Il Salone dei Mesi di palazzo Schifanoia a Ferrara fu decorato per volere di Borso d'Este dai migliori pittori della scuola ferrarese attivi intorno al 1470 e costituisce, per la qualità artistica e le citazioni riferite alla cultura neoplatonica ed astrologica del tempo, uno dei momenti più significativi dell'arte del Rinascimento legati alla storia estense.
Storia
Borso d'Este Gli affreschi del salone di rappresentanza di palazzo Schifanoia furono eseguiti per volontà di Borso d'Este negli anni 1468-1470. La straordinaria rapidità esecutiva, ottenuta attraverso l'impiego di un nutrito gruppo di pittori - rappresentanti di quella che Roberto Longhi chiamò la "officina ferrarese" - si spiega, con tutta probabilità, con il fatto che gli affreschi dovevano celebrare l'investitura, da parte di papa Paolo II, di Borso a duca di Ferrara, programmata all'inizio del 1471Enciclopedia dell'Arte Garzanti, op. cit., pag. 1365.
Borso godeva già, per decreto imperiale, del titolo di duca di Modena e Reggio, ma l'investitura del pontefice era un atto speciale, che portava a compimento la nobilitazione del suo rango, agognata sin da quando, nel 1450, in quanto figlio illegittimo del marchese Niccolò III, subentrò al fratello nel governo della città.
In effetti Borso riteneva che la sua legittimazione a reggere la signoria estense si fosse già consolidata attraverso la sua politica di "buon governo" (come ampiamente traspare anche dalle finalità celebrative dal ciclo di affreschi del salone) e attraverso il patronaggio della cultura e dell'arte presso la corte ferrarese. La solenne cerimonia d'investitura era probabilmente raffigurata, anticipando l'evento, nei grandi campi della parete sud con i mesi di Gennaio e di Febbraio, che sono, però, andati perduti.
Manifesto politico della grandezza del duca e delle sue arti di governo, e testimonianza alta della cultura della corte estense, il ciclo di Schifanoia riprende il tema, carissimo al gusto del gotico internazionale, del "ciclo dei mesi". Il tema del Ciclo dei Mesi era già molto diffuso nell'arte medioevale. Esso riesce a coniugare la celebrazione della sacralità dell'ordine cosmico con la quotidianità del lavoro agricolo. Lo si trova spesso nelle decorazioni esterne delle chiese romaniche (come la porta dei Mesi nel duomo di Ferrara).
Nell'arte gotico-cortese il ciclo perse in parte i suoi caratteri più marcatamente popolari e si arricchì di scene eleganti e di raffigurazioni fantastiche, con l'occasione di raffigurare l'elegante spensieratezza della vita di corte a cui fa da contrasto il richiamo alle fatiche della vita contadina. Tra gli esempi celebri di rappresentazione del ciclo dei mesi ci sono gli affreschi eseguiti tra la fine del XIV e l'inizio del XV secolo da un anonimo maestro a Trento, nella torre Aquila nel castello del Buonconsiglio, oppure le raffinate miniature delle Les très riches Heures du Duc de Berry, eseguite dai fratelli Limbourg verso il 1412-1416.
La decorazione venne ispirata in tutta probabilità da Pellegrino Prisciani, astronomo, astrologo e bibliotecario di corte, assistito forse da altri eruditiIl nome di Pellegrino Prisciani compare in una lettera di Francesco del Cossa a Borso d'Este; lettera riportata in Michael Baxandall, Pittura ed esperienze sociali nell'Italia del Quattrocento, Einanudi, Torino, 1978, pagg. 31-32.
Vicende successive
L'attuale entrata al salone, attraverso lo scalone ottocentesco, è in posizione incongrua rispetto allo svolgimento del ciclo. Il vecchio ingresso (il segno della cui porta è tuttora visibile nella parete nord) poneva gli ospiti di fronte alla parete sud, con gli affreschi raffiguranti i mesi di Gennaio e Febbraio, oggi quasi completamente illeggibili.
Il ciclo fu realizzato con due tecniche pittoriche differenti: ad affresco (tutta la parete est e quasi tutta quella nord) e a secco (l'intere pareti sud e ovest e parzialmente quella settentrionale). Le ragioni del decadimento delle decorazioni eseguite a secco si spiegano con la fragilità insita alla tecnica stessa, ma anche con il venir meno, verso la fine del XVI secolo, dell'interesse per palazzo Schifanoia, che era stato per circa due secoli luogo di svago e di delizia per i signori di Ferrara, ma che, a dispetto del nome, aveva forse stancato la famiglia estense. Le cose peggiorarono ulteriormente quando Ferrara fu incorporata nello stato pontificio e gli estensi trasferirono la loro corte a Modena (1598). A metà del XVIII secolo Baruffaldi vide le pitture e, segnalando come già quasi scomparse le porzioni dipinte a secco, identificò in Cosmè Tura l'autore dell'intera decorazioneAA.VV. 1966, cit., pag. 100..
Adibito il palazzo ad uso civile, il salone ospitò le lavorazioni di una manifattura di tabacchi e poi un granaio, con una completa intonacatura delle pareti sopra le pitture ormai malandate. Rimosso progressivamente lo scialbo tra il 1820 ed 1840, gli affreschi sono stati riportati alla luce e in buona parte recuperati. Sette dei dodici campi (quelli dei mesi che vanno da Marzo a Settembre) risultavano ampiamente leggibili; gli altri erano irrimediabilmente perduti.
I molteplici restauri successivi consentono, almeno in parte, di rivivere l'incanto di uno dei momenti più alti e magnificenti della pittura rinascimentale a Ferrara.
Autori degli affreschi
La realizzazione in un arco di tempo così breve di un ciclo di affreschi che copre interamente, sviluppandosi in tre fasce sovrapposte, le pareti del salone (lungo 24 metri, largo 11 e alto 7,5) dovette mobilitare l'intera "Officina Ferrarese".
Il ricorso al condizionale, nel dar conto degli artisti che, offrendo un esempio straordinario di lavoro collaborativo, affrescarono le pareti del salone, è d'obbligo essendo ancora abbondantemente aperta la questione attributiva delle varie scene che compongono il ciclo. Anche la partecipazione diretta di Cosmè Tura, il caposcuola della scuola pittorica ferrarese del Quattrocento, è oggi quasi del tutto esclusa dagli studiosi che, in passato, gli avevano invece assegnato il ruolo di coordinamento complessivo e di realizzatore dei cartoni preparatori. Una simile mansione fu indubbiamente svolta da qualche artista di rilievo ma, allo stato degli studi, la sua identità non è stata ancora definitaUna sintesi della questione è in G. Sassu, Verso e oltre Schifanoia, in M. Natale (a cura di), Cosmè Tura e Francesco del Cossa. L'arte a Ferrara nell'età di Borso d'Este (cat. della mostra, Ferrara, Palazzo dei Diamanti e Palazzo Schifanoia, 23 settembre 2007 - 6 gennaio 2008), Ferrara, Ferrara Arte Ed., 2007, pp. 416-417..
La sola attribuzione certa è relativa ad un altro pittore ferrarese, Francesco del Cossa, di poco più giovane di Cosmè Tura, che dimostrò qui di aver assimilato, in termini di vigorose capacità figurative e di resa cromatica, la lezione del maestro. Il suo lavoro al salone dei Mesi è documentato da una lettera che egli indirizzò a Borso d'Este, dichiarando di aver eseguito i campi del ciclo relativi ai mesi di Marzo, Aprile e Maggio ricevendone una retribuzione incongrua, poiché Borso pagava gli affreschi con "dece bolognini" a piede quadrato, che gli faceva ritenere di essere stato "tratato et iudicato et apparagonato al più tristo garzone di Ferrara", quando oramai, i maggiori artisti del tempo venivano pagati secondo i materiali, il tempo impiegato e considerando anche la "maestria" dell'artistaMichael Baxandall, op. cit. (Il testo riporta interamente la lettera di Francesco del Cossa, pagg. 31-32).
La mano del giovane Ercole de' Roberti, che a quel tempo doveva aver, a stento, raggiunto i vent'anni, è stata rilevata nelle scene della Fucina di Vulcano e degli Amori di Marte e di Venere, visibili nel mese di Settembre.
Altri artisti dell'Officina Ferrarese mobilitati per la realizzazione del ciclo di affreschi rimangono ignoti e ci si riferisce ad essi con nomi convenzionali quali "Maestro di Ercole", talvolta indicato come Maestro dell'Agosto o "Maestro dagli occhi spalancati" (mesi di Giugno e Luglio)Per il mese di Agosto alcuni studiosi hanno ipotizzato l'intervento di Gherardo di Andrea da Vicenza documentato come maestro di Ercole de' Roberti, cfr. G. Sassu, op. cit., p. 446..
Sappiamo che il pittore Baldassarre d'Este, altro figlio illegittimo di Niccolò III che ebbe meno fortuna di Borso, fu incaricato nel 1473 di ritoccare i ritratti del duca. Alcuni critici lo vogliono anche autore del gruppo di eleganti cavalieri che si vede accanto alla finestra posta all'inizio della parete nord, prima del campo occupato dal mese di Giugno.
Organizzazione del ciclo Il salone è lungo 24 metri, largo 11 e alto 7,5. Il ciclo avviava sulla parete sud, leggendosi da destra a sinistra, con i primi due mesi e una scena di Torneo. Seguiva con un impianto simmetricamente disposto nelle pareti est (tre mesi), nord (quattro mesi) e ovest (tre mesi).
A ogni mese è dedicato uno dei settori delle pareti, divisi da paraste dipinte. Ogni settore è a sua volta diviso in tre fasce orizzontali: due figurate di altezza maggiore in alto e in basso e uno centrale, più stretto, a sfondo blu. La fascia centrale mostra il segno zodiacale del mese, accompagnato da tre "decani"De Vecchi-Cerchiari, cit., pag. 110..
Quella superiore mostra il trionfo della divinità protettrice del mese attorniata da vari "figli" che sono intenti alle attività proprie del periodo e delle loro caratteristiche; numerosi sono i riferimenti neoplatonici che richiamano la complessa cultura astrologica e la passione per le allegorie derivate da dotte rivisitazioni della mitologia romana.
La fascia inferiore infine è decorata da scene della vita e del governo di Borso d'Este.
Parete sud Sulla parete sud iniziava il ciclo coi mesi di Gennaio e Febbraio, ciascuno tra due porte per un totale di quattro aperture ad arco. Tra le due porte centrali si trovava poi una scena di Torneo. Questi affreschi sono quasi del tutto perduti, ma tramite una copia a olio della fine del XIX secolo di Giuseppe Mazzolani e tramite i rinvenimenti in fase di restauro e le deduzioni è stato possibile ricostruirne almeno il tema.
Gennaio era dedicato al segno dell'Aquario, con il trionfo forse di Giunone o di Giano. La scena della vita di Borso doveva mostrare la proclamazione di Borso d'Este a duca di Ferrara tra personaggi della sua corte, del quale resta un frammento attribuito da Gruyer e Venturi a Baldassarre d'Este.
Febbraio, mese dei Pesci, iniziava con il trionfo di Nettuno e terminava con lIncoronazione di Borso. Ai lati dell'affresco restano un frammento di Cortile di Castello e uno di Cavalieri, quest'ultimo attribuito a Cosmè Tura.
Parete est La parete est è una delle meglio conservate, inoltre è l'unica in cui l'autografia degli affreschi a un maestro, in questo caso Francesco del Cossa, sia documentata. Vi si apre una piccola porta non coeva agli affreschi che ha danneggiato il mese di Aprile, inoltre si nota la grossa apertura di un portale oggi tamponato che aveva danneggiato quasi tutta la fascia inferiore del Maggio.
Le scene rappresentate sono: Marzo di Francesco del Cossa Trionfo di Minerva Ariete Borso d'Este amministra la giustizia e va a caccia Aprile di Francesco del Cossa Trionfo di Venere Toro Borso d'Este torna dalla caccia, assiste al Palio di San Giorgio e dona una moneta al buffone Scoccola Maggio di Francesco del Cossa e collaboratori Trionfo di Apollo Gemelli Scene campestri con in primo piano contadini che falciano
Parete nord Anche la parete nord è ben conservata. Vi si aprono tre finestre, su cui si trovano degli affreschi che non fanno parte strettamente del tema dei mesi. A sinistra si incontra un gruppo di Cavalieri con pennoni, attribuito a Baldassarre d'Este, fratellastro di Borso che amava dedicarsi alla pittura; seguono due mesi, poi un'altra finestra con Cortile di Castello, di maestro ignoto, e infine, dopo altri due mesi, la frammentaria Cavalcata settembrina, di Ercole de' Roberti.