Figura di passaggio fra il progressismo liberale di tradizione ottocentesca e quello laburista moderno, diede impulso alle riforme sociali in Gran Bretagna e fu responsabile, insieme a Wilson, Orlando e Clemenceau, dell’assetto mondiale dopo la grande guerra.
Inizio della carriera politica Nato a Chorlton-on-Medlock, un quartiere di Manchester, da una famiglia gallese e madrelingua gallese egli stesso, studiò come apprendista presso uno studio legale a Porthmadog, in Galles, divenendo solicitor nel 1884. In campo politico, sostenne il Partito Liberale e in particolare Joseph Chamberlain, tanto da essere sul punto di seguirlo nella sua scissione dai liberali sulla questione dell'autonomia irlandese (Unione radicale nazionale e poi Partito liberale unionista), cui Chamberlain era contrario.
Carriera parlamentare Nel 1890, fu eletto deputato liberale a Caernarfon in occasione di una elezione suppletiva, divenendo famoso alla Camera dei Comuni in particolare per la sua forte opposizione alla Seconda guerra boera, quando accusò Chamberlain di sostenere la guerra solo per interessi economici personali (il fratello di Chamberlain era presidente di una società appaltatrice del Ministero della guerra).
Ministro del Governo Nel 1906, quando i liberali salirono al potere, entrò a far parte del governo di Sir Henry Campbell-Bannerman come Presidente del Board of Trade (ministro delle attività produttive). Nel 1908, alla morte di Campbell-Bannerman, divenuto primo ministro Herbert Henry Asquith, Lloyd George fu nominato cancelliere dello Scacchiere, divenendo quindi il massimo responsabile della politica economica britannica, posizione che mantenne fino al 1915.
Resta famoso il suo bilancio preventivo 1909, in cui gli industriali e proprietari terrieri erano colpiti da durissime imposte allo scopo di finanziare un aumento delle spese sociali e militari: Lloyd George mise in campo tutta la sua abilità retorica, e riuscì a farlo approvare dalla Camera dei Comuni, ma la reazione fu così violenta che la Camera dei lord lo bocciò, rendendo così necessarie nuove elezioni (gennaio 1910), dalle quali i liberali uscirono con la maggioranza relativa dei seggi e dovettero cercare l'appoggio dei laburisti e soprattutto dei nazionalisti irlandesi, ai quali Lloyd George aveva promesso l'autonomia legislativa. La morte del re Edoardo VII rese necessarie ulteriori elezioni, che diedero gli stessi risultati delle precedenti; in seguito vennero approvate la riforma del Parlamento, che ridusse il potere di veto dei lord, la Home Rule (autonomia) per l'Irlanda, e la riforma sociale che creò un'assicurazione nazionale per gli invalidi e i sussidi per i disoccupati.
Dopo l'invasione del Belgio da parte dei tedeschi (1914), Lloyd George si schierò a favore dell'intervento in guerra. Nel nuovo governo di coalizione divenne ministro delle Munizioni (maggio 1915), appoggiando una spedizione in Oriente, che non fu però approvata dai militari, e la coscrizione obbligatoria (maggio 1916). Nel giugno del 1916, sostituì lord Kitchener come ministro della Guerra. Nei mesi successivi fu sempre più critico nei confronti di Asquith, schierandosi con i conservatori e i giornali di destra The Times e Daily Mail, e provocando infine la caduta di Asquith fino a sostituirlo come Primo Ministro (dicembre 1916).
Primo ministro Il nuovo Governo ebbe l'appoggio dei conservatori e di una parte dei liberali e dei laburisti. Lloyd George si dimostrò un capo di governo ribollente di energia, che diede nuovo impulso alla condotta della guerra, si assicurò l'appoggio dei laburisti concedendo loro otto ministeri, esercitò un controllo sui capi militari molto maggiore rispetto ai governi precedenti.
Dopo la vittoria, e dopo un nuovo successo elettorale nel 1918 a capo della stessa coalizione che lo aveva appoggiato in guerra, ormai popolarissimo, fu tra i massimi protagonisti della conferenza di pace di Versailles, oscillando fra l'atteggiamento punitivo verso la Germania, sostenuto da Clemenceau e l'aspirazione di Wilson a creare un nuovo ordine internazionale. Fu comunque uno dei pochi politici che comprese come la dissoluzione dell'Impero austro-ungarico avrebbe creato problemi essendo uno stato che poteva fare barriera al militarismo prussiano ed alla nascente Unione Sovietica. Anche negli anni successivi dominò le conferenze inter-alleate.
Nel 1921 concesse l'indipendenza de facto all'Irlanda (con l'eccezione delle contee nordorientali dell'Ulster), al termine della guerra d'indipendenza irlandese, scontrandosi quindi con la corrente unionista dei conservatori. Questi, inoltre, temendo che Lloyd George desiderasse creare un nuovo partito di centro, lo accusarono di corruzione per avere creato dei pari d'Inghilterra per denaro, decidendo infine di uscire dal governo nell'ottobre 1922.
Ultimi anni di carriera politica Il suo fu l'ultimo governo liberale britannico. Alle elezioni del 1923 i liberali si presentarono nuovamente uniti, ma risultarono ormai il terzo partito e del resto il loro appoggio ad un governo laburista ebbe breve durata. Nel 1924 i conservatori tornarono al potere con la maggioranza assoluta. Lloyd George preparò allora un ampio programma di lotta alla disoccupazione con l'aumento della spesa pubblica, ma alle elezioni del 1929 il voto progressista andò soprattutto ai laburisti, il cui governo fu ancora appoggiato dai liberali, nuovamente per breve tempo. Da quel momento il Partito Liberale divenne di fatto un partito di secondo piano (in parte a causa della sua divisione interna tra la corrente "nazionale", più vicina ai conservatori, e quella "sociale", più affine ai laburisti) e Lloyd George, pur continuando a preparare proposte politiche innovative per combattere la grande depressione, non poté più tornare al governo.
Nel settembre del 1936 incontrò Adolf Hitler nella sua residenza di Berghof e ne trasse un'impressione particolarmente positiva: lo definì "il più grande tedesco vivente"Jones, pag. 247 e il "George Washington della Germania". Fu pertanto favorevole alla politica di appeasement di Neville Chamberlain e nel maggio del 1940, quando si profilava la sconfitta francese, chiese di negoziare una pace con i nazistiDavid Reynolds, From World War to Cold War: Churchill, Roosevelt, and the International History of the 1940s (Oxford University Press, 2006), p. 79.. Si parlò di lui come possibile capo del governo britannico nel caso in cui il Terzo Reich fosse riuscito a piegare la resistenza di Londra.
Il 7 maggio 1941 pronunciò un discorso in cui esprimeva la sua visione pessimistica sull'andamento della guerra per i britannici e in conseguenza di ciò Winston Churchill lo paragonò a Philippe Pétain. L'11 giugno del 1942 fece la sua ultima orazione alla Camera dei Comuni e il 18 febbraio 1943 votò per l'ultima volta all'interno di essa. Nell'ottobre del 1943, nonostante la disapprovazione dei figli, sposò seppur ottuagenario la sua segretaria e badante Frances Stevenson, che lo curò nei suoi ultimi mesi di vita, prima che il cancro ponesse fine alla sua esistenza.
Le memorie di guerra (War Memoirs)
Caratteri generali Oltre ad essere una fonte di capitale importanza per la storiografia della Grande Guerra, War Memoirs di David Lloyd George costituisce una delle letture più formative per i giovani che si accingono agli studi politici, amministrativi e militari. Un italiano che cerchi dei corrispondenti può trovarli, per esempio, in Carlo Cattaneo e Gaetano Salvemini. Per chi (come di solito avviene) intraprende la lettura dopo avere conosciuto le assai più popolari memorie di Churchill, il contrasto è nettissimo. Quella di Churchill è una narrazione degli avvenimenti conseguenti alle decisioni, guidata da uno spirito sintetico di propaganda che bandisce le contraddizioni; quella di Lloyd George è una scansione delle decisioni precedenti gli avvenimenti, guidata da uno spirito analitico di critica basata sulle contraddizioni. Sotto il profilo più generale diplomatico e strategico, Churchill illustra i fatti militari come azioni di una volontà nazionale, o come risultati del contrasto o della collaborazione fra volontà nazionali – sono problemi tecnici risolti con scelte già compiute; per Lloyd George ogni fatto militare è invece quasi sempre, in via preliminare, un problema politico strategico organizzativo fittamente dibattuto fra amministrazioni competenze e mentalità in contrasto – è una scelta da compiere, prima di passare all’azione, mediante una lotta interna. In Churchill non vi sono ombre d’incertezza o divergenze d’opinioni riguardo alle decisioni da prendere; in Lloyd George ogni decisione è certa soltanto nelle teste dei professionisti della guerra e dei fedelissimi alla vecchia mentalità insulare e imperiale britannica, i quali costituiscono il bersaglio principale dei suoi strali.
Per il carattere polemico soltanto le memorie di De Gaulle possono stare alla pari con quelle di Lloyd George – che tuttavia sono nettamente superiori sul piano politecnico, dal momento che per un uomo come De Gaulle non conta che la Grande Politica. Tanto alle memorie di De Gaulle quanto a quelle di Churchill fa difetto, d’altra parte, l’interesse per la psicologia personale degli attori, mentre esso costituisce una delle principali attrattive alla lettura di Lloyd George, come di Francesco Saverio Nitti. Quando si pensi che De Gaulle si trovò a dovere ricostruire la sovranità della Francia da nient’altro che se stesso, si capisce che lo studio delle sue memorie rappresenta un’introduzione alla dottrina dello Stato paragonabile ad un’ostetricia e a una pediatria esercitate non-storicisticamente sul corpo vivo rinascente della Francia. Quando d’altra parte si pensi che Lloyd George dovette combattere per tutto il corso della guerra contro i settori più riottosi dell’amministrazione, non soltanto militari, si capisce che lo studio delle sue memorie fa della dottrina dello Stato, ormai acquisita per leggi e costumi, una specie di gerontologia esercitata altrettanto non-storicisticamente sul corpo vivo ma decrepito della vecchia Inghilterra.
Ultima fra i caratteri generali, ma non meno importante per i lettori che apprezzano il piacere dello stile, è la lingua. Come De Gaulle fa uso d’una sintassi e d’una consecutio temporum rigorose, così altrettanto eletta e sempre appropriata è la terminologia aggettivale e verbale di Lloyd George: ricchissima di termini ormai desueti derivanti da calco neo-latino, che rendono l’espressione gradevole e talvolta sorprendente per un pubblico italiano. Due esempi fra tanti possono essere il fatto che De Gaulle usa regolarmente il congiuntivo passato, mentre Lloyd George bandisce quasi del tutto l’uso del verbo più squallido (?) della lingua inglese to get. Quanto all’efficacia oratoria (che all’asciutto De Gaulle fa quasi interamente difetto), essa nell’esuberante Lloyd George è ottenuta principalmente con ripetizioni e con metafore. Le ripetizioni si susseguono ad ogni minimo accenno di alternativa strategica, di unità di comando e di riserva strategica. Esse rispondono al proposito pedagogico d’inculcare nella nuova generazione la nozione degli errori commessi nel recente passato; e la sentenza gnomica conclusiva dell’opera recita: «Gli errori della Germania ci hanno salvato dalle conseguenze dei nostri. Ma sappiano bene tutti coloro che affidano la Giustizia all’arbitrato della guerra che il risultato può dipendere non dalla legittimità morale della contesa, bensì dalla forza rispettiva dei contendenti».War Memoirs of David Lloyd George, London, Odhams Press (1932-1933) 1938, p. 2003.Qui sarà sempre citata la seconda edizione. Le metafore o similitudini sono semplici e schiette come l’uomo – ma vanno perdendo incisività fino a quest’ultima banalità: «Quando [nel 1914] una collisione sembrò inevitabile, piloti e segnalatori perdettero la testa e tirarono le leve sbagliate. Soltanto i fuochisti fecero il loro lavoro».Ivi, p. 1996.