estero. Il quorum da raggiungere per la validità della consultazione era del 50% degli aventi diritto più uno (circa 25 milioni).
Vista la bassa affluenza alle urne per tutti e tre i quesiti (attestatisi al 23,31% i primi due, e al 23,84% il terzo), i referendum sono stati dichiarati non validi.
L'iniziativa referendaria Nel 2007 un gruppo di promotori, tra cui spiccano i nomi di Mario Segni e Giovanni Guzzetta raccolsero le firme necessarie per proporre un referendum, che abrogasse alcune parti della legge elettorale (come già era accaduto in occasione del referendum del 1993, prima del Mattarellum).
Il Comitato referendario era composto da costituzionalisti (Michele Ainis, poi distaccatosene, Augusto Antonio Barbera), politologi (Gianfranco Pasquino, Angelo Panebianco) e politici di entrambi gli schieramenti (Gianni Alemanno, Angelino Alfano, Mercedes Bresso, Riccardo Illy, Renato Brunetta, Antonio Martino, Giovanna Melandri, Arturo Parisi, Daniele Capezzone, Stefania Prestigiacomo, Gaetano Quagliariello, Giorgio Tonini, Salvatore Vassallo).
La raccolta delle firme ha avuto inizio il 24 aprile 2007 ed è terminata il 24 luglio dello stesso anno. A seguito dell'autenticazione delle firme da parte della Corte di cassazione e dell'approvazione dei quesiti da parte della Corte Costituzionale, il referendum è stato inizialmente indetto per il 18 e il 19 maggio 2008; tuttavia, a seguito dello scioglimento delle camere del 6 febbraio 2008, la consultazione è stata rinviata di un anno.
La calendarizzazione Da calendarizzare, secondo legge, tra il 15 aprile e il 15 giugno, i referendum abrogativi sulla legge Calderoli sono stati infine fissati per il 21-22 giugno, in corrispondenza dei turni di ballottaggio delle amministrative.
In un primo momento, era stato proposto l'accorpamento al turno delle elezioni europee e amministrative del 6-7 giugno. Ciò al fine di risparmiare una consistente somma di denaro necessaria per l'approntamento della consultazione, valutata in almeno 373 milioni di euro (173 milioni di euro, dati Ministero dell'Interno, probabilmente sottostimati, più 200 milioni di euro di costi indiretti) in un momento di crisi economica e in seguito alle risorse resesi necessarie per il terremoto in Abruzzo. Tale proposta trovò tuttavia la ferma opposizione della Lega Nord, contraria ai quesiti referendari, e intenzionata a rimandare la data della consultazione per sfruttare l'effetto astensione sul quorum. Altri invece hanno difeso la scelta di non accorpare il referendum alle altre votazioni, adducendo come motivazione la possibilità di confusione da parte dell'elettore. In alcune grandi città, infatti, l'elettore avrebbe dovuto maneggiare sette schede contemporaneamente.
Per ottenere l'accorpamento con i ballottaggi, è stata quindi necessaria l'approvazione di una legge che consentisse di andare oltre il termine fissato dalla legge per lo svolgimento del referendum, cioè il 15 giugno.
I quesiti Primo quesito: "Camera dei deputati - Abrogazione della possibilità di collegamento tra liste e di attribuzione del premio di maggioranza ad una coalizione di liste" (scheda di colore viola) Secondo quesito: "Senato della repubblica - Abrogazione della possibilità di collegamento tra liste e di attribuzione del premio di maggioranza ad una coalizione di liste" (scheda di colore beige scuro) Terzo quesito: "Camera dei deputati - Abrogazione della possibilità per uno stesso candidato di presentare la propria candidatura in più di una circoscrizione" (scheda di colore verde chiaro)
Primo quesito Il primo quesito (scheda di colore viola) voleva abrogare tutte le norme che prevedono la possibilità per le liste concorrenti alle elezioni della Camera dei deputati di collegarsi tra loro e di essere, di conseguenza, attributarie del premio di maggioranza.
Se avesse vinto il no o se il referendum non avesse raggiunto il quorum, non ci sarebbero state modifiche rispetto alla situazione attuale.
Se avesse vinto il sì, le liste concorrenti alle elezioni della Camera dei deputati non avrebbero potuto collegarsi tra loro e, di conseguenza, il premio di maggioranza sarebbe stato assegnato alla singola lista che avesse ottenuto più voti.
Un secondo effetto sarebbe stato quello di abrogare le soglie di sbarramento per i partiti coalizzati, quindi ogni lista avrebbe dovuto superare la soglia di sbarramento prevista per i partiti non coalizzati.
Secondo quesito Il secondo quesito (scheda di colore beige scuro) voleva abrogare tutte le norme che prevedono la possibilità per le liste concorrenti alle elezioni del Senato della Repubblica di collegarsi tra loro e di essere, di conseguenza, attributarie del premio di maggioranza.
Se avesse vinto il no o se il referendum non avesse raggiunto il quorum, non ci sarebbero state modifiche rispetto alla situazione attuale.
Se avesse vinto il sì, le liste concorrenti alle elezioni del Senato della Repubblica non avrebbero potuto collegarsi tra loro e, di conseguenza, il premio di maggioranza regionale sarebbe stato assegnato alla singola lista che avesse ottenuto più voti in ambito circoscrizionale.
Un secondo effetto sarebbe stato quello di abrogare le soglie di sbarramento per i partiti coalizzati, quindi ogni lista avrebbe dovuto superare la soglia di sbarramento prevista per i partiti non coalizzati.
Terzo quesito
Il terzo quesito (scheda di colore verde chiaro) riguardava l'abrogazione delle candidature multiple alle elezioni della Camera dei deputati.
Se avesse vinto il no o se il referendum non avesse raggiunto il quorum, non ci sarebbero state modifiche rispetto alla situazione attuale.
Se avesse vinto il sì, i candidati deputati avrebbero potuto presentarsi in una sola circoscrizione elettorale.
Il terzo quesito fu generalmente apprezzato e non attirò particolari critiche, se non da parte di chi fece notare che, comunque, sarebbe restato il meccanismo delle liste bloccate e non ci sarebbe stato il ritorno alla possibilità di esprimere preferenze nominative. Ad esempio, per Marco Pannella: "Resta un parlamento di nominati. [...] Il rapporto parlamentari/elettori è zero".
Posizione delle principali forze politiche Rifondazione Comunista: non voto Sinistra e Libertà: no/non voto Italia dei Valori: no Antonio Di Pietro: "Andrò a votare perché è un dovere e un diritto irrinunciabile di ogni cittadino. Voterò no perché il referendum, che ritenevo un grimaldello per costringere il Parlamento a rivedere la legge elettorale, definita "porcata" dal suo stesso ideatore Calderoli, in realtà si trasformerà in uno scacco matto alla democrazia per gli obiettivi ignobili del Presidente del Consiglio" Partito Democratico: sì Dario Franceschini: "Il referendum non l'abbiamo proposto noi, ma di fronte alla domanda se vogliamo abolire la legge porcata, noi che l'abbiamo sempre contrastata, non possiamo che rispondere di sì. Poi avremo tempo quattro anni per fare una nuova legge" Massimo D'Alema: "Il mio sì al referendum è legato all'impegno per una nuova legge elettorale" UDC: no/non voto Lorenzo Cesa: "La nostra astensione è una decisione politica. Questo referendum porterebbe ad un sistema elettorale non solo peggiore di quello attuale, ma addirittura simile a quello fascista: un partito con il 25% potrebbe avere il 55% dei seggi. Peraltro questo sistema è già stato bocciato dagli elettori in questa tornata elettorale: quattro elettori su dieci non hanno votato né Pdl né Pd, emblematico del fatto che non siamo in un sistema bipartitico"
Il Popolo della Libertà: libertà di voto Silvio Berlusconi: "Il referendum dà il premio di maggioranza al partito più forte. Vi sembra che io possa votare no? Va bene tutto, ma non si può pensare di essere masochisti", "Non appare oggi opportuno un sostegno diretto al referendum" Gianfranco Fini: "Andrò a votare e personalmente voterò sì" Lega Nord: non voto Roberto Calderoli: "Ci troveremo in una fase antidemocratica se passa il referendum" Luca Zaia: "I cittadini vadano a votare ai ballottaggi e, con grande coerenza, non ritirino le schede del referendum" Radicali Italiani: no Sinistra Critica: non voto Partito Comunista dei Lavoratori: non voto
Poiché l'eventuale successo dei primi due quesiti del referendum comporterebbe il "premio di maggioranza" per il partito (e non più per la coalizione) in grado di raccogliere la semplice maggioranza relativa dei voti, i partiti minori si sono dichiarati contrari, dando indicazione di non recarsi alle urne o di non ritirare le schede, per evitare che, grazie all'astensionismo, la consultazione raggiungesse il quorum. Secondo Sandro Brusco, la forte opposizione soprattutto della Lega Nord e dell'Italia dei Valori si spiega con il timore di una perdita di riconoscibilità, nel caso in cui i partiti minori vengano costretti a formare un listone unico con il partito maggiore del proprio campo.
Il Partito Democratico e il Popolo della Libertà invece hanno assunto una posizione favorevole. Il Pdl, tuttavia, ha deciso di non far campagna elettorale per non alienarsi le simpatie della Lega Nord: il patto tra Berlusconi e Bossi ha fatto seguito alla "cena di Arcore" dell'8 giugno 2009. In cambio del silenzio del PDL sul referendum, la Lega ha accettato di votare i candidati comuni ai ballottaggi.
Il problema del quorum e gli effetti sull'istituto del referendum Come è già avvenuto in occasione delle più recenti consultazioni referendarie, anche in questa occasione ha tenuto banco, in particolare, il tema del quorum, cioè della necessità, perché il referendum abbia effetto, che si presenti alle urne almeno il 50% dei votanti sul totale degli aventi diritto al voto. Questa condizione non si è realizzata per lungo tempo in tutti i referendum tenuti in Italia fra il 1997e il 2011 il cui svolgimento è stato perciò vano.
L'arma dell'astensione è stata utilizzata ampiamente nella campagna anti-referendaria: contando su un astensionismo "fisiologico" di almeno il 20% del corpo elettorale, gli oppositori ai questiti referendari - in questa come in tutte le più recenti occasioni - hanno privilegiato in larga misura l'invito a disertare le urne piuttosto che all'espressione del NO sulle schede elettorali. E anche in questa occasione non sono mancate le polemiche a favore e contro questa "tecnica" peculiare.