Gli studi sulla situazione economica dell'Italia al momento dell'unità nazionale sono stati più volte oggetto di discussione dal punto di vista storico. A questo si è aggiunto lo studio quantitativo, basato sull'analisi e sulla comparazione di indicatori economicamente significativi. La principale difficoltà di questo approccio è la mancanza di dati omogenei a livello nazionale precedenti al 1891: tutti i dati precedenti sono di conseguenza da considerare ricostruzioni più o meno attendibili. Gli indicatori ricostruiti dagli storici tendono a descrivere una situazione articolata. Gli studiosi che studiano le cause del divario si chiamano meridionalisti.

Storiografia Secondo il censimento del 1861 la popolazione italiana era di circa 22 milioni, di cui 12 (55%) al nord e 10 distribuiti tra Sud, isole e Lazio.

Si possono comunque distinguere diversi approcci storiografici principali, che ricalcano in grosse linee dibattiti ideologici e politici più ampi:

I meridionalisti liberali, così chiamata perché nata prima, essa propone che nel Mezzogiorno si ebbe un'evoluzione atipica o ritardata, dove altre condizioni avrebbero permesso alla regione di inserirsi con successo in una dinamica di crescita e di integrazione. Questo per alcuni fu dovuto a condizioni di arretratezza dovute al passato per altri fu dovuto quasi esclusivamente al modo in cui si é posto lo Stato Italiano. I maggiori esponenti sono Giustino Fortunato, Francesco Saverio Nitti e Benedetto Croce. I meridionalisti sociali, secondo questi il persistere della miseria fu dovuto al manifestarsi della lotta di classe tra le aziende del nord sfruttatrici alleate della borghesia agraria nel sud contro il proletariato e risultava svantaggiato specialmente le classi proletarie del sud. I maggiori esponenti sono Gaetano Salvemini e Antonio Gramsci. L'interpretazione deterministica, che vede nella demografia (attraverso tesi razziste) o nella geografia del sud le origini, spesso insormontabili, della povertà nella quale si trova il Meridione. Le interpretazioni revisionistiche del Risorgimento sono letture storiografiche critiche del periodo conosciuto come Risorgimento, fase della storia d'Italia contemporanea in cui la penisola ha conseguito la propria unificazione politica, le tesi si basano sulla teoria che gli Stati preunitari erano floridi prima dell’unità d’Italia e che il processo di unificazione sia stato voluto dalla classe sabauda per depredare il resto dell’Italia delle sue ricchezze così da rendere florido il Nord. A queste tesi si aggiungono i dati sviluppati negli ultimi anni da storici e economisti che comparano i dati gli indicatori sociali ed economici tra le macro aeree del paese. Secondo la maggioranza degli storici economici erano presenti delle differenze economico-sociali tra il Nord-Ovest e il resto del paese al momento dell’Unita d’Italia, ma divennero nette dall'inizio del Novecento e si approfondirono in seguito. Al momento dell'unificazione delle piccole differenze erano presenti nel settore primario presenti specialmente nelle rese dei grano, ad esempio, erano, fra il 1815 e il 1880, di 5-9 quintali per ettaro nel Nord, di 4-8 nel Centro e di 3-7 nel Sud.

Meridionalisti liberali

Giustino Fortunato Secondo Giustino Fortunato la diversità riscontrabile fra il Nord e il Sud Italia sotto il profilo morfologico, idrografico e climatico, é causa di una naturale povertà del Meridione. Oltre queste condizioni, le differenze furono dovute anche dalla politica dei Borbone infatti scrive:

«Quali i dati, secondo cui le due Sicilie sarebbero state, al 1860, superiori alle altre regioni d'Italia, in particolar modo al Piemonte? Poche le imposte, un gran demanio, tenue e solidissimo il debito pubblico, una grande quantità di moneta metallica in circolazione... È quello che ogni giorno si ripete comunemente. Ora, né tutto è esatto né esso vale come indice di maggiore ricchezza pubblica e privata. Poche le imposte, perché la ricchezza mobile e le successioni erano del tutto libere; ma ben gravi le tariffe doganali e la imposta sui terreni, assai più gravi che altrove. La fondiaria, con gli addizionali, saliva tra noi a circa 35 milioni, mentre in Piemonte non dava più di 20; così anche per le dogane, che avevano cinto il Regno d'una immensa muraglia, peggio che nel medio evo, quando almeno ora Pisa e Venezia ora Genova e Firenze avevano quaggiù grazia di privilegi e di favori. Tutto ricadeva, come nel medio evo, per vie dirette sui prodotti della terra, per vie indirette su le materie prime e le più usuali di consumo delle classi lavoratrici. Eran poche, si, le imposte, ma malamente ripartite, e tali, nell’insieme, da rappresentare una quota di lire 21 per abitante, che nel Piemonte, la cui privata ricchezza molto avanzava la nostra, era di lire 25,60. Non il terzo, dunque, ma solo un quinto il Piemonte pagava più di noi. E, del resto, se le imposte erano quaggiù più lievi, non tanto lievi da non indurre il Settembrini, nella famosa «Protesta» del 1847, a farne uno dei principali capi di accusa contro il Governo borbonico, assai meno vi si spendeva per tutti i pubblici servizi: noi, con 7 milioni di abitanti, davamo via trentaquattro milioni di lire, il Piemonte, con 5, quarantadue. L'esercito, e quell'esercito!, che era come il fulcro dello Stato, assorbiva presso che tutto; le città mancavano di scuole, le campagne di strade, le spiagge di approdi; e i traffici andavano ancora a schiena di giumenti, come per le plaghe dell'Oriente. Secoli di miseria e di isolamento, non i Borboni, ultimi venuti e, come un giorno sarà chiaro allo storico imparziale, non essi — di fronte al paese — unici responsabili del poco o nessun cammino fatto dal '15 al '60, durante quei tre o quattro decenni di fortunata tregua economica non mai avveratasi per lo innanzi: lunghi e tristi secoli di storia avevano compressa ogni forza, inceppato ogni moto, spento ogni lume, perché, suonata l'avventurosa ora del Risorgimento, noi avessimo potuto essere qualche cosa dippiù di quel niente che eravamo. De' due terribili malanni — secondo il Cavour — del Mezzogiorno, la grande povertà, e, frutto di questa, la grande corruttela, i Borboni furono la espressione, non la causa: essi trovarono, forse aggravarono, non certo crearono il problema meridionale, che ha cause ben più antiche e profonde. Alle mostre delle industrie mondiali, prima di Londra 1855, poi di Parigi del 1857 ove finanche la Turchia ed il Giappone mandarono i loro prodotti, noi soli mancammo, noi, gli abitanti della piccola Cina di Europa .... Questo il felice Regno dalle poche imposte? [...]»

(Giustino Fortunato, Il Mezzogiorno e lo Stato Italiano, pp. 336-337)

Col tempo, tuttavia, Fortunato pervenne anche ad una valutazione fortemente negativa dell'azione dello stato, imputandogli una mancanza di sollecitudine nei confronti del Mezzogiorno, ma anche di avere portato avanti delle politiche (doganali, fiscali e di spesa pubblica) che l'avevano penalizzato rispetto al Nord, causando quindi un ulteriore arretramento del primo rispetto al secondo.

«L'unità d'Italia è stata e sarà - ne ho fede invitta - la nostra redenzione morale. Ma è stata, purtroppo, la nostra rovina economica. Noi eravamo, il 1860, in floridissime condizioni per un risveglio economico, sano e profittevole. L'unità ci ha perduti. E come se questo non bastasse, è provato, contrariamente all'opinione di tutti, che lo Stato italiano profonde i suoi benefici finanziari nelle province settentrionali in misura ben maggiore che nelle meridionali.»

(Giustino Fortunato 2 settembre 1899, lettera a Pasquale Villari)

In conclusione, secondo Fortunato le differenze tra il Meridione e il Settentrione erano presenti ma non cospicue e tendono ad allargarsi per il malgoverno Unitario. Francesco Saverio Nitti Una critica ancora più radicale alla politica dei governi unitari fu condotta da Francesco Saverio Nitti, il quale, compiendo la prima indagine approfondita e sistematica delle modalità di ripartizione fra Nord e Sud del carico tributario e della spesa pubblica, giunse alla conclusione che nel primo quarantennio di vita dello stato nazionale il Sud avesse subito sotto entrambi i profili una forte penalizzazione, che aveva determinato un cospicuo trasferimento di risorse da questa parte del paese a quella settentrionale, impoverendo la prima e consentendo un'accelerazione dello sviluppo della seconda. Riconsiderando la situazione finanziaria del Mezzogiorno al momento dell'unificazione, inoltre, Nitti pervenne a una valutazione delle sue potenzialità economiche assai più positiva di quella che veniva usualmente data, così come negò, nel descriverne la struttura produttiva, l'esistenza di forti disparità di partenza fra questa e quella settentrionale. Sottolineando per un verso la portata del danno inflitto alla regione dalle politiche unitarie e rivalutando per l'altro le condizioni della stessa prima del 1860, lo studioso lucano giunse alla conclusione che la causa originaria dell'arretratezza del Mezzogiorno andasse individuata proprio nelle discriminazioni da esso subite in epoca unitaria. Temperava il suo giudizio soltanto la convinzione che le politiche sfavorevoli al Sud Italia fossero state poste in essere per effetto di necessità imprescindibili (come nel caso della concentrazione al Nord delle spese militari) o fossero scaturite in modo automatico dall'unificazione amministrativa (come nel caso della squilibrata ripartizione del carico fiscale, derivante dall'applicazione delle medesime norme a situazioni economico-sociali assai diverse). Inoltre Nitti sostenne che tutta l'Italia preunitaria avvertiva la carenza della grande industria:

«Prima del 1860 non era quasi traccia di grande industria in tutta la penisola. La Lombardia, ora così fiera delle sue industrie, non avea quasi che l'agricoltura; il Piemonte era un paese agricolo e parsimonioso, almeno nelle abitudini dei suoi cittadini. L'Italia centrale, l'Italia meridionale e la Sicilia erano in condizioni di sviluppo economico assai modesto. Intere provincie, intere regioni eran quasi chiuse ad ogni civiltà.»

(F.S. Nitti, “ Nord e Sud”)

Secondo lo studioso il Regno delle due Sicilie non era in condizione di forte arretratezza rispetto agli altri Stati nel 1860;

“Quando nel 1860 il regno delle due Sicilie fu unito all’Italia, possedeva in sé tutti gli elementi della trasformazione. L’Italia meridionale aveva infatti un immenso demanio pubblico. Le imposte dei Borboni erano mitissime e Ferdinando II avea cercato piuttosto di mitigarle che di accrescerle. Le accuse che Antonio Scialoja movea alla finanza borbonica, esaminate ora onestamente, sulla base delle pubblicazioni ufficiali, non resistono alla critica. Dal 1820 al 1860 il regime economico e finanziario dei Borboni determinò una grande capitalizzazione. Il commissario governativo mandato a Napoli da Cavour, dopo l’annessione, il cavaliere Vittorio Sacchi,riconosceva tutti i meriti della finanza napoletana, e nella sua relazione ufficiale non mancava di additarli. All’atto della costituzione del nuovo Regno, il Mezzogiorno, come abbiam già detto, era il paese che portava minori debiti e più grande ricchezza pubblica sotto tutte le forme.”

(Francesco Saverio Nitti, “L’Italia all’alba del XX secolo”)

E critica fortemente lo Stato Italiano;