Il termine inconscio (Unbewusstes in tedesco) indica genericamente tutte le attività mentali che non sono presenti alla coscienza di un individuo.Lo psichiatra Massimo Fagioli reputerebbe più corretta la locuzione "non cosciente", ritenendo che la dimensione inconscia proposta da Freud ponesse l'inconscio come una realtà psichica inconoscibile e inesplorabile, o meglio esplorabile solo nella parte di coscienza rimossa. In senso più specifico, rappresenta quella dimensione psichica contenente pensieri, emozioni, istinti, rappresentazioni, modelli comportamentali, spesso alla base dell'agire umano, ma di cui il soggetto non è consapevole.

Storia del concetto Carl Gustav Jung riteneva che una psicologia dell'inconscio fosse presente sin dagli albori dell'umanità, collegata alle antiche pratiche sciamaniche dei popoli primitivi.C. G. Jung, Der philosophische Baum (L'albero filosofico), CW, vol. 13, 1967. Il termine inconscio a ogni modo è stato utilizzato come sostantivo solo a partire dall'Ottocento, mentre in precedenza veniva usato per lo più come aggettivo per denotare quei processi di pensiero nascosti alla coscienza.L'inconscio, Loescher, librionline.

Dall'età antica a quella moderna

Le origini del concetto si possono rintracciare già presso gli antichi Greci,«Il Greco non ignora la dimensione inconscia, anzi la chiama demone (daimon), distinguendola anche terminologicamente dall'anima (psyché), e solo per una scarsa familiarità con la filosofia il militare Senofonte poteva confondere le due cose» (U. Galimberti, Il corpo, Milano, Feltrinelli, 1983, p. 51). che tuttavia non conoscevano ancora un termine equivalente a quello odierno di inconscio.

Platone, rifacendosi alle dottrine religiose orfiche e pitagoriche, parlava di un sapere nascosto all'interno dell'anima umana, la quale lo aveva contemplato nel mondo iperuranio delle idee, per poi dimenticarlo dopo la sua rinascita nel corpo; si tratta di una conoscenza latente che la filosofia dovrà risvegliare con la reminiscenza o «anamnesi» (anàmnesis).«Reminiscenza è l'atto che trasforma quel sapere dallo stato inconscio allo stato conscio» () Egli descrive la triste condizione dell'oblio soprattutto nel mito della caverna, dove gli uomini sono condannati a vedere soltanto le ombre del vero, e condannano i pochi illuminati che, usciti fuori dalla caverna, intendono svelare loro la luce del sole.Platone, La Repubblica, libro VII. Questo "inconscio" platonico non è da intendere in senso freudiano,Massimo Recalcati, Elogio dell'inconscio, Mondadori, 2007, pag. 4. ma si avvicina comunque al significato che Jung darà all'inconscio collettivo.Leonardo Lotito, Il mito e la filosofia, Mondadori, 2003, pag. 49: «I contenuti dell'inconscio collettivo sono gli "archetipi", termine di chiara origine platonica».«È stato lo stesso Jung ad aver percorso un itinerario che si richiama direttamente al sentiero tracciato da Platone, e successivamente fatto proprio dai neoplatonici, laddove, uscito dalla prigione rappresentata dall'ermeneutica fisicalista, si è spinto [...] fino a quelle forme dell'istinto che prenderanno il nome di archetipi» (Niccolò Cappelli, Le radici dell'inconscio, Vita pensata, 2011).

Anche il filosofo neoplatonico Plotino è stato ritenuto un precursore della psicologia dell'inconscio,Ad esempio Arthur Drews, Plotin und der Untergang der antiken Weltanschauung, Diederichs, Jena 1907; Schweyzer, Bewusst und Unbewusst bei Plotin. per le sue riflessioni sui processi non coscienti dell'anima, da lui "sdoppiata" in una superiore e una inferiore, alle quali corrispondono due forme distinte di pensiero: quello intellettivo-noetico, cioè intuitivo, rivolto alla contemplazione degli archetipi (l'"inconscio")Thomas Alexander Szlezák, Platone e Aristotele nella dottrina del "Nous" di Plotino, pag. 226, Milano, Vita e Pensiero, 1997 ISBN 88-343-0872-7. collegato all'Anima del mondo, e il pensiero logico-discorsivo che spesso coincide con quel che noi chiamiamo "conscio".

Jung sostenne che la concezione platonica dell'inconscio archetipico avesse permeato di sé anche il Medioevo e il Rinascimento, per spegnersi infine alle soglie dell'età moderna. La filosofia rinascimentale, in particolare, avrebbe rivitalizzato il patrimonio immaginifico della cultura classica, con il suo carico di simbolismi inconsci legati soprattutto all'alchimia, che il razionalismo illuminista avrebbe invece rimosso:Cfr. Jung, C. G., & Hinkle, B. M. Psychology of the Unconscious: a study of the transformations and symbolisms of the libido, a contribution to the history of the evolution of thought, Londra, Kegan Paul Trench Trubner, 1912.

Leibniz e le "piccole percezioni"

Il primo filosofo a evidenziare l'esistenza di percezioni inconsce è stato nell'età moderna il neoplatonico Gottfried Leibniz, in opposizione alla dottrina di Cartesio che aveva identificato la coscienza con la totalità della vita pensante. Secondo Leibniz la posizione di Cartesio era gravemente sbagliata, perché dentro di noi esistono anche pensieri di cui non siamo coscienti. Secondo Leibniz era inoltre sbagliato contrapporre la res cogitans (la cartesiana "sostanza pensante") ad una res extensa (o "sostanza materiale"), perché persino al più infimo livello dell'essere non c'è mai assenza totale di una qualche attività pensante. Non esiste una realtà che sia priva di pensiero, contrapposta allo spirito; esistono semmai infinite gradazioni di pensiero, da quello più confuso o inconscio a quello più chiaro e distinto, che è l'appercezione.«Lo stato passeggero, che implica o rappresenta una molteplicità nell'unità o sostanza semplice, non è altro che ciò che è chiamato percezione, e che deve essere distinta dall'appercezione o coscienza, come si vedrà in seguito. Ed è su questo punto che i cartesiani hanno sbagliato gravemente, avendo considerato come un nulla le percezioni delle quali non si abbia appercezione» (G. W. Leibniz, Monadologia, 14, in Scritti filosofici, UTET, Torino, 1967, vol. I, pagg. 284-285).

Leibniz si pose agli antipodi anche rispetto all'empirismo di Locke, che pur partendo da una prospettiva diversa da quella di Cartesio, era giunto ugualmente a concludere che esistessero solo le idee di cui abbiamo coscienza, presumendo che queste fossero un'"impronta" del mondo sensibile, un prodotto dell'esperienza che plasmerebbe la nostra mente come una tabula rasa. Leibniz fu invece un sostenitore dell'innatismo platonico della conoscenza: dentro di noi esistono già delle idee latenti, o appunto inconsce, che l'esperienza può risvegliare, ma non creare dal nulla.«Il nostro egregio autore [J. Locke] sembra invece affermare che in noi non c'è nulla di virtuale e di cui non abbiamo sempre una appercezione attuale. Ma egli non può sostenere ciò fino in fondo, perché altrimenti la sua opinione sarebbe troppo paradossale, in quanto le abitudini acquisite e gli stessi contenuti della nostra memoria non sono sempre appercepiti e non vengono sempre in nostro soccorso quando ne abbiamo bisogno, benché spesso noi li ricollochiamo agevolmente nello spirito quando una pur leggera occasione ce li faccia ricordare, come il semplice inizio ci fa ricordare tutta una canzone» (G. W. Leibniz, Nuovi saggi sull'intelletto umano, prefazione, in Scritti filosofici, vol. II, op. cit., pagg. 171-172).

Ognuno di noi infatti è una monade, secondo Leibniz, cioè un centro di rappresentazione, e quindi anche il processo della conoscenza avviene tutto al nostro interno. Percepire è diverso da accorgersi: vi sono monadi più elevate e meno elevate, cioè meno coscienti. Tra noi e una roccia c'è alla fine solo una differenza di coscienza. Ma anche in noi ci sono certamente pensieri inconsci. Leibniz affermava che noi abbiamo delle "piccole percezioni" che assimiliamo inconsciamente proprio perché sono molto piccole. E la percezione cosciente è il risultato della somma delle piccole percezioni.

Così ad esempio il rumore del mare in fondo è il risultato del rumore delle piccole onde che essendo piccole percezioni noi assimiliamo inconsciamente, fino a comporre il quadro generale di cui abbiamo coscienza. Soltanto in Dio esiste il più alto grado di rappresentazione del mondo, ossia l'appercezione più chiara e distinta che è l'autocoscienza: questa riassume in sé le percezioni inconsce di tutte le altre monadi.

L'età dell'Idealismo L'esistenza di una zona inconscia divenne un cardine della scuola di Wolff e fu ammessa da Kant. Con l'idealismo tedesco la nozione di inconscio tornò neoplatonicamente a denotare quel mondo di finzioni che il senso comune scambia erroneamente per la realtà oggettiva al di fuori di noi, perché non si accorge di vivere in una dimensione onirica ed è incapace di destarsi.

Fichte riprese il concetto kantiano di immaginazione produttiva per indicare il modo in cui l'Io produce inconsciamente il mondo, cioè la materia o il non-io.La teoria dell'immaginazione produttiva in Fichte, La dottrina della scienza, a cura di A. Tilgher, Bari, Laterza, 1971, pagg. 165-170. Proprio perché è sottratta alla coscienza, la materia ci appare come altro da noi: non sappiamo che essa è la parte inconscia di noi, ce la troviamo «già data». In tal modo, Fichte riesce a rendere ragione del punto di vista del realismo, che non può essere considerato del tutto erroneo, essendo giustificato dall'azione necessaria e inconscia della stessa immaginazione produttiva. La superiorità dell'idealismo sul realismo consiste però nel fatto che il primo riesce a rendere ragione del punto di vista realistico, mentre il secondo, che presume di essere più vicino al senso comune, non sa spiegarlo. Accrescendo questa consapevolezza è possibile avvicinarsi sempre di più all'autocoscienza pura, ma è solo nell'agire etico, non certo con la semplice teoria, che l'uomo può recuperare coscienza della propria zona d'ombra, scontrandosi praticamente col limite che inconsciamente si è posto.Fichte tiene infatti a far presente come la filosofia sia ben distinta dalla vita, al punto da affermare che «vivere è non-filosofare» e «filosofare è non-vivere» (cit. in Fichte, La dottrina della religione, pag. 192, a cura di G. Moretto, Guida, Napoli 1989).