Giovinezza e prime esperienze politiche Pietro Ripari nacque da Lodovico Giuseppe Lantelmino e da Giovanna Ronchi. Secondogenito di cinque figli, crebbe in una famiglia benestante di piccoli proprietari terrieri. La zona di provenienza e la condizione economica privilegiata lo potrebbero ricollegare alla nobile famiglia Ripari di Cremona.
Iscritto alla facoltà di Medicina dell'Università degli Studi di Pavia, ebbe come maestro il celebre anatomista e oculista Bartolomeo Panizza; si trasferì successivamente all'ateneo di Padova, dove studiò Clinica chirurgica con il professor Ruggeri di Crema, che egli ricorda affettuosamente come «gigante di mente, di corpo e di cuore». Si laureò nel 1827 con una tesi sull'impiego del cloruro mercurico nella terapia della sifilide (De utilitate chloruri hydrargirii in syphilide).
Durante gli anni degli studi universitari, Ripari venne a contatto con gli ambienti carbonari e mazziniani e aderì sin dalla fondazione alla Giovine Italia. Dopo la laurea esercitò per oltre vent'anni la professione di medico condotto, dedicandosi anche agli studi scientifici: è del 1842 la pubblicazione del lavoro Nuova teoria Medica: discorso sull'infiammazione.
Nel 1847 abbandonò l'attività medica per dedicarsi interamente alla causa risorgimentale, probabilmente sulla scia degli entusiasmi provocati nei liberali dall'elezione al soglio pontificio di papa Pio IX: nel marzo del 1848 fu a Milano, dove conobbe Giuseppe Garibaldi appena rientrato dall'America del Sud, e poco dopo fu inviato a Venezia presso Daniele Manin, in qualità di delegato del Governo provvisorio rivoluzionario costituitosi dopo le Cinque giornate. Nell'aprile dello stesso anno partecipò alla spedizione dei volontari cremonesi del maggiore Agostino Tibaldi, che operò nel Trentino contro gli austriaci. Dal maggio all'agosto del 1848 collaborò come redattore al quotidiano mazziniano L'Italia del Popolo con articoli di natura finanziaria e militare.
Dopo l'armistizio di Salasco (9 agosto 1848) e il rientro delle truppe austriache a Milano, Ripari si rifugiò insieme a Giuseppe Mazzini a Lugano: nella città elvetica, nel settembre 1848, pubblicò un pamphlet, dal titolo Tradimenti e Colpe, nel quale analizzava le cause politiche e gli errori militari che, secondo lui, avevano condotto al fallimento della guerra contro l'Austria, attribuendo pesanti responsabilità a Carlo Alberto di Savoia e ai membri del Governo provvisorio di Milano, colpevoli di aver fatto eccessivo affidamento sull'aiuto di Torino: l'opuscolo, introdotto clandestinamente in Piemonte e Lombardia, conobbe un discreto successo e rese noto il nome di Ripari alle varie polizie. In seguito al fallito tentativo insurrezionale della Val d'Intelvi (31 ottobre - 1º novembre 1848), le autorità elvetiche concessero a Ripari otto giorni per lasciare la Svizzera, e il medico rientrò clandestinamente in Italia, rifugiandosi a Venezia, che ancora resisteva agli austriaci.
La Repubblica Romana e l'esilio
Dopo la fuga di Pio IX a Gaeta e la conseguente costituzione della Repubblica Romana, il 10 gennaio del 1849 Ripari, da Venezia, raggiunse Garibaldi a Macerata, dirigendosi poi con lui a Rieti e successivamente a Roma, dove giunse il 27 aprile.
A Roma Ripari fu incaricato da Garibaldi dell'organizzazione delle ambulanze, compito che egli svolse con alacrità e diligenza, non concedendosi che poche ore di riposo: una rapida carriera lo portò da chirurgo aiutante (27 febbraio) a chirurgo maggiore nella 2ª Brigata della Divisione Garibaldi (14 maggio), fino a divenire Direttore generale delle ambulanze della 1ª Divisione (7 giugno), su nomina diretta di Garibaldi.
Ma «l'odore della polvere (l') attraeva», come egli ripeteva spesso, e, durante l'assedio francese protrattosi per tutto il giugno, non era difficile vederlo abbandonare i ferri del chirurgo e imbracciare il fucile (Castellini lo ricordò come «ottimo medico e tiratore abilissimo»). Partecipò alla difesa di Villa Corsini (nota anche come Casino dei Quattro Venti) e fu a fianco di Garibaldi alla battaglia di Velletri, salvandolo con il suo intervento da una carica della cavalleria borbonica.
Nelle tre ambulanze assegnate alla 1ª Divisione (situate a San Pietro in Montorio, a Santa Maria della Scala e nel Monastero dei Sette Dolori) e da lui dirette, Ripari si prodigò, insieme ad Agostino Bertani e ad altri pochi medici, nella cura dei feriti della difesa di Roma, assistendo negli ultimi istanti di vita Goffredo Mameli e Luciano Manara.
Alla capitolazione della Repubblica Romana e dopo l'ingresso in città delle truppe francesi al comando del generale Oudinot, Ripari non seguì la ritirata della colonna garibaldina, ma ritenne suo dovere di medico rimanere in Roma per continuare ad assistere i feriti della 1ª Divisione, previa autorizzazione concessa dal generale Levaillant del Comando francese.
Ma la sera dell'8 agosto (1849) alcuni gendarmi papalini fecero irruzione alla “Locanda d'Inghilterra”, dove il medico era alloggiato, e lo trassero in arresto, sequestrando una valigetta di cuoio contenente numerosi documenti compromettenti. Rinchiuso alle Carceri Nuove e successivamente al carcere di San Michele, sulla base della documentazione sequestrata Ripari fu processato dal restaurato governo pontificio e condannato il 2 maggio 1851 a venti anni di carcere duro per «corrispondenze illecite relative agli affari interni dello Stato Romano». Il medico scontò la pena in parte nel bagno penale di Ancona e in parte nell'ergastolo di Paliano.
Per intercessione di influenti amici (tra i quali Enrico Cernuschi), che interessarono del caso l'imperatore Napoleone III, Ripari fu graziato il 14 ottobre 1856. Dopo la scarcerazione si rifugiò dapprima a Parigi e successivamente a Londra: dal suo esilio londinese pubblicò sul giornale mazziniano genovese L'Italia del Popolo le Lettere al Cardinale Antonelli (successivamente raccolte in volume nel 1860), vibrata protesta e aperto atto d'accusa all'influente Segretario di Stato di Pio IX che fu il principale responsabile della condanna del medico solarolese e che rese inapplicabile per lui l'amnistia che il Pontefice aveva concesso ai detenuti politici dopo il suo ritorno a Roma.
La spedizione di Sicilia
Rientrato in Italia nel 1859, nel corso della seconda guerra di indipendenza Ripari fece parte del Servizio Sanitario dei Cacciatori delle Alpi, a capo del quale venne nominato Agostino Bertani. Ripari fu inquadrato nel 2º Reggimento Giacomo Medici con il grado di tenente medico e assegnato al Deposito di Como.
Tra il 1º e il 4 maggio dell'anno successivo avvenne a Quarto il concentramento dei volontari per la Spedizione dei Mille; ancora una volta, Garibaldi volle a dirigere il Servizio Sanitario dell'Esercito Meridionale Pietro Ripari, quasi sessantenne («vecchio e canuto», addirittura «decrepito», lo descrissero quei commilitoni che della spedizione lasciarono ricordi scritti). Imbarcato a bordo del Lombardo, già durante la traversata Ripari lavorò intensamente a un Prospetto d'organizzazione per il servizio sanitario dei Cacciatori delle Alpi in Sicilia, che presentò a Giuseppe Sirtori il 14 maggio.
Ma non vi fu il tempo di mettere in pratica l'organizzazione predisposta: già il giorno dopo (15 maggio 1860), nel primo scontro con l'esercito borbonico a Calatafimi, il corpo medico vide messa a dura prova la sua abilità. I volontari garibaldini, tra morti e feriti, ebbero fuori combattimento numerosi effettivi: Ripari ricoverò i feriti della battaglia a Pianto Romano nell'ospedale organizzato nel vecchio convento di San Francesco, a Vita, ma, obbligato da Garibaldi a seguirlo assieme agli altri sanitari, lasciò circa ottanta volontari alle cure dei frati, di due studenti in medicina e di «un vecchio medico siciliano – racconta il colonnello Giuseppe Bandi - che in materia di chirurgia non avrebbe tolto neanche la pelle ad una lepre morta».G. Bandi, I Mille
L'ambulanza di Ripari (nella quale operò un altro medico cremonese, il dottor Cesare Stradivari) non fu quindi un ospedale di retrovia, ma seguì durante tutta la spedizione le colonne garibaldine, efficiente posto di primo soccorso sulla linea del fuoco. Ai volontari feriti non mancò neppure il conforto di una gentile assistenza femminile: collaboratrice di Ripari nella spedizione di Sicilia fu la giornalista inglese Jessie White, moglie di Alberto Mario, mentre non altrettanto gradita fu la disponibilità di una pittoresca gentildonna piemontese, figlia del generale Salasco ed ex moglie del conte Martini Giovio della Torre di Crema: «Si dice che spanda balsamo, pietosa come una suora di carità – ricorda Giuseppe Cesare Abba nelle sue Noterelle – ma si aggiunge che il vecchio Ripari l'ha fatta cacciare dall'ospedale di Barcellona dove essa voleva fare l'angelo sopra i feriti di Milazzo»”.G.C. Abba: Da Quarto al Volturno – Noterelle di uno dei Mille
Dalla campagna di Sicilia Ripari inviò numerose corrispondenze di guerra al bisettimanale Corriere Cremonese: nella prima relazione, datata da Palermo il 27 maggio, egli scrisse: «In queste poche parole sta racchiusa una tale grandezza di fatti che io stesso ne resto meravigliato»; e più avanti: «Garibaldi, alla Fontana di Pietra, con la sua camicia rossa è bello come un dio». Ma i resoconti, dapprima caldi di entusiasmo pur nella sobrietà dell'espressione, rispecchiarono più tardi lo smarrimento con cui i volontari più avveduti, risalendo verso Napoli, si resero conto del compito pauroso che attendeva coloro che avrebbero dovuto gestire socialmente e politicamente la situazione, una volta conclusasi l'impresa. Il nome di Ripari ricorre di frequente nelle memorie di coloro che lasciarono ricordi scritti della spedizione: sempre il CastelliniG. Castellini: Eroi Garibaldini annota come il medico si trovasse tra i primi a voler passare lo Stretto di Messina, respinto però da Garibaldi, che addusse a pretesto la sua tarda età; lo ritroviamo poi alla battaglia del Volturno, «dilatante le narici qual cavallo di battaglia»J.W. Mario – Giuseppe Garibaldi e i suoi tempi cap 47. Quale medico capo del Servizio Sanitario dell'esercito meridionale, Ripari fu in seguito creato Cavaliere dell'Ordine Militare di Savoia, e poté godere fino alla morte della pensione concessa ai reduci della Spedizione dei Mille.
Aspromonte