La geografia culturale è una sottodisciplina della geografia che studia le manifestazioni geografiche della cultura, ovvero si occupa dello studio dei simboli che sono attribuiti a luoghi e a spazi.
Precursori Alexander von Humboldt Alexander von Humboldt con la sua principale opera, Kosmos, illustra la geografia secondo il disegno razionalista, che fonda il processo di costruzione della conoscenza sulla ragione. Nei suoi studi precedenti Humboldt si era occupato del territorio dal punto di vista morfologico associandolo agli usi e costumi che vigevano su di esso; le sue descrizioni geografiche ci parlavano sia della natura sia della cultura di un dato territorio. Con Humboldt abbiamo l'oggettività della conoscenza geografica; la realtà materiale è indagata applicando i precetti cartesiani (evidenza, riduzione, causalità, esaustività o sintesi). La conoscenza di Humboldt viene definita di tipo binario; è costituita quindi da due elementi: la rappresentazione della realtà territoriale e la relativa spiegazione, vale a dire segno e significato. Humboldt viene definito uno scienziato-viaggiatore, figura diffusa nell'Europa dell'Ottocento. Lo scienziato-viaggiatore è uno studioso che attraverso numerosi viaggi e facendo esperienza diretta della realtà geografica, formula ipotesi ed elabora teorie per far progredire il sapere. Humboldt con i suoi resoconti di viaggio, (significativo è La relation historique du voyage aux Régions équinotiales du nouveau continent), porta avanti il suo progetto di ricerca, raccogliendo sul campo grandi quantità di dati con l'intento di diffondere un interesse maggiore nei lettori sull'argomento, utilizzando la letteratura di viaggio per la quale il pubblico mostra una maggiore preferenza. Per Humboldt il paesaggio è il risultato di relazioni di causa ed effetto che regolano le condizioni fisiche del territorio e lo sfruttamento delle sue risorse.
Ernest Kapp Il concetto di geografia culturale compare per la prima volta nel 1845 quando Ernst Kapp introduce il termine di Kulturgeographie. Kapp fu il primo ad associare il termine cultura con la geografia, anche se la cultura viene ancora intesa come manifestazione individuale e non a livello sociale.
Karl Ritter Oltre alla realtà materiale o visibile, Karl Ritter tiene conto della cosiddetta realtà non visibile (le vie di comunicazione, le forme di coltivazione, la distribuzione della popolazione, le strutture sociali ecc.). La conoscenza, secondo Ritter, è di tipo ternario. Abbiamo come in Humboldt la rappresentazione e la spiegazione, ma al processo di conoscenza viene aggiunto un terzo elemento: la realtà territoriale ossia l'oggetto come referente. Nello studio del paesaggio Ritter porta avanti l'idea di un paesaggio intessuto di segni che ci parlano di una realtà che sta oltre la realtà visibile.
Friedrich Ratzel Fondamentale fu il contributo nel 1875 di Friedrich Ratzel che parlò di geografia culturale, ma non possiamo definire ancora il suo lavoro come fondazione della geografia culturale. Nell'opera principale di Ratzel, Anthropogeographie del 1882, manca ancora uno statuto epistemologico della materia, benché si trattino aspetti della realtà geografica quali la distribuzione e la diffusione dei differenti gruppi etnici sulla terra; in quest'opera però vengono enunciati i concetti basilari di un altro ramo della geografia, quello della geografia umana. Ratzel, suddividendo le popolazioni in primitive, ovvero sotto controllo dell'ambiente, e popolazioni avanzate, cioè che dominano il territorio dove sono insediate, giunge alla conclusione che il comportamento sociale e le modalità con cui una popolazione si stanzia in un luogo, siano fortemente in relazione con il territorio geografico. Gli studi di Ratzel furono da alcuni accusati di Determinismo ambientale, secondo il quale il comportamento sociale è fortemente influenzato dal territorio.
La geografia culturale tradizionale Ad una vera teorizzazione sull'argomento arriviamo negli anni trenta del Novecento negli Stati Uniti. Nel 1931 Carl Sauer definì i principi fondamentali e gli obiettivi della geografia culturale, per questo ne è considerato il fondatore. Sauer definì la geografia culturale come “l'applicazione dell'idea di cultura ai problemi geografici” (Vallega 2003, p. 21). Sauer limitò la ricerca della geografia culturale a determinati aspetti: in che modo gli elementi culturali siano diffusi e distribuiti nel territorio geografico, le manifestazioni geografiche dell'ecologia culturale e lo sfruttamento delle risorse naturali, la specializzazione delle culture e l'individuazione delle regioni culturali. Sauer fu anche il fondatore della scuola di Berkeley, specializzata nello studio del paesaggio, che contribuì con molte ricerche empiriche alla diffusione della geografia culturale. All'idea di territorio in chiave strutturalista ha contribuito nel 1939 Richard Hartshorne con il suo saggio The nature of Geography: a critical survey of current thought in the light of the past.
La nuova geografia culturale Dopo una fase iniziale di sviluppo negli anni trenta, la geografia culturale conosce un periodo di crescita negli anni cinquanta e un successivo declino negli anni sessanta. Intorno agli anni ottanta, invece, alcuni fenomeni cambiano l'impostazione degli studiosi di geografia culturale. La sfiducia nello Strutturalismo, l'insoddisfazione nelle ricerche quantitative e la perplessità verso una rappresentazione esclusivamente analitica del territorio, riportano l'attenzione alla cultura, con la nascita di una nuova sensibilità. In quegli anni, inoltre, si afferma in geografia il Postmodernismo, un movimento di pensiero, critico verso il Razionalismo e lo Strutturalismo, che condiziona la nuova geografia culturale. Il territorio viene letto, in chiave postmodernista, come un testo, un insieme di segni in contatto con il contesto storico-culturale che lo circonda (Dear, 2001). Lo studioso postmodernista concentra la sua attenzione sui paesaggi culturali urbani individuandone i segni postmoderni, osserva le trasformazioni industriali nel tempo e si occupa del discorso della rappresentazione del territorio, preferendo quella secondo la quale il territorio è una fitta rete di segni, dove il compito del geografo è esplorarne e interpretarne i significati.
All'interno della nuova geografia culturale si delineano quattro indirizzi:
indirizzo strutturalista indirizzo spiritualista indirizzo eclettico indirizzo semiotico
Indirizzo strutturalista La geografia culturale a indirizzo strutturalista è influenzata dallo Strutturalismo, quella corrente di pensiero che vede la realtà come un complesso di elementi che interagiscono tra loro. L'indirizzo strutturalista utilizza dati oggettivi che si basano su valori misurabili, rispecchia quindi la posizione della geografia culturale tradizionale. La geografia culturale di stampo strutturalista e l'antropologia culturale condividono la stessa base teorica, quella dello Strutturalismo. Con l'antropologia culturale, non è il territorio a essere esaminato come insieme di elementi interagenti, ma sono le culture a essere studiate come aggregati di elementi secondo schemi generali al fine poi di classificarle.
Indirizzo spiritualista L'indirizzo spiritualista della geografia culturale poggia la sua base teorica sullo Spiritualismo, la dottrina che porta avanti il processo di conoscenza attraverso la filosofia. Questo indirizzo indaga il territorio geografico attraverso un'impostazione basata sui valori della natura, della storia e della trascendenza; inoltre si sofferma sulla rappresentazione e sulla ricerca geografica della struttura estetica interna. L'indirizzo spiritualista esamina il paesaggio concentrandosi sui valori estetici, interrogandosi sulla collocazione della coscienza umana che scaturisce da un evidente soggettivismo. Due esponenti importanti per il filone spiritualista sono Giuliana Andreotti e Luisa Bonesio.
Indirizzo eclettico L'indirizzo eclettico è adottato dagli studiosi che esplorano la realtà geografica attraverso il contributo di diverse dottrine. La geografia culturale con indirizzo eclettico studia il paesaggio attraverso il contributo delle impostazioni dei vari indirizzi (spiritualista, strutturalista e semiotico). Evidente è questa compresenza di più chiavi di lettura nello studio del paesaggio, dove troviamo descritte le forme materiali del paesaggio secondo la linea strutturalista, l'universo dei simboli che connotano il paesaggio secondo l'indirizzo semiotico e l'attenzione ai valori estetici del paesaggio dell'impostazione spiritualista. Determinate manifestazioni geografiche della cultura possono essere indagate attraverso varie prospettive che rispecchiano i diversi indirizzi. Ad esempio, di una certa popolazione di un dato territorio possiamo sottolineare fattori oggettivi quali la lingua, la religione (secondo l'impostazione strutturalista), evidenziare come questa popolazione abbia rappresentato il territorio dove risiede attraverso la pittura e la musica, per poi passare ai simboli attribuiti dalla popolazione alla natura e alla trascendenza (secondo la corrente spiritualista). Con l'indirizzo eclettico verranno associati tutti questi elementi. Come dice Vallega, la geografia culturale può essere definita una scienza-ponte che dialoga con molte altre discipline come la semiotica, la poetica, la sociologia, l'estetica e molte altre ancora. Principale esponente dell'indirizzo eclettico è Paul Claval con la sua opera La géographie culturelle, dove troviamo i fondamenti principali di questo indirizzo.
Indirizzo semiotico L'indirizzo semiotico della geografia culturale interpreta i simboli attribuiti a luoghi e spazi, e i significati ad essi conferiti con l'apporto dato dalla semiotica, la disciplina che studia la produzione, la trasmissione e l'interpretazione dei segni. L'indirizzo semiotico non vuole spiegare i segni e i simboli del territorio ricorrendo a metodi razionali o secondo il procedimento causalistico, ma si propone di comprenderli al di là dei principi cartesiani e di causalità, favorendo l'immaginazione.
Parlando di geografia culturale a indirizzo semiotico, ci riferiamo alla corrente che indaga la cultura, intesa come creazione di simboli, nelle sue manifestazioni di tipo geografico. L'antropologo Leslie A. White si è soffermato su questo processo, vedendo la specie umana come caratterizzata da una grande capacità, quella di creare e utilizzare simboli. Secondo White, il processo attraverso il quale l'essere umano è sollecitato alla creazione del simbolo avviene col meccanismo di «reazione-creazione», cioè l'uomo crea il simbolo solo conseguentemente ad una reazione innescata da stimoli provenienti dal contesto che lo circonda. Questo processo, spiega White, avviene secondo quattro fasi. Inizialmente l'uomo risponde con una reazione istintiva ad uno stimolo esterno; successivamente, la reazione non è più di tipo istintivo ma è conseguente all'elaborazione delle esperienze avute in precedenza; la terza fase consiste nel saper controllare fattori esterni, fino ad arrivare all'ultimo stadio del processo di «reazione-creazione», nel quale l'essere umano è capace di rappresentare la realtà per mezzo di simboli, anche utilizzando l'immaginazione. Con questo processo l'uomo arriva a produrre simboli. Il campo di indagine della geografia culturale è appunto questo universo di simboli che costituisce la cultura, patrimonio di simboli e significati che si sono modificati e diffusi nel tempo, trasmettendosi di generazione in generazione.