Brigantaggio postunitario e rivolte in Sicilia furono attività connesse al brigantaggio postunitario italiano e le varie sommosse e tumulti popolari, che si verificarono in Sicilia, fin dalle settimane successive il plebiscito che il 4 novembre 1860 ufficializzò l'annessione nel costituendo Regno d'Italia.

Premesse Le insurrezioni del 1860 e la spedizione dei Mille

La Sicilia che costituiva durante il Regno di Francesco II i “domini al di là del faro”, comprendeva sette province: PalermoAlla provincia di Palermo facevano capo i distretti di Palermo, Corleone, Termini e Cefalù, MessinaLa provincia di Messina comprendeva i distretti di Messina, Castroreale, Patti e Mistretta, CataniaCatania era articolata nei distretti di Catania, Caltagirone, Nicosia e Acireale, NotoLa provincia era composta da Noto, Siracusa e Modica, CaltanissettaAlla provincia di Caltanissetta facevano capo, Caltanissetta, Terranova e Piazza, GirgentiLa provincia era suddivisa nei distretti di Girgenti, Bivona e Sciacca e TrapaniLa provincia era articolata nei distretti di Trapani, Mazara e Alcamo ogni provincia era a sua volta suddivisa nei numerosi distretti elencati nelle noteVedi anche: .

Confermando il generale orientamento autonomista e anti-borbonico già dimostrato nei moti insurrezionali del 1820 e del 1848, la Sicilia fu una delle prime provincie del Regno delle Due Sicilie a insorgere contro il regime di Francesco II. Iniziatasi nell'aprile del 1860 la rivolta della Gancia nel palermitano e giunti in maggio i “Mille” di Giuseppe Garibaldi, la popolazione accolse favorevolmente i garibaldiniGaribaldi raggiunse la Sicilia, e sbarcò l’11 maggio a Marsala. Assunta a Salemi la Dittatura in nome di Vittorio Emanuele II e battute più volte le truppe borboniche, il 27 dello stesso mese occupò Palermo, sostenendo la loro impresa e agevolandone lo sviluppo anche con i “picciotti” scesi in armi. Garibaldi, battute le truppe di stanza nell'isola a Calatafimi, conquistata Palermo, costituì il 2 giugno il governo dittatoriale.

Sconfitto il colonnello Ferdinando Beneventano del Bosco nella battaglia di Milazzo, si trovò padrone di tutta l'isola con l'esclusione della Cittadella di Messina.Vedi anche Ministero della Guerra - Ufficio Storico - La Campagna di Garibaldi nell'Italia Meridionale - 1931- Libreria dello Stato - Roma Alla soddisfazione dei partiti liberali per il risultato ottenuto dal condottiero si contrappose lo scontento popolare originato dal negativo accoglimento della leva di massa, decretata nel maggio 1860. Inoltre, le mancate risposte alle aspirazioni delle classi rurali riguardanti anche la ridistribuzione dei grandi possedimenti terrieri portarono alla ribellione dei contadini siciliani che avevano inizialmente concorso al successo dell'impresa garibaldinaVedi anche: . Infatti, nell'agosto 1860, si verificarono tumulti e reazioni che portarono all'occupazione di terre demaniali e latifondi coinvolgendo gli abitanti di alcuni villaggi situati sulle pendici dell'Etna.

I fatti di Bronte

Dopo lo sbarco a Marsala - avvenuto durante la spedizione dei mille - a Bronte il 2 agosto torme di popolani occuparono il paese che fu saccheggiato e parzialmente incendiato. Giunta notizia degli avvenimenti e delle atrocità commesse dagli insorti, Nino Bixio entrò in città il 4 agosto con alcuni contingenti di camicie rosse per ripristinare l'ordine. Questi dichiarò lo stato d'assedio e, instaurato un Consiglio di guerra, i capi della rivolta furono arrestati e passati per le armi dopo aver subito un processo sommariovedi anche: .

La punizione inflitta alla città a seguito dei Fatti di Bronte non fu l'unica azione repressiva sviluppata da Nino Bixio per sedare i moti popolari del circondario. I disordini, aventi caratteristica spontanea e senza contenuti politici, furono rapidamente circoscritti anche in mancanza di un'organizzazione borbonica che, come avvenuto nelle province continentali, fosse in grado di sfruttare la delusione popolare e organizzare in forme massicce la reazione. Ripristinato l’ordine, Bixio attraversò lo stretto e raggiunse la Calabria unitamente a Garibaldi per proseguire nella inarrestabile marcia che li portò a Napoli e sul Volturno.

Le rivolte del 1861/1862

Mentre nella parte continentale del regno si combatteva, furono indetti i plebisciti che si svolsero il 21 ottobre. Il plebiscito siciliano risultò ampiamente favorevole all'unione della Sicilia con il Regno di Vittorio Emanuele II. Infatti, furono registrati soltanto 667 voti negativi contro 432.053 favorevoli e in molte circoscrizioni elettorali non vi fu alcun voto negativoA tal proposito vedi a pag. 457 e seguenti: .

Battute le truppe borboniche, presa Napoli e caduta Capua, le operazioni belliche proseguirono con l'aiuto delle truppe piemontesi sia sul continente sia in Sicilia, dove il 18 dicembre 1860 fu inviata la brigata Pistoia (35° e 36°) che raggiunse Messina agli ordini del maggior generale Emanuele Chiabrera CastelliEmanuele Chiabrera Castelli fu un generale piemontese. Nato ad Acqui nel 1814 vi morì nel 1909. Partecipò alle campagne del 1848 e del 1849 guadagnando due medaglie d'argento al Valor Militare. Prese poi parte alla campagna di Crimea, a quella del 1859. Nel 1860 partecipò alla campagna delle Marche e dell’Umbria per poi raggiungere Messina con la brigata “Pistoia”. A seguito del suo comportamento fu insignito anche della commenda dell’O.M.S. con la seguente motivazione: ”Per militari benemerenze quale Comandante della Brigata Pistoia per la campagna di guerra della Bassa Italia”. Nel 1864 fu nominato tenente generale partecipando con questo grado alla campagna del 1866 al comando della 14ª divisione. Vedi: Enciclopedia Militare. Opera citata. Vol. II voce: Chiabrera.

Le operazioni belliche contro la cittadella di Messina, capitolata il 12 marzo 1861, si accompagnarono però a disordini che si manifestarono prevalentemente nel palermitano e che si acuirono nel dicembre 1860 quando fu emanato un bando di chiamata alle armi riguardante le classi 1857, 58, 59, 60 e avente come termine di presentazione il 31 gennaio 1861. Esigenze organizzative e scarsa affluenza dei coscritti portò alla proroga deI termini previsti che furono spostati al 1º giugno 1861. Oltre tale termine i non presentati sarebbero stati considerati renitenti se reclute, e disertori se già sotto le armi nell'esercito borbonicovedi sezione: Altre cause del brigantaggio: Leva e Renitenza. La protesta reazionaria contro la coscrizione obbligatoria che si manifestò in quasi tutte le provincie del Regno di Napoli, fu maggiormente sentita in Sicilia, dove le leggi borboniche sul reclutamento non avevano mai avuto attuazione e dove lo spostamento dei termini non ridusse la tensione esistente. Le notizie sulle sommosse e sulle repressioni operate al di là dello Stretto di MessinaLa repressione del brigantaggio fu molto cruenta da parte dei generali sabaudi, con una "feroce persecuzione poliziesca che travalicava il mantenimento dell’ordine pubblico divenendo, assai spesso, licenza deliberata e violenta gratuita a spese, non solo dei briganti, ma anche delle popolazioni" Vedi: per motivi più o meno analoghi a quelli che interessarono la popolazione dell'isola, non ebbero effetti sulla situazione politica della Sicilia; però i disordini non si placaronoVedi anche: . Nel dicembre del 1861 si verificarono nuovi tumulti a Palermo, Adernò, Paternò, Biancavilla, Sciacca, Mezzagno, Mezzojuso e Mazara del Vallo cui seguirono il 1 gennaio 1862 altre dimostrazioni a Catania, Messina e GirgentiVedi anche: . Le autorità dell'isola chiesero aiuti e il governo inviò in Sicilia le truppe della brigata “Alpi” (51°- 52°) al comando del generale Pietro Quintini che, giunto il 3 gennaio via mare, dopo aver subito alcune perdite tra i suoi soldati e ufficiali, riuscì anche con il supporto dell'artiglieria delle navi a reprimere il moto reazionario infliggendo severe sanzioni ad Alcamo e Marsala dove molti popolani catturati furono imprigionati e sottoposti a giudizio.

La diffusione e le caratteristiche

Gli effetti delle repressioni operate e dell'inosservanza degli obblighi di leva si fecero rapidamente sentire. Le macchie e le montagne si riempirono di renitenti e disertori che come avvenuto in altre regioni si diedero alla delinquenzaVedi anche a pag. 348 e seguenti: . Pesanti furono le ripercussioni anche sull'ordine pubblico Intorno al 1861 si formarono quindi alcune bande dedite al sequestro di persona, al furto e all'abigeato di cui il capo di maggior rilievo fu Angelo Pugliese, detto "don Peppino il lombardo", ergastolano calabrese che era stato imprigionato, sotto il regime borbonico, nel carcere di Santo Stefano insieme ai patrioti Luigi Settembrini, Silvio Spaventa e Gennaro Placco (che gli insegnò a leggere e a scrivere); evaso dalle prigioni di Palermo a seguito dell'arrivo di Garibaldi, si mise alla testa di una vasta banda operante sulle montagne di Lercara Friddi. Infatti, anche se molti renitenti e disertoriA seguito della chiamata alle armi del 1861 nell'isola ebbero 4.897 renitenti oltre a 2.952 disertori,; in tutto 7.849 uomini. datisi alla macchia non ebbero altra alternativa che cercare di sostenersi con il furto e il “malandrinaggio”, in Sicilia non si verificarono, come avvenuto in altre province dell'ex Regno delle Due Sicilie (soprattutto in Basilicata), aggregazioni di grosse formazioni armate dedite al cosiddetto “brigantaggio politico” finalizzato al ritorno della dinastia borbonica detronizzata poiché nell'isola l’influenza degli agenti borbonici era pressoché nulla e i briganti siciliani erano per lo più lontani da rivendicazioni di tipo economico e sociale. Al contrario, nota lo storico Salvatore Lupo, il brigantaggio siciliano si trasforma in manovalanza al servizio della nascente mafia, in un intreccio che si instaura tra brigante e gabellotto (il notabile affittuario di grandi feudi, in diversi casi espressione di una cosca locale) che venne definito dalle autorità dell'epoca "manutengolismo"Salvatore Lupo, Storia della mafia, Roma, Donzelli, 1993 (nuova ediz. 2004).. Malgrado il notevole spiegamento di forze posto in campo, circa 20 battaglioni tra cui anche la guardia nazionale italiana, molti ricercati riuscirono a sfuggire alla cattura proseguendo a svolgere attività illecite o aggregandosi ad Angelo Pugliese, capo riconosciuto del brigantaggio organizzato in Sicilia, che con i suoi gregari si diede ai sequestri di persona, ai ricatti, alle grassazioni e all'abigeato senza particolari difficoltà. Fuggito Angelo Pugliese in Tunisia (dove venne catturato nel 1865), alcuni suoi gregari proseguirono nell'attività brigantesca da lui avviata tra le province di Palermo e Girgenti e tra questi Valvo, Riggio, Masi, Lo Cicero e altri.Vedi anche:

Nella provincia di Siracusa fu il brigante Giovanni Boncoraggio a imperversare fino alla cattura definitiva nel 1867.

La repressione

Di fronte ai frequenti e diffusi episodi di renitenti alla leva, il governo reagì in maniera repressiva sviluppando, dopo la proclamazione dello stato d'assedioQuesto provvedimento, cui seguì la Legge Pica, comportò, notevoli limitazioni ai diritti dei cittadini, restrizioni nel movimento delle persone, maggior controllo del territorio, arresti di manutengoli etc. e alla conclusione della spedizione promossa da Giuseppe Garibaldi che portò alla giornata dell'Aspromonte, azioni punitive effettuate anche allo scopo di eliminare la piaga del “malandrinaggio”.