Biografia Prima del pontificato Formazione
Giulio era figlio naturale, poi legittimato, di Giuliano de' Medici (signore di Firenze), ucciso nella congiura dei Pazzi un mese prima della sua nascita, e di una certa Fioretta, forse figlia di Antonio Gorini.
Da giovane fu affidato, dallo zio Lorenzo il Magnifico, alle cure di Antonio da Sangallo. Dopo poco tempo, però, lo zio lo prese direttamente sotto la sua protezione.
Nel 1495, a causa delle sollevazioni popolari contro il cugino Piero, Giulio de' Medici scappò da Firenze per rifugiarsi prima a Bologna, poi a Pitigliano, Città di Castello e Roma, dove visse per molto tempo ospite del cugino cardinale Giovanni, il futuro papa Leone X.
Arcivescovo di Firenze Il 9 maggio 1513 fu nominato arcivescovo di Firenze dal cugino papa Leone X, che aveva ripreso la città sconfiggendo le truppe francesi alleate dei repubblicani fiorentini. Il 14 agosto dello stesso anno Giulio fece il suo ingresso a Firenze. Alla morte del nipote Lorenzo de' Medici (duca di Urbino), divenne anche signore della città; sia come arcivescovo sia come governatore. Si dimostrò un abile uomo di governo. Pur ricevendo spesso incarichi e missioni diplomatiche per conto del Papa non trascurò mai la sua arcidiocesi e con la collaborazione del suo vicario generale Pietro Andrea Gammaro volle conoscere, attraverso i singoli inventari, la situazione di tutte le chiese sotto la sua giurisdizione. Nel 1517 tenne un sinodo di tutto il clero diocesano.
Sventò una congiura tramata contro di lui e fu inflessibile contro i suoi nemici (1522).
Al servizio di Leone X e di Adriano VI Nel 1513, con l'elezione di Leone X, Giulio ebbe la concessione dell'arcidiocesi di Firenze. Il 29 settembre dello stesso anno, dopo una serie di procedure e l'ottenimento delle dispense necessarie a superare lo scoglio della sua nascita illegittima, Giulio fu creato cardinale diacono del titolo di Santa Maria in Domnica.
Dopo questa nomina cominciò la sua ascesa, caratterizzata da una grande ricchezza di benefici ecclesiastici e da un ruolo molto delicato all'interno della politica pontificia. Tra le sue azioni è da ricordare il tentativo di costituire un'alleanza con l'Inghilterra per aiutare Leone X a contrastare le mire egemoniche di Francia e Spagna; per questo motivo fu nominato cardinale protettore d'Inghilterra. La caratteristica principale della politica di questo periodo fu la ricerca di un equilibrio tra i principi cristiani e l'indizione del Concilio Lateranense V (1512-1517), durante il quale Giulio si interessò di lotta contro le eresie. Da cardinale diacono nel frattempo fu dichiarato cardinale presbitero con il titolo di San Clemente (26 giugno 1517) e poi di San Lorenzo in Damaso.
Il 9 marzo 1517 fu nominato vicecancelliere di Santa Romana Chiesa, incarico che gli diede modo di mettere alla prova le sue qualità diplomatiche. Nel delicato incarico mostrò un contegno serio in confronto a quello mondano e dissoluto del cugino. Mentre cercava di organizzare una crociata contro i turchi, che Leone X reputava assolutamente necessaria, dovette risolvere due problemi: la protesta di Martin Lutero e la successione dell'Impero che, dopo Massimiliano I, toccò al nipote Carlo, già re di Spagna. Nel 1520, nella veste di arcivescovo di FirenzeVeste che lo poneva anche a capo dello Studio fiorentino di Pisa, presso il quale fece assumere per due anni Niccolò Machiavelli con l'incarico di redigere una storia di Firenze: Nicolai Rubinstein, Machiavelli storico, in Annali della Scuola Normale Superiore di Pisa. Classe di Lettere e Filosofia, serie III, vol. 17, n. 3 (1987), pp. 695-733., sostenne le trattative per la creazione della diocesi di Sansepolcro, che venne eretta da papa Leone X il 17 settembre.
Nel corso del 1521 la situazione di Firenze (di cui era Governatore cittadino) lo tenne lontano per molti mesi da Roma, ma l'improvvisa morte del papa, avvenuta alla fine dello stesso anno, lo costrinse a tornare a Roma per partecipare al conclave. Fu eletto Adriano VI, di cui aveva sostenuto la candidatura per ottenere l'appoggio di Carlo V. L'anno successivo fu vittima di una congiura, senza conseguenze, ordita dai repubblicani fiorentini.
Il 3 agosto 1523 l'opera diplomatica di Giulio giunse alla conclusione: venne ratificata l'alleanza tra il papato e Carlo V. Poco dopo, nel settembre 1523 morì Adriano VI e Giulio, con l'appoggio dell'imperatore, dopo un difficile conclave che si protrasse per 50 giorni, fu eletto al soglio di Pietro.
Il conclave del 1523
Giulio de' Medici fu eletto papa il 19 novembre 1523 nel Palazzo Apostolico. Al conclave, che si aprì il 1º ottobre, parteciparono 32 cardinali. Dopo l'elezione il de' Medici assunse il nome pontificale di Clemente VII. Fu incoronato il 26 novembre successivo.
Eletto a soli 45 anni, dopo di lui nessun pontefice salì al Soglio di Pietro a un'età più giovane.
Il pontificato Relazioni con la chiesa tedesca miniatura|Il cardinale Giulio de' Medici (a sinistra) con Leone X (al centro) e il cardinale Luigi de' Rossi (a destra) ritratti da Raffaello Sanzio
Nonostante la scomunica inflitta a Martin Lutero da papa Leone X nel 1521, la Riforma si andava espandendo sempre più in Germania. Nella seconda dieta di Norimberga, del febbraio 1524, gli stati tedeschi ratificarono l'editto di Worms come legge dell'Impero, promettendo, però, al legato pontificio, cardinale Lorenzo Campeggi, di attuarlo soltanto "nei limiti del possibile"; chiesero inoltre la convocazione di un concilio nazionale proponendo che si tenesse a Spira nello stesso anno. Sia il papa sia l'imperatore rifiutarono la proposta.
Lo scisma anglicano
Clemente VII fu talmente attento alla politica italiana ed europea che trascurò e sottovalutò il movimento protestante, in special modo quello inglese. Re Enrico VIII d'Inghilterra non aveva un erede maschio (la sua unica figlia era la principessa Maria) e di questo incolpava la moglie Caterina d'Aragona. Dopo numerose relazioni con altrettante dame di corte, si innamorò di Anna Bolena, una delle più belle signore del tempo. Enrico cominciò a cercare il modo di annullare il suo matrimonio con Caterina. Sostenne che l'assenza di eredi maschi derivasse dal fatto che, avendo sposato la vedova di suo fratello, aveva compiuto un atto non gradito a Dio. Roderick Phillips, Untying the Knot: A Short History of Divorce (Cambridge University Press, 1991), p. 20. Il matrimonio con Caterina era stato celebrato con una dispensa speciale di papa Giulio II; il re sosteneva che questa dispensa non era valida e che quindi non lo fosse il matrimonio stesso. Nel 1527 Enrico VIII chiese a Clemente VII di annullare il matrimonio. Le trattative presso la Curia furono seguite per il sovrano inglese anche da Gregorio Casali, suo rappresentante presso la corte pontificia, e dal fratello Giambattista Casali, ambasciatore inglese a Venezia, che nel 1528 trattò direttamente con Clemente VII anche sulla questione della bolla decretale relativa alla causa matrimoniale. Il papa rifiutò. Infatti, secondo il diritto canonico, il pontefice non poteva annullare il matrimonio a causa di un ostacolo canonico precedentemente tolto. In realtà, il rifiuto del papa aveva motivazioni prettamente politiche: Caterina d'Aragona, infatti, era imparentata con Carlo V d'Asburgo.
Noncurante del divieto pontificio, nel gennaio del 1533 Enrico VIII sposò Anna Bolena e nel maggio dello stesso anno il precedente matrimonio con Caterina d'Aragona fu dichiarato ufficialmente nullo dall'Arcivescovo di Canterbury. Dopo alcuni mesi, il 7 settembre 1533 Anna partorì ma non diede il desiderato figlio maschio ad Enrico: nacque Elisabetta. Enrico comunque venne scomunicato e il papa continuò a ritenere legittimo il solo matrimonio con Caterina. Un anno dopo Enrico VIII promulgò l'Atto di Supremazia, votato dal Parlamento il 3 novembre 1534: l'Atto dichiarava il Re supremo e unico Capo della Chiesa d'Inghilterra, attribuendosi quel potere spirituale che fino a quella data era stato appannaggio esclusivo del pontefice. Tommaso Moro, grande umanista ed esperto giurista, rifiutò di accettare dietro giuramento il provvedimento e di riconoscere il nuovo matrimonio del re con il relativo ordine di successione al trono. Fu considerato reo di alto tradimento e punito con la morte.
Lo scisma era ormai compiuto. Tutti i pagamenti che prima erano versati al papa ora venivano versati alla corona; il Parlamento escluse la principessa Maria dalla successione al trono in favore della figlia di Anna Bolena, nella speranza di un futuro erede maschio. La Bibbia venne tradotta in inglese; ai sacerdoti fu permesso di sposarsi e le reliquie dei santi vennero ridotte in pezzi.
Altre decisioni in ambito religioso miniatura|Sebastiano del Piombo, Ritratto di Clemente VII (1526 ca., Museo di Capodimonte) Il 17 dicembre 1524, con la bolla Inter sollicitudines et coram nobis, Clemente VII indisse per l'anno seguente un giubileo. Il papa aprì personalmente la Porta Santa. Ma l'affluenza dei pellegrini fu scarsa a causa delle guerre, del timore dell'avanzata turca e della rivolta dei contadini in Germania. Inoltre, nell'agosto del 1525 si ebbe una nuova epidemia di peste.
Il 25 gennaio 1525 Clemente VII concesse un indulto ai domenicani del Convento di Forlì per celebrare la messa del Beato Giacomo Salomoni ogni volta che, durante l'anno, la loro devozione li spingesse a farlo. Questo indulto è considerato importante nella storia delle celebrazioni ecclesiastiche, tanto da risultare come il più antico citato da Benedetto XIV nel documento De canonizatione.
Nel 1528 il pontefice approvò l'Ordine dei frati minori cappuccini e, nel 1530, approvò i Chierici regolari di San Paolo (detti "Barnabiti").
La Seconda Lega Santa
Una delle prime iniziative del nuovo papa fu quella di perorare la causa della pace tra i regnanti cristiani. Lo scopo ultimo di Clemente VII era fare in modo che i re cristiani si alleassero tra loro in una vasta coalizione contro il sultano turco Solimano, che stava invadendo l'Europa balcanica. Cercò così di concordare una tregua tra il re di Francia, Francesco I, e l'imperatore Carlo V d'Asburgo, in guerra tra loro dal 1521 (questa mossa fu causata anche dalla preoccupazione per la sua Firenze). Tra le due potenze europee, fino al 1525 il pontefice si schierò con la Francia, che nell'ottobre del 1524 aveva conquistato il Ducato di Milano. Clemente VII costituì un'alleanza con il re di Francia e la Repubblica di Venezia (tra la fine del 1524 e il 1525) contro Carlo V. Ma quando la Francia fu sconfitta dall'esercito imperiale nella battaglia di Pavia, il papa di nuovo si rivolse a Carlo V, indotto a questa scelta dal tedesco Niccolò Schomberg, arcivescovo di Capua.
Clemente VII effettuò un altro cambiamento di fronte politico nel maggio 1526, quando creò una Lega Santa contro l'imperatore (Lega di Cognac o Seconda Lega SantaLa prima era stata la Lega di Cambrai.). Gli incontri preparatori con il re francese furono gestiti dal datario apostolico, Gian Matteo Giberti. miniatura|Benvenuto Cellini, medaglia di Clemente VII.
Il patto fu stretto il 22 maggio 1526 a Cognac sur la Charente. Vi presero parte: Clemente VII, Francesco I, Firenze, Venezia e Francesco II Sforza. Scopo della lega era liberare l'Italia dagli imperiali. I confederati si obbligarono a mettere insieme 2.500 cavalieri, 3.000 cavalli e 30.000 fanti; Francesco I avrebbe dovuto mandare un esercito in Lombardia e un altro in Spagna, mentre i veneziani e il pontefice avrebbero dovuto invadere il regno di Napoli con una flotta di ventotto navi. Cacciati gli spagnoli da Napoli, il papa avrebbe dovuto mettere sul trono napoletano un principe italiano, che avrebbe dovuto pagare al re di Francia un canone annuo di 75.000 fiorini.