Gli Šekeleš (o Shekelesh) erano una popolazione facente parte della confederazione dei Popoli del Mare che appare nelle fonti scritte egizie durante il periodo del Nuovo Regno. Una loro presunta identificazione con gli antenati dei Siculi o con i Siculi stessi è, al momento, oggetto di dibattito archeologico.

L'iscrizione egizia

Traslitterazione e fonetica La traslitterazione convenzionalmente usata per il nome Šekeleš (Š'k'rwš) deriva dal geroglifico {| class="wikitable" !SA:A !k !Z1:rw !SA:A |- |Š|k |rw |š|} La lingua egizia scritta non presenta notazioni vocaliche esplicite, inoltre utilizza indistintamente gli stessi segni per rendere i suoni l e r. Per applicare una fonetizzazione attendibile, si utilizzano metodi di linguistica comparativa, esaminando le concordanze con altre fonti in geroglifico o in altre lingue antiche, specialmente nel caso di toponimi. Alcuni esempi di questa consuetudine sono rbw, per Libu o rbrn per Lebanon.

Per questo motivo, il segnorw, pur essendo traslitterato in rw, è stato fonetizzato in l.

Semantica e determinativi Nella documentazione egizia facente riferimento agli Šekeleš, si trovano in coda al nome alcuni geroglifici contestualizzanti, chiamati determinativi. Si tratta di una porzione del termine con funzione puramente semantica, che aveva lo scopo di assegnare uno scenario alla parola o al concetto espresso e che dunque non veniva "pronunciata". La combinazione tra elementi fonetici e logogrammatici è una delle caratteristiche fondamentali del sistema di scrittura egizio.

Ad esempio, a Karkak T14*N25 dichiara la provenienza da un territorio straniero.

A Medinet Habu, troviamo un uomo e una donna sopra un triplo segno orizzontaleT14-A1*B1:Z2 che segnalano la presenza di una moltitudine di persone di ambo i sessi, ovvero di una popolazione straniera.

Iconografia Le raffigurazioni dei Popoli del mare mostrano una specifica iconografia dei guerrieri. Sono note e ampiamente verificate le sembianze Shardana (elmo a due corna) e Peleset (copricapo piumato). Molti studiosi ritengono che le restanti popolazioni fossero mischiate tra loro e assegna agli Šekeleš alcuni tratti distintivi: i capelli raccolti al di sotto di un panno, in alcuni casi rigonfio, fermato sul capo da un nastrino; non hanno armature, ma piuttosto caratteristiche tuniche o gonnellini; indossano un medaglione sul petto e hanno in dotazione due lance e uno scudo rotondoClaudio De Palma, La Tirrenia Antica, Vol. I, Sansoni, Firenze, p. 226. Documentazione archeologica

Cronologia e datazione delle fonti Le attestazioni egizie esplicitamente riferite agli Šekeleš sono due e afferiscono a un periodo storico relativamente contiguo. In egittologia, la datazione delle linee dinastiche viene calibrata in base a riferimenti assoluti di tipo astronomico, tuttavia sussistono proposte cronologiche diverse che godono di sufficiente riconoscimento a livello internazionale.

La prima attestazione si colloca nellAnno 5° del regno di Merenptah e la seconda nellAnno 8° del regno di Ramses III, per dichiarazione diretta delle fonti. Adottando una cronologia tradizionale (Baines-Málek) e assumendo un'indeterminazione di ±15 anni, è possibile individuare una linea temporale compresa tra 1220 e il 1175 a.C.. Poiché la correlazione sincronica tra la referenza ugaritica Šikalayū e quella egizia Šekeleš è considerata plausibileMassimo Baldacci, La scoperta di Ugarit, Piemme, Casale Monferrato, 1996, p. 205; risulta utile visualizzarla sub condicione nel quadro complessivo.

La Grande iscrizione di Karnak

L'attestazione archeologica più antica è la grande iscrizione in geroglifico KIU 4246 posta nel Complesso templare di Karnak (a nord di Luxor), redatta al tempo del faraone egizio Merenptah (1224-1214 o 1213-1203 a.C.), il cui contenuto è confermato anche nella contemporanea Stele di Merenptah, rinvenuta nelle adiacenze. Essa riporta l'attacco mosso all'Egitto nel 5º anno del regno del faraone da una coalizione capeggiata dai Libu, in alleanza con Šekeleš, Shardana, Lukka, Turša (Teresh) e Akawaša (Ekwesh). La battaglia decisiva vide la vittoria dell'esercito egizio e fu combattuta nella località, non ancora identificata, di Pi-yer.

Merenptah afferma che sconfisse gli invasori, uccidendo 6.000 soldati e prendendo 9.000 prigionieri. Per essere sicuri dei numeri, si provvide a recidere il pene di tutti i cadaveri non circoncisi e le mani di tutti i circoncisi; tra questi ultimi, erano annoverati 222 Šekeleš.

Ciò attesterebbe quanto meno una contiguità con le popolazioni semite, se non addirittura la loro identità.

Lettere di Ugarit Gli scavi condotti a partire dal 1928 a Ras Shamra, località siriana a nord di Latakia, hanno riportato alla luce l'antica Ugarit e con essa un grande numero di preziosi reperti, documenti regi e corrispondenze in lingua ugaritica databili tra il XIV e il XII secolo a.C.. La corrispondenza complessiva dell'archivio ci indica che, intorno al 1190 a.C., tutta l'Anatolia era in fiamme e le devastazioni avevano raggiunto la costa siriana: si tratta della fase storicamente nota come Collasso dell'età del Bronzo. Le iscrizioni di Medinet Habu, infatti, indicano che, pochi anni dopo, popolazioni straniere avevano completamente distrutto e saccheggiato la Licia (Arzawa), l'impero ittita (Hatti), Cipro (Alashiya), la Cilicia, la città-Stato di Karkemiš (al confine turco-siriano) e minacciavano direttamente l'Egitto.

La tavoletta RS 18.147, rinvenuta nell'archivio privato di Ammurapi (ultimo sovrano di Ugarit dal 1195 al 1190 a.C. circa) e concernente una lettera del re di Alashiya, segnala la presenza in mare di una flotta nemica e suggerisce al signore di Ugarit di allestire le difese della sua città. Ammurapi rispose comunicando che l'attacco nemico era già iniziato, ma di non avere i mezzi per respingerlo. Tale nota tuttavia non fu mai spedita, per impossibilità sopravvenuta.

Un'altra tavoletta (RS 34.129) indica il nome del popolo che minacciava Ugarit: i Šikalayū, presumibilmente gli stessi Šekeleš dell'iscrizione di Karnak. Qui è con grande probabilità il re ittita in persona Šuppiluliuma II a lamentarsi dell'inefficienza di Ammurapi, rivolgendosi direttamente al sàkin della città per risollecitare l'invio di una certa Ibnadušu e ottenere informazioni sulla terra di Šikala.

È interessante notare come i prefissi determinativi utilizzati nella lettera attribuiscano a Šikalayū lo stesso duplice status di "terra" (kur) e "città" (uru) riconosciuto a Ugarit. Ciò ne evidenzia il carattere non più solo etnonimico, ma anche geografico, dando consistenza alle teorie che affiancano alla vita su barche anche una posizione sulla terraferma.

Tempio di Ramses III a Medinet Habu Un nuovo attacco fu effettuato nell'8º anno del regno di Ramses III (1190-1180 a.C.) da un'alleanza di cinque popoli stretta presso Amurru (Siria), il regno degli Amorrei: oltre agli Šekeleš compaiono i Peleset, i Tjeker, i Denyen e i Wešeš, con al seguito donne, bambini e masserizie. Esiste un'ampia cronaca egizia di questi scontri nel tempio funerario di Ramses III, presso il sito archeologico di Medinet Habu nella grande area della Necropoli di Tebe.

I cinque gruppi etnici vengono complessivamente denominati "Popoli del mare, del nord e delle isole". Secondo le iscrizioni, gli Egizi vanificarono l'offensiva nemica di terra nella battaglia di Djahy (o Zahi), una località al confine del regno egizio in terra siriana o cananea.

Stando alle iscrizioni, una volta ottenuta la vittoria, il faraone mostra grande preoccupazione per le sorti del regno e rientra subito in Kemet per prepararsi a un nuovo violento attacco da parte della confederazione. Ramses III rafforza la frontiera di Djahy, arma i porti, prepara i carri da guerra e descrive i suoi soldati come leoni che ruggiscono dalle cime delle montagne. È l'anteprima dell'imminente battaglia del Delta, combattuta per mare nella bocca del Nilo e altrettanto epicamente descritta e raffigurata all'interno del tempio.

La Grande Iscrizione dell'8º anno

All'interno della prima corte del tempio, il secondo pilone presenta due imponenti bassorilievi divisi dalla porta che dà accesso alla seconda corte. A sinistra (orientamento sud-ovest), una scena di "investitura" divina commentata; a destra (nord-ovest), la presentazione del conflitto. Sezione sinistra del secondo pilone Nella scena di sinistra si trova Amon-Ra, alla presenza protettiva della Mut, che consegna una spada a Ramses III. Il faraone tende la mano destra ad Amon e con la sinistra tiene alla corda tre file di prigionieri. Mut officia e benedice l'incontro.

Tra le figure si trovano abbondanti iscrizioni, con duplice funzione votiva e narrativa, che rivelano l'esito della grande battaglia dell'8º anno e il destino di alcuni tra i Popoli del mare.

Sezione destra del secondo pilone Nella sezione destra della parete, è possibile leggere una cronaca sulle origini della confederazione e sul contesto geopolitico della battaglia:

Migdol. Shasu o Šekeleš?

A ridosso del cosiddetto migdol (un tipico arroccamento fortificato dell'antichità), sul versante orientale della torre nord fu rinvenuto un rilievo con sei prigionieri in ginocchio e con le mani legate: si tratta dei capitani degli stranieri del nord catturati in battaglia. Se negli altri rilievi del sito i Popoli del mare non risultano sempre riconoscibili e si assiste più che altro a caotiche scene di guerra, qui troviamo un'iscrizione accanto ad ogni prigioniero che ne dichiara l'identitàOIP 94 - Medinet Habu, Vol. VIII The Eastern High Gate, Chicago University's Oriental Institute..

Dei sette capitani citati, per i prigionieri Shardana e Teresh viene sottolineata la provenienza marittima, probabilmente per differenziare le armate nautiche da quelle terrestri. L'ultimo prigioniero viene descritto come Peleset, ma l'immagine è mancante. Il quinto prigioniero raffigurato è stato identificato come uno Shasu, nonostante l'iscrizione - posta immediatamente alla sinistra dell'uomo - risulti incompleta. Il piccolo spazio vuoto a seguire fece dedurre all'équipe di restauro e trascrizione, diretta dall'Oriental Institute (Chicago University), un esito in -sw.

Proprio su questo tema, negli anni sessanta, un fervente dibattito animò le riviste di archeologia mediorientale: l'oggetto fu proprio l'identità del quinto prigioniero. Un gruppo di studiosi, capeggiati dall'inglese Gerald A. Wainwright, sostenne che si sarebbe potuto trattare più verosimilmente di uno Šekeleš. Nel 1963 scrisse diversi articoli in cui si premurò di descrivere il proprio pensiero e difendersi dalle parole detrattorie di Edward F. Wente di Chicago. D'altra parte Wente non riconobbe mai il valore di questa alternativa, osservò anzi come alcuni tra i nomi di spicco di quel gruppo (come il tedesco Walter Wreszinski) avessero presto abbandonato l'ipotesi. Wainwright, principale sostenitore della teoria, morì nel maggio dell'anno seguente e con lui si spense anche il "caso".

Annali Regi di Tiglat-Pileser III Seppur in epoca decisamente successiva (VIII sec. a.C.), vi è traccia del nome anche negli annali del sovrano assiro Tiglatpileser III, una raccolta di incisioni in lingua accadica su pietre provenienti dal Palazzo Reale di Kalhu (Nimrud, nell'attuale Iraq). LAnnale 13 racconta il saccheggio di alcune città ad opera del governatore assiro di Nai'ri e la contestuale cattura di Šiqilâ, «comandante di una fortezza». Trattandosi di un esito univoco che non trova altri riscontri nei documenti contemporanei, risulta difficile storicizzare il lessema nel solco degli Šekeleš.

Ipotesi sull'area di origine

Anatolia e Sagalassos