Horcynus Orca è un romanzo dello scrittore italiano Stefano D'Arrigo pubblicato nel 1975, che narra il ritorno a casa del protagonista, 'Ndrja Cambrìa, ossia Andrea Cambria, un marinaio della Regia Marina Italiana che percorre a piedi le devastate coste calabre durante l'autunno del 1943, quando l'Italia finì investita dalla guerra, invasa dagli eserciti Alleati e della Germania nazista. L'odissea del giovane siciliano, reduce dalla partecipazione alla guerra mondiale, che deve affrontare un viaggio da Napoli a Cariddi, attraverso il Mare dello Stretto, per rivedere la propria isola è irta di difficoltà e sofferenza. Quel tempo e quel mondo devastato, reso irriconoscibile dalla guerra, si rivela un'occasione per la sua maturazione alla vita, ma anche un'iniziazione alla morte: agli avvenimenti e alla lotta per sopravvivere di 'Ndrja si accompagnano visioni e sogni, dominati dalla presenza delle fere, famelici delfini, e dall'apparizione dell'Orcaferone - l'Horcynus orca del titolo - creatura mostruosa e, assieme, visione simbolica dell'immensa rovina.
Genesi del romanzo L'opera, di vasto respiro epico e lirico, è l'esito di un lavoro di riscrittura di più di vent'anni, iniziato intorno al 1950. Nel primo decennio di scrittura, la notizia del romanzo gira nei circoli letterari italiani attirandone l'attenzione, tanto che nel 1959 viene attribuito a D'Arrigo il premio della Fondazione Cino del Duca, la cui giuria è composta, tra gli altri, da Eugenio Montale, Elio Vittorini e Cesare Zavattini. Nel 1960, esce sulla rivista Il Menabò un lungo lacerto dell'opera, di oltre cento pagine, il cui titolo provvisorio è I giorni della fera. La prima redazione è conclusa già allora nella sua struttura narrativa, ma l'autore affronta una profonda revisione linguistica, che protrae per altri anni, anche grazie al sostegno dell'editore Arnoldo Mondadori (il romanzo fu seguito dall'editor Niccolò Gallo e da Vittorio Sereni). Nel 1975, il romanzo esce col titolo definitivo di Horcynus Orca: è la terza redazione di D'Arrigo che viene, finalmente, pubblicata, grande esempio di postmoderno italiano. Ma l'accoglienza fu controversa: opera letteraria di grandi ambizioni, fu incompresa dai critici e ottenne un generale rifiuto del pubblico, facendone ancor oggi dopo 45 anni un capolavoro sconosciuto al pubblico italiano.
Tra quelli che lo hanno apprezzato, sono Giuseppe Pontiggia, Primo Levi e il critico George Steiner, secondo cui «è la sola risposta europea a Moby Dick: D'Arrigo compete con Melville e ne è all'altezza».
Nell'autunno 2000, fu data alle stampe anche la prima versione dell'opera, col titolo iniziale I fatti della fera.
Trama Il romanzo, lungo 1264 pagine nell'edizione a stampa, non è diviso in capitoli. Talvolta una linea bianca separa la fine di una frase dall'inizio del periodo successivo. Tuttavia, è possibile dividere l'opera in tre parti che corrispondono a due stacchi tipografici seguiti da un cambio di pagina, prima di p. 344 e prima di p. 617.I riferimenti sono ai numeri di pagina dell'.
La narrazione copre un arco temporale di soli cinque giorni, dal 4 all'8 ottobre 1943, ma numerose digressioni sotto forma di flashback raccontano episodi anche precedenti. Parte prima
Nelle settimane successive all'armistizio dell'8 settembre 1943, l'esercito italiano si sbanda; più di metà dei militari in servizio nella penisola gettano le armi e cercano di tornare a casa. Tra di loro c'è anche il marinaio Andrea ('Ndrja) Cambria, che discende la costa calabra con l'intenzione di tornare dalla base navale di Napoli alla Sicilia. Nei pressi di Praia a mare incontra le Femminote, donne che contrabbandano sale; una di queste, Jacoma, propone a ‘Ndrja Cambrìa di appartarsi con la più giovane fra loro, la bellissima Cata. Il marinaio sospettoso indaga presso le altre donne e viene a sapere che Cata è sotto incantesimo. La suocera Jacoma vuole che a togliere le voglie sessuali della nuora sia un marinaio, come il figlio che l'ha abbandonata ancora vergine (la fessicella, a passarci il dito di sotto, si sente ancora la panna e il velo di come uscì di ventre a sua madre) dopo tre giorni per partire in guerra. Le femminote si portano appresso una testa di gesso da un busto di Mussolini, decollato dopo la caduta del fascismo, perché Cata è abituata a urinarci dentro.
Le femminote raccontano che è impossibile trovare un passaggio per la Sicilia perché gli angloamericani hanno affondato tutte le imbarcazioni, tutti i ferribò (ferry boat) in servizio da e per la costa calabra; si lamentano che su quelle imbarcazioni loro hanno passato la vita, hanno viaggiato, contrabbandato, partorito, e qualcuna afferma anche di essere stata posseduta sessualmente dalla nave. Quattro soldati sbandati che cercano a loro volta di tornare a casa si avvicinano, preoccupati dall'affondamento dei ferribò e turbati dalla bellezza di Cata; il capo dei quattro, il mutilato Boccadopa, decide che siccome 'Ndrja Cambrìa è un marinaio, è il più adatto a trovare il modo di attraversare lo stretto di Messina.
Proseguendo lungo la costa, 'Ndrja incontra due donne che fanno il bucato in riva al mare, madre e figlia che vengono da Amantea. Sono di ritorno da Cannitello, dove hanno cercato di persuadere il figlio e fratello Sasà Liconti a tornare a casa. Il giovane sembra uscito di senno, dopo anni di seminario ha lasciato tutto e tenta a ogni costo di convincere gli inglesi a traghettarlo in Sicilia, mostrando a tutti una misteriosa fotografia il cui contenuto la madre non vuole rivelare a 'Ndrja; il marinaio promette comunque di tentare di far rinsavire Sasà. Poco oltre il reduce incontra un pescatore che ha dovuto darsi al commercio, dal momento che la sua barca è stata requisita dai tedeschi per caricarvi i soldati italiani vittime di un combattimento dopo l'8 settembre. L'uomo trasporta a dorso di cavallo carne di delfino decapitato, vendendola per tonno agli abitanti dell'interno. Anche 'Ndrja trova delfini morti spiaggiati lungo le coste del Golfo d'Aria, e uno spiaggiatore vestito con resti delle divise di tutti gli eserciti in guerra, che ne raccoglie le carcasse. L'uomo racconta degli scontri per il possesso dello Stretto tra alleati, italiani e tedeschi. Sia i ferribò che la flotta da pesca sono stati affondati, ma lo spiaggiatore è sicuro che le femminote sapranno indicargli come ottenere un passaggio. Avrebbero infatti smontato e nascosto sotto i letti le barche, e 'Ndrja potrebbe sedurle perché è giovane e prestante e farsi così trasportare dall'altra parte.
'Ndrja e i soldati arrivano nel paese delle Femmine e scoprono che in ogni casa si cucina la pestilenziale fera, il delfino che i mariti pescano nello Stretto. C'è un intero ossario di carcasse spolpate sulla spiaggia, un cimitero di fere. Un professore di Messina dedicò la sua vita e la sua scienza da queste parti per scoprire il mistero della riproduzione delle anguille, nessuno dei pescatori aveva mai visto uova d'anguilla; un mistero come quello delle fere trentenarie, le più anziane, che scompaiono dalla circolazione per andare a morire altrove, ma dove? In un sogno a occhi aperti, 'Ndrja Cambrìa vede le fere trentenarie che perseguono una morte volontaria nel ventre dell'isola di Vulcano, dove il fuoco consuma istantaneamente la carne lasciando la carcassa di ossa bianche.
La vista dei delfini porta alla memoria di 'Ndrja Cambrìa due episodi del proprio passato; il primo avvenne quando da ragazzo aiutava il padre e gli altri pescatori; un giorno avevano catturato la fera che distruggeva le reti e terrorizzava i pescatori, ma era intervenuta una nave in transito dallo Stretto verso l'Abissinia. Il caporione fascista a bordo aveva diffidato i pescatori (nel romanzo definiti "pellisquadre" perché hanno la pelle indurita dal mare e dal sole, come quella del pescecane) dal far del male al delfino, poi inspiegabilmente in un'esibizione di virilità davanti ai propri uomini aveva scaricato addosso all'animale morente l'intero caricatore del moschetto. Il secondo ricordo risale a quando 'Ndrja era in Marina, e il guardiamarina signor Monanin non credeva alla ferocia dell'animale che i pescatori siciliani chiamavano fera: a lui il delfino ispirava sentimenti di bontà. L'ufficiale racconta anche due aneddoti sul cuore del delfino che ricordano a 'Ndrja quanto accaduto al padre da bambino: divenuto amico di un giovane delfino femmina, da lui battezzato Mezzogiornara, aveva molto sofferto quando tre cacciatori l'avevano uccisa senza motivo a colpi di moschetto. Per guarirlo, la madre aveva dovuto fargli ingerire la cenere d'osso della Mezzogiornara impastata con miele.
Questi sono i pensieri di 'Ndrja mentre si aggira sulla spiaggia alla ricerca di un passaggio per mare. Dopo avere trovato sotto la sabbia un cimitero di teschi di fere divorate, il marinaio incappa in una femminota che lo invita a aiutarla a varare un'imbarcazione nascosta in casa, in cambio del trasbordo oltre lo Stretto.
La femminota è Ciccina Circè, che per la traversata si fa aiutare dalle fere: le incanta con il suono di una campanella che tiene a bordo, gli animali che saltano intorno alla barca tengono lontani gli spiriti dei molti soldati morti in quel tratto di mare. Durante il tragitto Ciccina Circè tenta di sedurre 'Ndrja, poi gli racconta del proprio innamoramento per il siciliano Baffettuzzi, del quale ha perso le tracce durante la guerra. La barca si ferma in mezzo alla corrente quando le fere si stancano, poi approda alla costa siciliana. 'Ndrja ha capito che Ciccina Circè ha messo la barca in mare solo per lui, senza nulla da trasportare indietro di contrabbando, e che in cambio vuole essere posseduta da lui sulla spiaggia. Il marinaio acconsente, poi lei rimette l'imbarcazione in mare.
Parte seconda 'Ndrja si rende conto di essere sbarcato proprio a Cariddi, il suo paese. Per prolungare il piacere del ritorno cammina fra le case, osservando i compaesani. Vede il padre Caitanello Cambrìa tirare fuori dall'armadio i vestiti della moglie deceduta anni prima di parto, e ricorda il periodo difficile che passò dopo la disgrazia, quando non sapeva rassegnarsi alla perdita. La notte, in sonno, continuava a chiamarla con i nomignoli che le dava in vita, e che 'Ndrja origliava dal proprio letto.
Bussa alla porta del padre, che per l'emozione, o forse perché offeso dalla sua troppa lontananza, finge di non riconoscerlo; 'Ndrja deve rievocare episodi della propria fanciullezza per sciogliere le sue resistenze. Poco prima del suo ritorno Caitanello ha avuto un incidente scontro con una fera, denominata Manuncularais, che ha ferito con un coltellino durante una solitaria uscita in mare. I pellisquadre e i paesani temono che questo possa incattivire le fere, e Caitanello per rappresaglia decide di chiudersi in casa e rifiuta di stringere la mano ai compaesani che vorrebbero scusarsi con lui. Perciò il ritorno del figlio arriva a proposito.
Con il rimpatrio di 'Ndrja la trama del romanzo si fa meno precisa, le digressioni si moltiplicano. Il giovane marinaio tornato borghese rievoca un episodio della insurrezione contro gli occupanti, le quattro giornate di Napoli, e poi le prime esperienze con femmine, da adolescente. Lui e i suoi coetanei erano influenzati dai racconti di don Mimì Nastasi sulle sirene, sulla genealogia femminile che vede le mitiche donne-pesce antenate delle fere, e queste a loro volta delle femminote. Le prime esperienze erotiche dei giovani pescatori furono con una bionda straniera che li attirò sul proprio yacht mentre il marito era fuori, e poi con una trapanese che sosteneva di essere stata rapita da due africani, morti nel frattempo di una malattia esantematica.
Parte terza