La crisi economica argentina colpì l'economia argentina tra la fine degli anni novanta e l'inizio del decennio successivo. Da un punto di vista macroeconomico il periodo critico iniziò con la diminuzione del PIL nel 1999 e finì nel 2003 col ritorno alla crescita del PIL e un recupero dei livelli di reddito procapite precedenti nel 2005. Tuttavia, le origini del collasso dell'economia argentina e gli effetti sulla popolazione sono strutturali e risalgono a molto tempo prima.

Origini Per parecchi anni l'Argentina è stata soggetta ad un'alternanza tra dittature militari e deboli governi democratici, circostanza che ha condotto alla nascita di diversi problemi economici.

Durante il Processo di Riorganizzazione Nazionale (1976–1983), ovvero il periodo della dittatura militare in Argentina, un grosso debito fu accumulato per finanziare diversi progetti poi incompleti, come la guerra delle Falkland e l'appropriamento statale del debito privato. Alla fine del governo militare le imprese argentine furono gravemente colpite e la disoccupazione, calcolata al 18% (nonostante gli organi ufficiali affermassero il 5%) acuì le difficoltà economiche.

Nel 1983 si tornò alla democrazia con l'elezione del presidente Raúl Alfonsín. Il progetto del nuovo governo prevedeva la stabilizzazione dell'economia argentina compresa la creazione di una nuova moneta, l'austral, la prima moneta in Argentina a non chiamarsi peso. La nascita dell'austral fu all'origine di nuovi prestiti e quando lo Stato divenne incapace di pagare gli interessi sul debito, la fiducia nell'austral crollò definitivamente. L'inflazione, che era stata mantenuta a tassi mensili tra il 10 ed il 20%, andò fuori controllo. Nel luglio 1989, l'inflazione argentina raggiunse il tasso mensile del 200%, toccando la variazione del 5.000% per quell'anno. Durante la presidenza Alfonsín la disoccupazione non salì mentre i salari reali si dimezzarono, toccando il minimo degli ultimi 50 anni. Le rivolte popolari del 1989 portano Alfonsín a dimettersi 5 mesi prima della scadenza del mandato, sostituito da Carlos Menem.

Anni 1990 La lotta all'inflazione ebbe successo e ricominciò la ripresa economica. Con il ministro dell'economia Domingo Cavallo nel 1991 si fissò il cambio a 10 000 austral per 1 dollaro, valore al quale ognuno poteva convertire i propri austral in dollari. Per assicurare la convertibilità, la banca centrale argentina dovette mantenere riserve in dollari in quantità pari alla moneta in circolazione. Lo scopo iniziale di queste misure era di assicurare l'accettazione della moneta nazionale, che durante i periodi di iperinflazione era rifiutata da molti, che preferivano usare il dollaro. Questo principio diventò poi legge (Ley de Convertibilidad) che ripristinò il peso come moneta argentina, con un tasso di cambio fisso verso il dollaro.

I risultati della legge furono una riduzione drastica dell'inflazione, la stabilità dei prezzi ed una valuta stabile. Ciò ebbe effetti positivi sulla qualità della vita per molti cittadini che poterono di nuovo viaggiare all'estero, acquistare beni d'importazione e chiedere crediti in dollari a tassi di interesse bassi.

Tuttavia l'Argentina aveva ancora un debito pubblico collocato all'estero da ripagare e per farlo continuava a chiedere nuovi prestiti. Il tasso di cambio fisso rendeva convenienti le importazioni, portava ad una fuoriuscita di capitali dallo Stato e causò la deindustrializzazione dell'Argentina con conseguente caduta dell'occupazione.

Nel frattempo le spese del governo e la corruzione restavano elevati. Il debito pubblico argentino crebbe velocemente durante gli anni '90 e il paese appariva sempre meno capace di ripagarlo. Il Fondo Monetario Internazionale continuava comunque a concedere all'Argentina prestiti e dilazioni di pagamento. Un'enorme evasione fiscale unita al riciclaggio di denaro portarono all'evaporazione di una grande quantità di capitali, che si trovavano ora in paradisi fiscali. Una commissione parlamentare iniziò indagini nel 2001 sulle accuse rivolte al governatore della banca centrale argentina, Pedro Pou, e ad una parte del consiglio direttivo, in merito alla mancata scoperta dei numerosi casi di riciclaggio di denaro nel sistema finanziario argentino. Anche Clearstream fu accusata di aver contribuito a questa situazione.

Altri paesi come Messico e Brasile (entrambi importanti partner commerciali dell'Argentina) affrontarono a loro volta crisi economiche, provocando una generale perdita di fiducia degli altri Stati nei confronti dell'America latina, con riflessi su tutte le economie della regione. Il flusso di moneta straniera incassata con le privatizzazioni di imprese pubbliche si esaurì e, dopo il 1999, le esportazioni argentine si ridussero per effetto della svalutazione del real brasiliano e per la rivalutazione del dollaro che fece rivalutare il peso nei confronti delle monete dei maggiori partner commerciali come Brasile (verso cui si indirizzava il 30% del commercio internazionale) e area Euro (23% del commercio).

Nel 1999, il neoeletto presidente Fernando de la Rúa trovò un paese dove la disoccupazione era ormai a livelli critici e gli effetti negativi del tasso di cambio fisso erano ben evidenti. Nel 1999 il PIL diminuì del 4% e il paese entrò in una recessione. La stabilità economica si trasformò in stagnazione (a volte con episodi di deflazione) e le misure economiche prese per contrastarla non facevano nulla per allontanarla; infatti, il governo continuò le politiche economiche restrittive del suo predecessore. La soluzione possibile era l'abbandono del tasso di cambio fisso con una svalutazione volontaria del peso, ma ciò era considerato un suicidio politico e la ricetta perfetta per il disastro economico. Alla fine del secolo, era emersa una certa gamma di valute complementari.

Nonostante le province argentine avessero sempre emesso valuta complementare sotto forma di titoli ed assegni per supplire a mancanze di liquidità, il mantenimento del tasso di cambio fisso portò ad un'esplosione del fenomeno, portando alle quasi-valute; la più forte di esse era il Patacón, emesso dalla provincia di Buenos Aires. Anche lo stato nazionale aveva la sua quasi valuta, il LECOP.

La crisi L'Argentina perse rapidamente la fiducia degli investitori e la fuga di capitali aumentò. Nel 2001 la gente iniziò a temere il peggio e a ritirare grosse somme di denaro dai propri conti correnti bancari, convertendo pesos in dollari e mandandoli all'estero, si scatenò una corsa agli sportelli. Il governo adottò una serie di misure (note come corralito) che congelarono effettivamente tutti i conti bancari per dodici mesi, permettendo unicamente prelievi di piccole somme di denaro.

Questo limite ai prelievi, unito ai seri problemi che causò, esasperò il popolo argentino che in alcuni casi si riversò nelle strade di importanti città, specialmente Buenos Aires. Si svilupparono proteste popolari, note con il nome di cacerolazo, che consistevano nel percuotere rumorosamente pentole e padelle. Queste proteste avvennero soprattutto nel 2001 e 2002. All'inizio i cacerolazos furono semplicemente manifestazioni rumorose, ma presto inclusero distruzioni di proprietà, spesso nei confronti di banche e compagnie private straniere, specialmente grandi imprese americane ed europee. Molti esercizi commerciali installarono barriere di metallo dato che spesso finestre e vetrine venivano rotte e si appiccavano fuochi alle porte. Cartelloni pubblicitari di imprese come Coca Cola ed altre furono abbattuti da masse di dimostranti.

Gli scontri fra i locali e la polizia divennero una consuetudine così come gli incendi appiccati nelle strade di Buenos Aires. Fernando de la Rúa dichiarò lo stato d'emergenza ma questo peggiorò soltanto la situazione, aggravando le proteste del 20 e 21 dicembre 2001 a Plaza de Mayo, dove i dimostranti si scontrarono con la polizia. Esse si conclusero con diversi morti e accelerarono la caduta del governo. Alla fine De la Rúa abbandonò la Casa Rosada in elicottero il 21 dicembre.

La crisi politica si originò a partire dalle dimissioni del vice presidente di De la Rúa, Carlos Álvarez. Seguendo le procedure di successione presidenziale stabilite nella Costituzione, il presidente del Senato Ramón Puerta entrò in carica e si riunì l'Assemblea legislativa (un corpo formato dai membri di entrambe le camere del Congresso). Secondo la legge, i candidati erano i membri del Senato insieme ai governatori delle province; alla fine si nominò Adolfo Rodríguez Saá, a quel tempo governatore della Provincia di San Luis. Durante l'ultima settimana del 2001, il governo ad interim guidato da Rodríguez Saá, di fronte all'impossibilità di ripagare il debito, dichiarò lo stato di default sulla maggior parte del debito pubblico, per una quantità pari a 132 miliardi di dollari.

Un acceso dibattito politico nacque al momento di decidere il periodo per le elezioni successive, le ipotesi variavano dal marzo 2002 all'ottobre 2003 (quest'ultima proposta coincideva con la scadenza del mandato di De la Rúa).

Il team economico di Rodríguez Saá propose un progetto disegnato per preservare il regime di convertibilità, chiamato piano “Terza Valuta”. Esso consisteva nella creazione di una nuova valuta non convertibile chiamata Argentino che avrebbe dovuto coesistere con pesos e dollari statunitensi. Sarebbe dovuta circolare solo in contanti (assegni, cambiali ed altri strumenti avrebbero potuto essere emessi in pesos o dollari ma non in argentinos) e sarebbe stata garantita parzialmente con terreni amministrati dallo stato federale; queste caratteristiche servivano a controbilanciare le tendenze inflazionistiche.

Una volta che l'argentino avesse avuto lo status di valuta legale sarebbe stato usato per riscattare tutta la valuta complementare già in circolazione. Si sperava che la conservazione della convertibilità ristabilisse la fiducia popolare, mentre la natura non convertibile di questa valuta avrebbe permesso di attuare misure di flessibilità fiscale (impensabili con il peso) che avrebbero contrastato la devastante recessione economica. I critici definirono questo piano una “svalutazione controllata”; i difensori del progetto ribattevano che, siccome il controllo di una svalutazione è una procedura delicatissima, questa era una lode travestita da critica. Il piano “Terza Valuta” raccolse consensi entusiastici tra famosi economisti come Martín Redrado, tuttavia esso non poté mai essere implementato perché il governo di Rodríguez Saá mancava del supporto politico richiesto.

Rodríguez Saá, completamente incapace di affrontare la crisi e criticato dal suo stesso partito, dette le dimissioni prima della fine del 2001. L'Assemblea legislativa fu convocata di nuovo e nominò Eduardo Duhalde, senatore per la provincia di Buenos Aires, al suo posto.

La fine della convertibilità

Dopo molte considerazioni, nel gennaio del 2002 Duhalde abbandonò la parità 1 a 1 dollaro-peso che era rimasta in vigore per dieci anni. In pochi giorni il peso perse gran parte del proprio valore nel mercato non regolamentato. Un tasso di scambio provvisorio ufficiale fu fissato a 1,4 pesos per dollaro.

Oltre al corralito, il ministro dell'economia si fece promotore della pesificación ("pesificazione"), secondo la quale tutti i conti correnti denominati in dollari sarebbero stati convertiti in pesos al tasso ufficiale. Questa misura fece arrabbiare molti risparmiatori e molti cittadini si appellarono perché venisse dichiarata incostituzionale.

Dopo alcuni mesi, il tasso di cambio fu lasciato fluttuare liberamente. Il peso soffrì un enorme deprezzamento, ciò spinse l'inflazione poiché l'Argentina dipendeva fortemente dalle importazioni e al tempo non aveva mezzi locali per rimpiazzare i prodotti esteri.