Biografia Nato a Cuba da una famiglia di ebrei russi e polacchi, è cresciuto in Francia ; il padre fu un medico che aveva studiato e lavorava a Tolosa , e si rifugiò in Polonia prima della seconda guerra mondiale. La madre, russa di Białystok, lasciò l'Unione Sovietica per l'Europa dopo che in patria diversi suoi familiari erano stati uccisi. I due si conobbero in Portogallo, dove entrambi erano riparati dopo le invasioni da parte della Germania nazista. La coppia si trasferì poi a Cuba, dove nacque Steve . Dopo un periodo di qualche anno di permanenza a Tolosa, la famiglia si trasferì negli Stati Uniti, dove si insediò a Harlem, quartiere popolare di New York, e nel 1951 ottennero i permessi di immigrazione.

All'età di 8 anni, affermano le fonti, già ormai un pianista classico, Pieczenik compose un musical di lunghezza ordinaria.

Formazione In cenni autobiografici Autobiografia sul proprio sito web . URL consultato il 15.11.2014. Pieczenik ha dichiarato di aver frequentato il liceo "Booker T. Washington" di Harlem, e di essere stato ammesso alla Cornell University all'età di 16 anni; lo stesso ateneo gli avrebbe conferito nel 1964 un baccellierato in pre-medicinaTitolo che nel sistema formativo statunitense è propedeutico all'accesso agli studi universitari di medicina. e psicologia, proseguendo poi gli studi di medicina.

Specializzatosi in psichiatria presso la Harvard University, gli fu assegnato lo "Harry E. Solomon award" per un lavoro dal titolo "The hierarchy of ego-defense mechanisms in foreign policy decision making""La gerarchia dei meccanismi di autodifesa nell'assunzione di scelte di politica estera".

Avrebbe poi conseguito dal Massachusetts Institute of Technology (MIT) un PhD in relazioni internazionali e lo stesso Pieczenik rivendica di essere stato il primo psichiatra ad aver conseguito un dottorato in questo campo.

Nel 1975 fu pubblicato su The American Journal of Psychiatry un suo lavoro dal titolo "Psychological dimensions of international dependency""Dimensioni psicologiche delle dipendenze internazionali", contenente 13 chiavi di interpretazione finalizzate alla comprensione euristica delle dinamiche di interdipendenza delle relazioni fra le nazioni, a sostegno della tesi per cui alleanze egalitarie e mutui sostegni multinazionali avrebbero dovuto considerarsi alternative preferibili alle [allora] applicate strategie politico-economico-militari APA - American Psyhological Association, Database: PsycINFO. URL consultato il 15.11.2014..

Carriera Pieczenik è stato deputy assistant secretary of stateRuolo dell'organigramma istituzionale statunitense, imprecisamente riassumibile come diretto collaboratore, o membro della segreteria del segretario di stato. alle dipendenze di Henry Kissinger, Cyrus Vance e James Baker; le sue competenze comprendevano politica estera, gestione delle crisi internazionali e guerra psicologica . È in seguito stato deputy assistant secretary nelle amministrazioni di Gerald Ford, Jimmy Carter, Ronald Reagan e George H. W. Bush .

Nel 1974 Pieczenik entrò nel Dipartimento di Stato come consulente, incaricato della ristrutturazione dell'Ufficio per la Prevenzione del Terrorismo; nel 1976 divenne deputy assistant e si caratterizzò come specialista in "gestione degli ostaggi" ; gli viene attribuito un vincente intervento in alcuni casi di presa di ostaggi, ad esempio il dirottamento del volo TWA 355 New-York-Chicago, da parte di indipendentisti croati, o il sequestro del figlio del presidente della repubblica di Cipro.

Nel 1977 collaborò alla soluzione di una situazione di crisi (poi nota come "assedio di Hanafi") in cui 12 uomini armati avevano preso possesso di tre edifici a Washington, uccidendo un giornalista radiofonico e tenendo in ostaggio 149 persone, liberate dopo quasi 40 ore di trattative .

Coinvolgimento nel caso Moro

Nel 1978, in Italia, appartenenti al gruppo terroristico delle Brigate Rosse rapirono Aldo Moro, presidente della Democrazia Cristiana, allora partito di maggioranza. Pieczenik fu inviato nella Penisola per collaborare con le locali autorità.

Il Ministro dell'interno del tempo, Francesco Cossiga, allestì un comitato di crisi al quale fu aggregato Pieczenik, immediatamente messo a disposizione del governo italiano da Jimmy Carter lo stesso giorno del rapimento . L'importanza dell'invio di un consulente si apprezza appieno, secondo alcune ricostruzioniManlio Castronuovo, Vuoto a perdere - Le Brigate Rosse, il rapimento, il processo e l'uccisione di Aldo Moro, Narcissus.me, 2013 - ISBN 88-6755-975-3, considerando che solo un paio di mesi prima il medesimo presidente statunitense aveva decretato (seguendo analogo precedente indirizzo di Gerald FordAlessandro Forlani, La zona franca: Così è fallita la trattativa segreta che doveva salvare Aldo Moro, Lit edizioni, 2014 - ISBN 88-6826-666-0) che i servizi di informazione statunitensi non potessero collaborare con governi stranieri in casi di terrorismo, salvo che non fossero in gioco interessi di sicurezza e pericolo per gli USA. Cossiga, informando l'alleato Carter, aveva escluso pericoli per la NATO, ma precisava tuttavia che Moro era a conoscenza di segreti di stato come la struttura di stay-behind (in Italia Gladio), e il consulente fu inviato. Giunto dopo pochi giorni a Roma, sarebbe stato subito informato da Cossiga della assoluta mancanza di idee su come gestire una crisi quale quella in essere, di una strategia o di un "sistema operativo".

A vent'anni dai fatti, nel 1998, si sviluppò una pesante polemica politica riguardante il tenore di alcune affermazioni del Pieczenik, secondo il quale Moro avrebbe potuto essere salvato e restituito alla vita politica, ma sarebbe stato vittima di un "complotto ad altissimo livello" avente lo scopo di evitare che lo statista fosse liberatoFelice Saulino, Michela Mantovan, Moro, il caso torna in Parlamento, in Corriere della Sera, 18.03.1998. URL consultato il 15.11.2014; lo psichiatra descrisse un contesto in cui, oltre alla mancanza di intenzione di salvare Moro, affermava di aver riscontrato una grave ricorrenza di infiltrazioni e fughe di notizie (che a suo dire pervenivano perfino alle Brigate Rosse), e per questo, convintosi dell'impossibilità di salvare l'ostaggio, se ne sarebbe tornato in patria. Richard Gardner, al tempo del sequestro ambasciatore USA in Italia, smentì che Pieczenik si fosse allontanato per questo, affermando invece che dopo un mese dal suo arrivo gli avrebbe richiesto di tornarsene in America, giudicandolo non attendibile Gerard DeGroot, The Seventies Unplugged: A Kaleidoscopic Look at a Violent Decade, Pan Macmillan, 2011 - ISBN 1-4472-0352-6; il medesimo Gardner, invero, in un suo libro di memorie afferma che Pieczenik sarebbe stato inviato in Italia su richiesta del governo italiano (guidato da Giulio Andreotti) con lo scopo di aiutare a trovare Moro, ed essendo un negoziatore (o come lo descrive lo stesso ambasciatore uno "psichiatra con esperienza in gestione di situazioni di crisi con ostaggi e terroristi"), avrebbe collaborato con Cossiga per provare a rintracciare il rapito attraverso lo studio dei comunicati dei terroristi e delle lettere dello statista, ma la sua presenza non condusse ad alcuna traccia utile a ritrovarlo Richard N. Gardner, Mission Italy: On the Front Lines of the Cold War, ed. Rowman & Littlefield, 2005 - ISBN 0-7425-3998-9. Pieczenik comunque lasciò l'Italia, almeno ufficialmente, il 16 aprile, a sequestro ampiamente ancora in corso; ma il medesimo 16 aprile la sua presenza era già attestata negli Stati Uniti insieme a quella di Vito Miceli, ex direttore del SID e al tempo deputato del Movimento Sociale Italiano, proprio mentre rientrava in Italia l'esponente comunista Giorgio NapolitanoIn seguito presidente della Repubblica Italiana. che aveva con un certo clamore visitato gli USA, facendo tappa in alcune università fra le quali Harvard e MIT, in cui aveva studiato PieczenikPaolo Franchi, Giorgio Napolitano: La traversata da Botteghe Oscure al Quirinale, Rizzoli - ISBN 88-586-4213-9(n.f.), Napolitano: utili i risultati del viaggio in USA , ne L'Unità, 17.04.2014. URL consultato il 15.11.2014. Miceli sarebbe pochi giorni dopo stato indicato dallo stesso Moro, nella lettera a Flaminio Piccoli del 29 aprile, come una delle persone potenzialmente utili in quanto esperte di scambi di ostaggi.

Il 18 aprile 1978, due giorni dopo il rimpatrio dello psichiatra, fu fatto ritrovare un falso comunicato delle Brigate Rosse (n. 7) nel quale si "dava notizia" della conclusione del processo a Moro e della "avvenuta esecuzione" dello stesso mediante "suicidio"; il testo indicava che la salma si sarebbe trovata sui fondali del Lago della Duchessa, in provincia di Rieti. Prima che il comunicato fosse riconosciuto come falso (la superficie del lago era ghiacciata da mesi, fu subito evidente che il cadavere non poteva trovarsi lìPaolo Guzzanti, Andate a cercare in fondo al lago, ne La Repubblica, 20 aprile 1978), furono esperiti tentativi di recupero della salma e di esplorazione dei fondali (per aprire un varco nella superficie si dovettero far brillare due cariche di tritolo da quattro kg l'una), ovviamente vani. Il comunicato sarebbe stato, secondo molti osservatori, con elevata probabilità realizzato da tale Antonio Chichiarelli, detto Tony, che era un falsario legato alla Banda della MaglianaMarco Clementi, La pazzia di Aldo Moro, Bur - ISBN 88-586-5037-9Andrea Purgatori, Nessun dubbio , in Avvenimenti online - Left, 04.05.2007. URL consultato il 15.11.2014, poi ucciso in circostanze non chiarite. Nell'intervista a L'Unità del 2007 Pieczenik rivendicò la piena paternità della realizzazione del falso comunicato: "Decidemmo quindi, d'accordo con Cossiga, che era il momento di mettere in pratica una operazione psicologica e facemmo uscire così il falso comunicato".

Lo scopo "psicologico" del comunicato avrebbe dovuto preparare l'opinione pubblica italiana al peggio e comunicare alle Brigate Rosse che non ci sarebbe stata trattativa, lo Stato dava Moro già per morto James L. Newell, The Politics of Italy: Governance in a Normal Country, Cambridge University Press, 2010 - ISBN 0-521-84070-8; ciò, sostenne Pieczenik, avrebbe dovuto affondare il "partito della trattativa". In realtà, quando apparve il "vero" comunicato numero 7, emesso davvero dei terroristi, alcuni osservatori (ad esempio Sandro Viola su la Repubblica) sostennero che chi scricchiolava era il "partito della fermezza", e che c'era da ipotizzare che il comunicato falso potesse non essere "falso" affatto, per quanto "ha giovato troppo puntualmente ed efficacemente al «piano» terrorista"Sandro Viola, Lo spettacolo che stiamo dando, su la Repubblica del 21 aprile 1978.

Ad ogni modo, fra le tante dichiarazioni del Pieczenik sulla vicenda, se ne rinviene una in cui dichiarò di essere ripartito da Roma perché il suo compito era esaurito: "dopo il comunicato numero 5 era evidente che non ci sarebbe stata più alcuna trattativa"Rita Di Giovacchino, Il libro nero della Prima Repubblica, Fazi Editore - ISBN 88-6411-880-2; il "suo" falso comunicato era però il numero 7.