Al di là del bene e del male: Preludio di una filosofia dell'avvenire (Jenseits von Gut und Böse, 1886) è un saggio filosofico di Friedrich Nietzsche, uno dei testi fondamentali della filosofia del XIX secolo.

Pubblicato nel 1886 a spese dell'autore, il libro non ricevette inizialmente molta attenzione. Sostanzialmente in esso Nietzsche attacca in maniera critica quella che considerava la vacuità morale dei pensatori del suo secolo, la mancanza di senso critico dei filosofi e la loro passiva accettazione della morale.

Al di là del bene e del male ripercorre tutti i temi fondamentali della maturità filosofica di Nietzsche e in parte può essere letto come una spiegazione, in termini più diretti, delle idee che l'autore aveva già proposto, in modo più immaginifico e metaforico, in Così parlò Zarathustra (Also Sprach Zarathustra).

Indice e struttura dell'opera Prefazione (datata giugno 1885) Nella prefazione Nietzsche fa una delle sue affermazioni più celebri: "Il cristianesimo è platonismo per il 'popolo'" ("Das Christentum ist platonismus für's 'Volk'"), Vorrede (Prefazione). e cioè la religione avrebbe la funzione di creare una visione del mondo grazie alla quale le grandi masse possono essere guidate e dominate.

Parte prima. Sui pregiudizi dei filosofi (aforismi 1-23) Nelle prime due parti del libro Nietzsche parla dei filosofi del passato, che vengono accusati di un cieco dogmatismo afflitto da un pregiudizio morale mascherato da ricerca di verità oggettiva, e degli spiriti liberi, gli esseri a lui più affini e che sono destinati a sostituire il "vecchiume" dogmatico e moralista.

Mette fin dall'inizio in dubbio tutto il progetto universalistico della riflessione filosofica dei tempi andati (almeno quella da Socrate in poi), chiedendosi perché mai dovremmo preferire la sua "volontà di verità" invece di riconoscere la falsità e l'inganno quali principali condizioni dell'esistenza; finzione, male e sopraffazione, che sono intrinseci alla vita stessa.

Egli offre in tal maniera una spiegazione radicalmente "psicologica" del pensiero teorico dei pensatori che sono venuti prima di lui: ognuna di queste creazioni filosofiche è stata "memoria involontaria ed inconsapevole", da parte del suo autore, per giustificare (con se stesso e poi soprattutto con gli altri) i propri pregiudizi e limitazioni, eminentemente morali, ma da sempre battezzati solennemente invece col nome rimbombante di Verità. (aforis. 6).

Il precetto dello stoicismo antico, "vivi secondo natura", mostra chiaramente come la filosofia fin dai primordi s'è sempre creata un mondo reale ad immagine e somiglianza dei propri "istinti", cercando d'irreggimentare la stessa Natura ai propri desideri e scopi. Ma la Natura in se stessa è qualcosa di completamente incontrollabile e "prodigio oltre misura", pertanto non può esser tiranneggiata allo stesso modo in cui gli uomini giocano a tiranneggiare se stessi. Ogni filosofia è in ultima analisi una volontà di potenza che tenta di crearsi una causa prima... (af.9).

Il cogito ergo sum di cartesiana memoria presuppone che vi sia un Io, un'attività pensante, e che ciò produca volontariamente una forma di conoscenza, infine che l'"Io penso" sia una verità assoluta: "quale errore e illusione!" (af.16). Spinoza maschera la sua timidezza ed insicurezza personali nascondendosi dietro il suo "meccanico" metodo geometrico (af.5); ma è anche incoerente, secondo Nietzsche, il suo istinto di autoconservazione di un'unità vivente, pur respingendo la teleologia di Immanuel Kant. "Un'entità vivente vuole soprattutto scatenare la sua forza - la vita stessa è volontà di potenza. (af.13), il "grande cinese" di Königsberg (af.210): il vecchio moralista predicatore di un imperativo categorico e di tutta una dialettica che è solo una cortina di illusioni creata per gettar fumo negli occhi dei più ingenui e sprovveduti (af.5).

Il suo tentativo di spiegazione del giudizio sintetico a priori viene allora paragonato agli effetti narcotici dell'oppio e alla personalità del protagonista de Il malato immaginario di Molière. Arthur Schopenhauer, infine, sbaglia nell'affermare che la volontà sia cosa del tutto evidente: si tratta invece di uno strumento estremamente complicato, la volontà di controllo esercitata da chi comanda nei confronti di chi deve obbedire: la morale (volontà di verità) e la "libertà del volere" sono ridotte così a "dottrina dei rapporti di potere sotto i quali prende origine il fenomeno vita" (af.19).

Parte seconda. Lo spirito libero (aforismi 24-44) Nietzsche mette in guardia contro coloro che soffrono per un fantasioso "amor di verità", ed esorta e sprona i suoi lettori a non farsene condizionare, anzi ad evitare come la peste tali "malati nell'anima" e a cercare invece d'assomigliare quanto più possibile agli antichi fautori del cinismo greco, quelli che hanno "il coraggio di parlar male dell'umanità!" (af.26).

In un passaggio scrive che "da qualsiasi punto di vista filosofico ci si voglia oggi porre" è propriamente l'errore, in cui consiste il mondo all'interno del quale si crede di vivere autonomamente e volontariamente, ad esser invero la cosa più sicura e ferma di cui si possa far esperienza; questo se si è capaci di guardare in modo libero, scevro da pregiudizi di sorta, la propria vita personale ed il mondo intero.

Alla resa dei conti non è altro che un pregiudizio ancora "troppo umano" il fatto di credere che la cosiddetta verità valga più dell'apparenza superficiale. Se togli difatti all'esistenza umana tutto ciò che di apparente, superficiale e fasullo essa contiene, non rimane più nulla, nessuna cosa sopravvive. Allora proprio il negar l'apparenza e voler cercare d'abolirne la "realtà" implica l'abolizione dell'unica possibile verità effettiva (verità intesa come bene). A questo punto l'autore si chiede: "Cosa ci ha costretti fino ad oggi ad assumere come autentica la credenza in un'antitesi essenziale tra bene/vero e male/falso?" (af.34).

Gli "spiriti liberi", nuova tipologia umana in contrapposizione con tutti i filosofi precedenti, si trovano ad esser gli investigatori di quelle verità e realtà che sono le più profonde e indigeste per la massa perbene ed educata; scavano spietatamente in esse fino al punto da esser considerati crudeli, sempre sommamente curiosi e col cuore proteso verso l'inafferrabile (af.44). Gli "operai della filosofia" (Kant, Hegel), assieme ai moderni uomini di scienza in generale del tempo attuale, non debbono in alcun caso esser confusi con gli autentici filosofi,i quali sono comandanti e legislatori, creatori di nuovi valori (af.211). Vi sono davvero tipologie di studiosi coraggiosi che risultano esser autenticamente indipendenti dai pregiudizi, ed essi si chiamano spiriti liberi, non certo filosofi (almeno nell'accezione che fino ad oggi a questa parola è stata data) (af.6).

Nel periodo precedente la nascita della morale nella storia del genere umano, le azioni sono state giudicate dalle conseguenze effettive ch'esse producevano. Nel corso degli ultimi dieci mila anni tuttavia è stata via via messa a punto una concezione morale sempre più raffinata in cui le azioni sono giudicate dalle loro origini (intenzioni buone); ma la moralità delle intenzioni (che non è mai reale motivazione istintiva) è secondo Nietzsche nient'altro che un pregiudizio, qualcosa di storicamente provvisorio che va oltrepassato (af.32).

Parte terza. L'essere religioso (aforismi 45-62) Qui Nietzsche sviluppa ed approfondisce il suo rifiuto della Chiesa cattolica e della religione in generale: la fede in un qualche dio è niente più che una rappresentazione degli innegabili bisogni interiori di ogni uomo. La religione in definitiva non è altro che un mezzo per soddisfare la propria brama di dominio sugli altri.

Parte quarta. Aforismi e intermezzi (aforismi 63-185) Qui Nietzsche inserisce una raccolta di aforismi brevissimi, per lo più singole frasi di una riga, sul modello francese di La Rochefoucauld da lui tanto ammirato. Alcuni riguardano la differenza e la distanza innate tra uomini e donne; altri soggetti toccati sono la sua dottrina dell'Eterno ritorno dell'identico (af.70); la musica (af.106); la mentalità utilitaristica (af.174), il tutto in mezzo a tentativi più generali ed osservazioni taglienti e ben poco lusinghiere sulla natura umana e sua origine.

Parte quinta. Per la storia naturale della morale (aforismi 186-203) Nietzsche riflette sui filosofi che da sempre hanno cercato di fondare una "scienza” della morale", e scorge subito una grande contraddizione già nel chiamarla scienza; costruire una morale sulla solidità del rigore scientifico è molto discutibile, perché la morale, o ciò che viene così definito, è volubile, incostante, variabile; muta a seconda della civiltà di appartenenza, è influenzata da svariati valori e condizioni, siano essi sociali o semplicemente determinati dalla propria storia e quindi dalle particolari tradizioni; proporsi di edificare una morale come legge universale risulta dunque un lavoro improbo, un viaggio verso una meta indefinita e indeterminata (af.186).

"Ogni morale è una buona dose di tirannia contro la 'natura' e anche contro la 'ragione' (…) essa è una lunga costrizione" (…) "Ogni morale può essere considerata a questa stregua: è la 'natura' in essa che insegna a odiare il laisser aller, l'eccessiva libertà, e pianta il bisogno di orizzonti limitati e di compiti prossimi, che insegna il restringimento della prospettiva e dunque, in un certo senso, la stupidità, come una condizione di vita e di sviluppo" (af.188).

Ma quindi la morale nasce in contrapposizione allo stato naturale dell'uomo, limitandone dunque l'espressione delle sue libertà o è essa stessa un processo naturale e come tale manifestazione di tali libertà? Nietzsche afferma che il processo costitutivo della morale nasce in contrasto a quella libertà incommensurabile e innata nell'uomo stesso; la morale rappresenta quello scoglio a cui aggrapparsi, un'isola in mezzo al mare della libertà assoluta, il mezzo col quale l'uomo definisce i propri spazi, per non essere travolto da un mondo in cui il massimo grado di libertà possibile porta allo smarrimento di sé, ad offuscare i propri orizzonti e non permette all'individuo di percepire il proprio ruolo nel mondo e di intuirne lo scopo. La morale, nel porre dei limiti all'uomo, diviene al contempo necessaria alla sua crescita interiore, è essa stessa fondamentale per la vita che non sia quella animale basata esclusivamente sugli istinti (af.188).

Il principale problema morale è se meriti più autorità l'istinto (fede, spirito) o la ragione (sapere). Platone, e tanti dopo di lui, conferirono all'istinto, che i cristiani chiamano "fede", il ruolo più rilevante a riguardo della formazione di una morale. Ragione e istinto perseguono lo stesso fine: il bene, Dio (af.190-191).

"Tutto ciò significa che, fondamentalmente, fin da tempo immemorabile noi siamo abituati alla menzogna (af.192). Noi adeguiamo il nostro percepire a ciò che già possediamo come esperienza intima, creiamo il nostro mondo interiore come riflesso e in conformità a ciò che conosciamo; non creiamo dal nulla; abbiamo una visione limitata delle cose e per natura non riusciamo a percepire la Totalità ma solo il parziale, ed è da quelle poche cose che intendiamo e percepiamo come vere, che costruiamo le nostre certezze. Ed ogni manifestazione del mondo esterno viene in noi filtrata e poi modificata; e ognuno di noi compie questo atto in maniera differente, seguendo la propria natura e disposizione d’animo, la propria esperienza, il proprio essere uomo-artista; ed è così che edifichiamo il nostro mondo (af.192).