È stato dirigente, in sequenza, di , , , e , portandole alla conquista di sei scudetti (cinque con la Juventus e uno con il Napoli), tre Coppe Italia (con Roma, Torino e Juventus), cinque Supercoppe italiane (quattro con la Juventus e una con il Napoli), una UEFA Champions League, una Coppa Intercontinentale, una Supercoppa UEFA e una Coppa Intertoto UEFA (tutte con la Juventus), e la vittoria di una Coppa UEFA con il Napoli.
Nel 2006, assieme ad altre personalità del sistema calcistico italiano, è stato coinvolto nello scandalo noto come Calciopoli: a livello sportivo il processo si è concluso con la condanna a cinque anni di inibizione con proposta di preclusione alla permanenza in qualsiasi rango o categoria della FIGC, poi resa effettiva dagli organi di giustizia sportiva. A livello penale, invece, il processo si è concluso con l'annullamento senza rinvio della condanna emessa in secondo grado per sopraggiunta prescrizione del reato di «associazione per delinquere».
Biografia Nato sulle Colline Metallifere da Damiano Moggi, boscaiolo, e Ornella Sparpagli, sin da piccolo si appassiona al calcio, giocando per quaranta giorni nell'Akragas nella stagione 1963-1964.
Terminate le scuole medie inizia a lavorare presso le Ferrovie dello Stato, stabilendosi a Civitavecchia e giocando da stopper in squadre di categorie inferiori.
Alla fine degli anni sessanta, insoddisfatto del suo lavoro e stanco di giocare a calcio senza introiti, Moggi intravide un futuro come talent scout, in particolare nel calcio minore.
Coniugatosi con Giovanna Regoli, ha avuto un figlio, Alessandro (1972).
Carriera Dirigente sportivo Gli inizi da consulente per Juventus e Roma
Propostosi scrivendo una lettera, entrò nel calcio maggiore negli anni settanta per la Juventus, alle dipendenze del direttore generale Italo Allodi. Organizzò una rete di osservatori alla ricerca di giovani talenti nei campi di periferia. Tra i suoi atleti ci sono il sedicenne Paolo Rossi nel 1972, Claudio Gentile nel 1973 e Gaetano Scirea nel 1974.
Pochi anni dopo Moggi assunse un ruolo più importante: non si limitava a lavorare per la Juventus, ma allacciava contatti anche con le altre squadre per muovere trattative, finché fu costretto a cambiare società a causa della rottura con il presidente Giampiero Boniperti.
La sua tappa successiva fu la Roma del nuovo presidente Gaetano Anzalone: grazie all'aiuto di qualche giornalista è Moggi a farsi avanti e a conoscere Anzalone, che decise per il suo impiego di consulente di mercato. Nel periodo alla Roma è autore dell'acquisto di Roberto Pruzzo – soffiato proprio alla Juventus di Boniperti.
Il suo allontanamento dalla Roma avvenne pochi giorni dopo che Dino Viola, il nuovo presidente, venne a conoscenza del fatto che alla vigilia della partita con l' Moggi era stato a cena con l'arbitro dell'incontro Pieri. Era il 25 novembre 1979 e si giocava la decima giornata di campionato: la Roma vinse la partita 1-0 e il presidente dell'Ascoli Costantino Rozzi si infuriò per un arbitraggio secondo lui a favore della Roma. Negli spogliatoi incontrò Viola, al quale non risparmiò critiche nei confronti di Moggi, visto in un ristorante in compagnia dell'arbitro e dei due guardalinee. Moggi lo descrisse come «un incontro casuale», ma tanto bastò a Viola per estrometterlo dalla società capitolina.
Il biennio alla Lazio Nel 1980, all'indomani dello scandalo del calcioscommesse che aveva portato alla retrocessione d'ufficio della Lazio in Serie B, il presidente biancoceleste Umberto Lenzini affidò proprio a Moggi il ruolo di direttore generale del sodalizio capitolino, onde rilanciarlo. Dopo due anni, durante i quali il dirigente toscano ricoprì anche la figura di direttore sportivo, rassegnò tuttavia le dimissioni, con la società romana ancora in serie cadetta.
Dirigente a Torino e a Napoli
Nel 1982 si trasferì al Torino del presidente Sergio Rossi e dell'amministratore delegato Luciano Nizzola. Alla società granata rimase per cinque anni, raggiungendo come migliore piazzamento il secondo posto nel campionato di Serie A 1984-1985. Nell'ultima fase subì la contestazione dei tifosi, anche a causa della sempre più pressante austerity granata in questa fase, in sede di calciomercato: il 29 maggio 1987 si dimise dalla carica.
Il 22 giugno seguente passò al Napoli di Corrado Ferlaino e Diego Armando Maradona subito dopo la vittoria del primo scudetto, succedendo ad Italo Allodi. Il Napoli ottenne la Coppa UEFA nel 1989, e lo scudetto e la Supercoppa italiana nel 1990. L'anno seguente Moggi si dimise per incompatibilità con Ferlaino.
Nel 1991 tornò al Torino del presidente Gian Mauro Borsano, dove raggiunse la finale di Coppa UEFA nel 1992 (persa per la regola dei gol fuori casa) e vinse la Coppa Italia nel 1993.
Nel 1994 venne inquisito insieme al suo collaboratore Luigi Pavarese per illecito sportivo e favoreggiamento della prostituzione nei confronti degli arbitri in occasione delle partite della Coppa UEFA. Lo stesso Borsano e il contabile Giovanni Matta testimoniarono il fatto specificando che era Moggi a occuparsi personalmente dell'ospitalità nei confronti degli arbitri e dei guardalinee e di procurare loro le prostitute per le partite casalinghe, mentre le prestazioni erano pagate dal Torino attraverso fondi neri. La sentenza fu di proscioglimento perché Pavarese si assunse tutte le responsabilità, mentre dal lato sportivo la frode non poteva sussistere in quanto la frode sportiva non si applicava alle gare UEFA, che chiuse velocemente le proprie indagini.
Il ritorno alla Juventus
Una volta lasciato il Torino tornò alla Roma di Franco Sensi, ma nel 1994 passò alla Juventus dell'amministratore delegato Antonio Giraudo e dove sarebbe stato definito dall'avvocato Gianni Agnelli «lo stalliere del re, che deve conoscere tutti i ladri di cavalli». I dodici anni con la Juventus furono quelli più vincenti della sua intera carriera dirigenziale, ponendolo tra i dirigenti calcistici più importanti a livello nazionale e internazionale: infatti la Juventus vinse cinque scudetti (più uno revocato), una Champions League, una Coppa Italia, una Coppa Intercontinentale, una Supercoppa UEFA, quattro Supercoppe italiane e una Coppa Intertoto UEFA. Inoltre raggiunse altre due finali di Coppa Italia, due di Supercoppa italiana, tre di Champions League e una di Coppa UEFA.
Rimase nell'organigramma della Juventus fino al maggio 2006, quando venne coinvolto nello scandalo sportivo noto come Calciopoli, che portò alle sue dimissioni.
Anni seguenti Radiato dal calcio italiano a seguito di Calciopoli, negli anni seguenti lavorò prettamente in ambito giornalistico-televisivo. Nel 2017 tornò nel mondo del calcio col , in Albania, diventando consulente personale del presidente del club, Gaz Demi.
Giornalista Al termine dell'esperienza dirigenziale, ha iniziato una carriera come giornalista pubblicista, iscrivendosi al relativo albo professionale nel settembre 2015. Da allora collabora con il quotidiano Libero e con il settimanale Tempi, oltre a svolgere l'attività di opinionista per le emittenti televisive Sportitalia e 7 Gold, nonché per la stazione radiofonica Radio Manà Manà.
Procedimenti giudiziari Il processo sportivo di Calciopoli Le prime avvisaglie dello scandalo poi noto come Calciopoli emersero nel 2005 mediante alcune indiscrezioni di stampa relative a un'inchiesta sul calcio condotte dalla procura di Torino. L'inchiesta si era chiusa con l'archiviazione per l'inesistenza di situazioni penalmente rilevanti, ma anche col contestuale invio di materiale alla FIGC. Nel maggio 2006 la FIGC rese noto che aveva iniziato ad indagare su episodi di presunta corruzione nel mondo calcistico e arbitrale, e nelle settimane successive i giornali pubblicarono diverse intercettazioni telefoniche (tutte relative alla stagione 2004-2005) nelle quali compariva il nome di Moggi, all'epoca direttore generale della Juventus, oltre a quello di altri dirigenti di importanti società e dei vertici arbitrali e federali. Nelle intercettazioni figurarono anche alcuni giornalisti e opinionisti della televisione e della carta stampata in contatto con Moggi, accusato di condizionarne le opinioni.
Il 14 maggio Moggi annunciò le sue dimissioni da direttore generale della Juventus, seguendo le dimissioni rassegnate da tutto il consiglio d'amministrazione del club bianconero qualche giorno prima. Il 19 giugno il capo dell'Ufficio Indagini della FIGC Francesco Saverio Borrelli chiuse la prima parte delle sue indagini, consegnando l'esito dell'inchiesta al procuratore federale, Stefano Palazzi, che rese noti i deferimenti il 22 giugno successivo. Il procuratore federale deferì Moggi per aver violato le norme di lealtà, correttezza e probità sportiva (articolo 1 del Codice di giustizia sportiva vigente all'epoca) e per aver commesso illecito sportivo (articolo 6 dello stesso codice), richiedendo per l'ex dirigente della Juventus, nel processo sportivo di primo grado, la condanna a 5 anni di inibizione con proposta di radiazione. Il 14 luglio 2006 la Corte di appello federale condannò Moggi a 5 anni di inibizione con richiesta di radiazione. La sentenza fu confermata anche dalla Corte federale il 25 luglio successivo, nel processo di secondo grado. Il ricorso di Moggi alla Camera di conciliazione e arbitrato presso il CONI fu respinto, confermando quindi la squalifica.
Il 15 giugno 2011, a oltre quattro anni di distanza dalle sentenze definitive dell'arbitrato CONI, la Commissione disciplinare nazionale della FIGC accolse la richiesta di «preclusione alla permanenza in qualsiasi rango e categoria della FIGC» nei confronti di Moggi (che un mese dopo avrebbe finito di scontare i cinque anni di inibizione). La preclusione fu confermata anche nei successivi gradi di giudizio: il 9 luglio 2011 dalla Corte di giustizia federale e il 4 aprile 2012 dall'Alta Corte di giustizia sportiva istituita presso il CONI. Il 3 agosto 2012 la III sezione del TAR del Lazio respinse l'istanza con cui Moggi sollecitava la sospensione del provvedimento dell'Alta Corte di giustizia del CONI, poi nel 2016 respinse anche il ricorso, confermando così in via definitiva la preclusione da qualsiasi incarico nell'ambito dello sport italiano.
Il 15 marzo 2017 il Consiglio di Stato giudicò inammissibile per difetto di giurisdizione del giudice statale il ricorso fatto da Moggi contro la sentenza di radiazione della Corte federale della FIGC.
Il processo penale per il caso GEA Nel 2006 Moggi fu accusato per associazione per delinquere finalizzata all'illecita concorrenza tramite minacce e violenza privata nell'ambito dell'inchiesta sull'azienda Gea World. Secondo i pubblici ministeri, Moggi e suo figlio Alessandro, nonché Franco Zavaglia, sarebbero stati i promotori del sistema di potere che avrebbe portato la Gea a esercitare una funzione dominante nel mondo del calcio. Nel capo di imputazione si affermò che i tre avrebbero creato la Gea per «acquisire il maggiore numero di procure sportive, tramite esse, ottenere un potere contrattuale in grado di incidere in maniera determinante sul mercato calcistico, per condizionare la gestione dei calciatori e di riflesso quella di svariate squadre del campionato di calcio». Nel 2009 la X sezione del tribunale di Roma condannò Moggi a un anno e 6 mesi di reclusione per violenza privata nei confronti dei calciatori Manuele Blasi – indotto ad abbandonare il procuratore Stefano Antonelli per passare alla Gea – e Nicola Amoruso, anch'egli per fatti relativi alla sua procura. Oltre a lui fu condannato anche il figlio Alessandro, tuttavia assolti insieme a tutti gli altri componenti della Gea dall'accusa di associazione per delinquere finalizzata all'illecita concorrenza, non accogliendo la richiesta di condanna a 4 anni e 8 mesi del procuratore generale Alberto Cozzella.