Primi anni Era figlio di Viracocha e di Mama Runtu. Il suo nome, in gioventù, era quello di Cusi Yupanqui (Principe Allegro in quechua).
Cusi Yupanqui era il minore dei numerosi figli che Viracocha aveva avuto dalla sua consorte legittima, ma le sue doti particolari lo imposero, fin dalla fanciullezza, all'ammirazione dei sudditi e dei suoi fratelli. Betanzos lo descrive come un modello di perfezione: virtuoso, affabile, moderato nei discorsi, morigerato nei costumi, generoso con i poveri e, soprattutto, sincero e valoroso. Forte di queste virtù il principe Cusi divenne ben presto l'idolo degli Inca del Cuzco e conquistò anche la considerazione dei suoi stessi fratelli che vedevano in lui l'erede predestinato alla carica di sovrano.
Viracocha, però, aveva altre intenzioni. Innamorato di Curi Culpa, una delle sue concubine che gli aveva dato due figli, si riprometteva di lasciare il regno al maggiore di questi rampolli illegittimi, detto Inca Urco. Costui era il contrario di Cusi. Quanto questi era virtuoso tanto Urco era vizioso. Cieza de Léon ne tratteggia un ritratto a dir poco sgradevole. Secondo il cronista soldato la principale occupazione di Urco era quella di corrompere le donne del Cuzco, fossero semplici serve come nobili dame. Era dedito al bere e, spesso ubriaco, si lasciava andare a sconcezze nel mezzo delle vie. Offendeva senza ritegno i maggiorenti inca, facendo pesanti allusioni alle loro spose ed era privo di qualunque capacità guerriera. Aveva una sola virtù, un'estrema liberalità che era assai apprezzata da quanti, simili a lui, lo contornavano per interesse pur disprezzandone la natura.
Tutti avrebbero voluto il principe Cusi come futuro sovrano, ma la ferrea legge degli Inca imponeva di accettare la volontà di Viracocha che sembrava l'unico a non accorgersi della squallida natura del suo preferito.
La sorte avrebbe però disposto altrimenti.
L'arrivo dei Chanca
La regione di Ayacucho aveva visto, in passato, il fiorire della civiltà Huari, tanto simile a quella di Tiahuanaco eppur diversa per attitudini guerriere. I resti delle imponenti fortificazioni, ancora esistenti in epoca inca, testimoniavano la tendenza militaristica dei loro costruttori, ma degli antichi signori non restava alcuna traccia.
Al loro posto imperavano i Chanca che forse erano proprio i responsabili remoti del declino degli Huari. Si trattava di una stirpe di guerrieri distinti dalle altre etnie andine. Avevano una propria lingua, il puquina, e delle tradizioni particolari. Dichiaravano di discendere dalle forze creatrici delle lagune di Choclococha e Urococha che onoravano come proprie pacarina (luoghi sacri di origine) e, soprattutto, manifestavano una temibile indole aggressiva. I primi a farne le spese erano state le tribù confinanti che erano state facilmente sottomesse. Da allora avevano impazzato per le vallate andine saccheggiando e distruggendo villaggi e colture. Non avevano un vero spirito imperialistico perché erano troppo rozzi per concepire l'idea di un dominio duraturo, ma si accontentavano di razziare per dimostrare la propria superiorità verso i popoli vicini. Erano comunque dei vicini pericolosi e gli Inca avevano, da lungo tempo, paventato uno scontro che si preannunciava inevitabile da quando i signori del Cuzco avevano iniziato la loro politica egemonica nella regione.
Per quanto previsto, l'arrivo di una possente armata dei Chanca sprofondò il Cuzco nell'angoscia. Viracocha era ormai anziano e rifuggiva da ogni azione bellica stimolato, in tal senso, dai propri sacerdoti che probabilmente ritenevano di poter convivere con i Chanca superstiziosi per natura e rispettosi dei ministri della religione. Urco, imbelle e pauroso, rifuggiva dalle responsabilità di capo militare e fu ben contento quando il sovrano decise di abbandonare la propria capitale per rifugiarsi in un ridotto montano facilmente difendibile. Si pensava che gli invasori, paghi del possesso del Cuzco e delle sue ricchezze, avrebbero tollerato la presenza di un piccolo regno imbelle e sottomesso.
Primo scontro La decisione di Viracocha venne accolta con un plausibile sgomento dalla popolazione del Cuzco. Nessuno si permetteva di disobbedire, ma erano in molti a non sopportare l'idea di una fuga ignominiosa senza neppure tentare di combattere.
A capo degli animosi si pose Cusi Yupanqui che non ebbe timore di rappresentare le istanze degli irriducibili di fronte al sovrano. Questi ridendo del gesto di suo figlio, che imputava alla giovane età, lo invitò a restare, se così voleva, e affrettò i preparativi della partenza per il rifugio di Xaquixaguana.
Partito Viracocha con la maggior parte della popolazione, il giovane principe si consacrò a preparare la difesa della città. Pensava di avere uno stretto lasso di tempo, ma una fortunata circostanza gli accordò un po' di respiro. I Chanca, infatti, da combattenti spietati, ma generosi, venuti a conoscenza delle sue intenzioni, gli concessero tre mesi di tempo per prepararsi sostenendo che, altrimenti, la loro vittoria non sarebbe stata onorevole.
Con Cusi erano rimasti nel Cuzco suo fratello Inca Roca e i generali di suo padre Apo Mayta e Vicaquirao. Anche altri nobili animosi avevano deciso di mettere a repentaglio la loro vita per difendere l'onore della stirpe. Sarmiento de Gamboa cita i loro nomi: Quiliscache Urco Guaranga, Chima Chaui Pata Yupanqui, Viracocha Paucar Inca e l'anziano Mircoymana. Juan de Betanzos aggiunge anche i nomi dei loro aiutanti: Pata Yupanqui, Muru Uanca, Apo Yupanqui e Uxuta Urco Guaranga. Le popolazioni vicine, interpellate da Cusi si defilarono per la maggior parte. Alcune si riservarono di intervenire se le cose si fossero messe bene per gli Inca e solo due tribù si schierarono a favore del Cuzco. Esse erano quelle dei Canas e dei Canchis.
La lotta si preannunciava ineguale, ma le successive leggende raccontano di due diversi interventi soprannaturali che avrebbero riequilibrato le forze dei contendenti a tutto favore degli Inca. Il primo sarebbe stato un sogno in cui il dio Sole sarebbe apparso a Cusi Yupanqui per confortarlo e animarlo alla battaglia che gli avrebbe pronosticato vittoriosa. Il secondo, invece, sarebbe stato un vero miracolo avvenuto nel bel mezzo dello scontro.
Appena la mischia si accese, gli Inca sorprendendo i loro avversari riportarono un inaspettato vantaggio. I Chanca, però, erano guerrieri sperimentati e presto tornarono all'attacco. Gli Inca fecero dei veri prodigi di valore aiutati anche dalle loro donne, tra cui si distinse un'eroina di nome Chañan Cury Coca, ma il numero dei nemici era soverchiante. Cusi disperato cercava delle riserve da gettare della mischia e nella confusione della battaglia invocò l'intervento di alcuni “guerrieri” che si profilavano nei pressi della città. Aveva dimenticato che erano delle pietre camuffate da combattenti per ingannare, da lontano, il nemico, ma inaspettatamente queste si animarono trasformandosi in uomini reali ed entrarono in battaglia decidendo l'esito dello scontro. Restituite alla loro originaria natura litica, sarebbero divenute, in seguito, le huaca Pururaucas onorate come idoli sacri fino all'avvento degli Spagnoli.
La rotta dei Chanca fu completa e persino il loro idolo propiziatorio “Uscovilca” cadde in mano dei vincitori.
Cusi Yupanqui, dando prova della sua grande virtù, non pensò minimamente di approfittare del successo per scalzare dal trono il suo genitore ed anzi si precipitò ad incontrarlo per farlo partecipe della vittoria. Viracocha, però, non volle recedere dai suoi propositi ed anzi, invitato a prendere possesso delle spoglie dei nemici, pretese che l'onore venisse conferito al figlio Urco. Questo era troppo anche per Cusi e il principe vittorioso riguadagnò il Cuzco accompagnato dai suoi seguaci, se possibile, ancora più sdegnati di lui. Nella via del ritorno, per colmo di ingratitudine, dovettero subire anche un'imboscata che il pusillanime erede di Viracocha aveva preparato e che comunque fu facilmente sventata.
Battaglia decisiva I Chanca erano stati sconfitti, ma non domati ed infatti radunati i superstiti a poche leghe dal Cuzco si affrettarono a far pervenire rinforzi imponenti dalle loro terre di origine.
Questa volta, però, la posizione dei signori del Cuzco era mutata perché nelle loro file erano confluite tutte le genti dei territori limitrofi che, come spesso accade, erano ansiose di salire sul carro del vincitore.
Lo scontro avvenne nella pianura di Jaquijaguana, un luogo fatale del Perù, visto che nello stesso sito avvenne, nel secolo successivo, un'altra famosa battaglia: quella tra Gonzalo Pizarro e La Gasca.
Questa volta i Chancas combattevano per la vita perché era chiaro che l'esito della giornata avrebbe deciso i destini del predominio sulle Ande e, com'era logico attendersi, si dimostrarono all'altezza della situazione.
Solo al tramonto gli Inca cominciarono a prevalere e il successo fu dovuto al valore personale del principe Cusi che, in un violento corpo a corpo con Astu Huaraca, il capo dei Chanca, ebbe la meglio. La morte del loro capo spinse gli invasori alla fuga e gli Inca ne approfittarono per decimarli a volontà. Ora l'avventura dei Chanca era davvero finita e dalla loro sconfitta avrebbe avuto inizio quell'espansione degli Inca che avrebbe portato alla composizione del loro favoloso impero.
Sovrano di fatto I nobili del Cusco avrebbero voluto che Cusi Yupanqui assumesse il titolo di sovrano, ma neppure dopo una così clamorosa vittoria il principe accettò di detronizzare suo padre.
Questi interpellato al proposito, si congratulò per l'importante successo, ma si rifiutò di trasferire al figlio vincitore i diritti che aveva riservato per il suo favorito Urco.
Quest'ultimo, invidioso e sleale com'era sua natura, si dette ad ordire una congiura radunando degli armati nella valle di Yucay nei pressi della capitale. I suoi maneggi non poterono però essere celati e Cusi Yupanqui, con il fratello Inca Roca decise di andare ad affrontarlo per definire, una volta per tutte, il confronto. Urco li aspettava con i suoi armati e provocò un piccolo scontro durante il quale Inca Roca lo ferì con una pietra al capo, facendolo precipitare in un torrente. L'acqua lo trascinò lontano dalla mischia e già credeva di essersi salvato quando fu sorpreso da alcuni soldati che lo finirono.
La sua morte addolorò oltre misura Viracocha che, pur comprendendo la legittimità dell'azione di Inca Roca, per l'affetto verso il figlio defunto preferì rinchiudersi in un significativo silenzio.
Fece chiedere, comunque, ed ottenne, di essere lasciato vivere in una tenuta isolata dal Cuzco, pur accudito e servito da una piccola corte. I cronisti hanno pareri discordi sui suoi futuri atteggiamenti nei confronti del figlio Cusi. Per alcuni, col passare degli anni, la sua acredine si estinse e Viracocha riallacciò rapporti sereni con la corte del Cuzco, pur rimanendone discosto. Per altri invece rimase ostile alla nuova dinastia per il resto della sua vita.
Imperatore del Cusco Non sappiamo se Cusi Yupanqui assunse la borla imperiale, simbolo della sovranità con il consenso o meno di Viracocha. Al proposito le relazioni dei maggiori cronisti riportano pareri discordi. Sarmiento de Gambia sostiene che Pachacutec assunse il titolo di Inca supremo senza autorizzazione del suo genitore, ma Juan de Betanzos, per contro ritiene invece che Viracocha diede il suo assenso e che, con l'occasione, attribuì al figlio l'epiteto con cui poi sarebbe passato alla storia, quello appunto di Pachacutec, il riformatore del mondo.
In ogni caso è certo che Cusi Yupanqui, divenuto Pachacutec come da ora in poi lo chiameremo, fu acclamato imperatore mentre il deposto sovrano era ancora in vita.
Ricostruzione del regno