Fu un intellettuale organico della media borghesia produttiva e democratica del primo Ottocento di cui, muovendo dal particolare angolo visuale dell'ambiente livornese, interpretò le esigenze e le aspirazioni nel campo politico–economico come in quello culturale. Svolse l'attività di politico e scrittore nel movimento risorgimentale.
Biografia e carriera Formazione
Figlio di Francesco Donato Guerrazzi e di Teresa Ramponi, Francesco Domenico Guerrazzi era fratello maggiore di Temistocle; nacque in un quartiere popolare della vecchia Livorno proprio quando in città dilagava la febbre gialla, Procreato quasi per svista e auspici avversiNote autobiografiche, 1833. La sua nascita, come egli stesso dice, non fu ben accetta dai genitori e di ciò risentì la sua giovinezza, spesso triste e solitaria. Ciò si ripercosse anche nei primi apprendimenti scolastici: studiò presso i Barnabiti, avviandosi all'uso della buona lingua italiana ma, vivendo tale scuola come oscura e tetra, fuggì spaventato.
Crebbe aspro, vendicativo e attaccabrighe, infatti si ritrovò spesso in risse violente soprattutto contro gli ebrei; culmine di tale disagio fu una lite con il padre che lo fece fuggire di casa. Fu allora che conobbe Carlo Bini con il quale instaurò fin dal principio una intensa amicizia nonostante la loro diversità.
Poco prima di andare a Pisa si riconciliò con il padre e nella città toscana iniziò nel 1819 a studiare legge, mentre nel 1821 conobbe George Gordon Byron anch'esso giunto a Pisa dove si era stabilito con la sua amante Teresa Gamba Ghiselli; di Byron il Guerrazzi parlò con entusiasmo nelle Memorie e quando tornò a Livorno gli dedicò le ottave delle Stanze alla memoria di Lord Byron (Livorno 1825); questi furono di fatto i suoi primi scritti, nati quindi sotto l'influenza della poesia del Byron.
Anche i suoi studi universitari non furono affatto tranquilli: nell'aprile 1822 fu infatti allontanato dall'università di Pisa per motivi politici e proprio allora cominciò a pensare di espatriare in Inghilterra o negli Stati Uniti d'America, paese che esercitò sempre un grande fascino su di lui. Finalmente nel 1824 riuscì a laurearsi.
Gli esordi Dopo la laurea, tornato a Livorno, aprì con T. Barghellini uno studio di avvocato, mentre contemporaneamente portava avanti la sua produzione letteraria con il dramma I Bianchi e i Neri. Nel 1827 uscì il primo dei quattro volumi del romanzo storico La battaglia di Benevento, e nel 1828 gli altri tre: La battaglia di Benevento, storia del secolo XIII (Livorno 1827-28). Acceso sostenitore degli ideali repubblicani, fondò sempre nel 1828 il giornale politico-letterario L'indicatore livornese, che diresse con Carlo Bini fino al 1830 e di cui uscirono 48 numeri; il giornale però, che si poneva nettamente in alternativa ai periodici moderati, come ad esempio Antologia fondato a Firenze dal moderato Viesseux, fu attaccato dai reazionari e soppresso; nel 1830 il Guerrazzi cessò così le pubblicazioni. Sempre in questi anni, la fama raggiunta come scrittore impegnato anche sul piano civile, gli procurò la nomina di accademico della Labronica, il maggior istituto culturale cittadino.
Ebbe poco dopo l'audace idea di pronunciare un elogio a Cosimo Del Fante, ufficiale napoleonico morto nella campagna di Russia: tale discorso fece istruire un processo contro di lui e, oltre alle dimissioni dall'Accademia, venne ordinato che lo scrittore livornese fosse confinato per sei mesi a Montepulciano, dove scrisse il romanzo L'assedio di Firenze; durante l'esilio ricevette la visita dell'amico Bini e di Giuseppe Mazzini.
Il fallimento della congiura del Colletta, ovvero il tentativo di spingere Leopoldo II a concedere nel gennaio del 1831 la costituzione, accrebbe il senso di sconforto del Guerrazzi che, ritornato a Livorno al termine del confino, pensò ancora all'esilio e proprio per questo chiese al governatore di Livorno di concedergli il passaporto. Questa volta fu la diffusione delle idee di Mazzini negli ambienti patriottici livornesi a spingere il Guerrazzi al ripensamento: la sua affiliazione alla Giovine Italia fece di Livorno, con il suo porto aperto alle influenze esterne e alla circolazione delle idee, uno dei più importanti centri di diffusione della Giovine Italia.
Nell'estate 1832 la cospirazione repubblicana provocò la prima repressione: arrestato e condannato ad un mese di carcere, Guerrazzi ne uscì il 21 settembre. Di lì a poco però fu di nuovo arrestato assieme al Bini, perché appartenenti alle due associazioni segrete dei Veri italiani e della Giovane Italia, e spedito nelle carceri del Forte Stella a Portoferraio dove continuò e concluse L'assedio di Firenze e scrisse le Note Autobiografiche, opera quest'ultima in cui trapelano sentimenti antisemiti.Franco Della Peruta, Società e classi popolari nell'Italia dell'800, 2005, p. 79.
Per colpa di tali persecuzioni maturavano ormai nel Guerrazzi scetticismo e malinconia; in più nel 1835 morì il fratello Giovanni Gualberto che gli lasciò in cura i suoi due figli: lo scrittore provvide al loro sostentamento e alla loro educazione. La cura dei nipoti lo tenne così lontano dalle agitazioni politiche che vanno dal 1835 al 1847, anni in cui si dedico soprattutto alla sua attività forense.
Nel 1836 venne stampato per la prima volta a Parigi L'assedio di Firenze sotto lo pseudonimo di Anselmo Gualandi: il romanzo raggiunse un grande successo e fu senz'altro il più celebrato dello scrittore. Il Guerrazzi iniziò così a pensare di guadagnare con le sue opere. Del resto le vicende politiche e i fallimenti dei moti mazziniani lo allontanarono sempre di più dalla politica. Con i suoi libri era nato il romanzo storico risorgimentale in una miscela di patriottismo e di sconforto. Scrisse così Veronica Cybo (1838) e Isabella Orsini (1844).Da Isabella Orsini il poeta Augusto Caroselli trasse il libretto per una tragedia lirica, con identico titolo, musicata da Eugenio Bubali e rappresentata per la prima volta al teatro Comunale di Velletri, per il carnevale del 1871. Velletri, Sartori e Stracca, 1871.
La pressione esercitata dai controlli della polizia e della censura lo tormentava ma non estinse il suo spirito patriottico: nel 1847 quando la situazione politica si sbloccò, Guerrazzi scrisse infatti Memorie pubblicate a Livorno e diffuse con una lettera dedicatoria a Giuseppe Mazzini, libro nel quale narrava se stesso e la sua vita vissuta nell'amore della patria e della letteratura.
Nel 1847-48 Guerrazzi è uno dei suscitatori dei moti livornesi ma sempre a distanza e in modo da apparire ufficialmente estraneoN. Badaloni, Il pensiero politico di Francesco Domenico Guerrazzi, pag. 75.. Tornato ufficialmente sulla scena politica era pronto a sfruttare anche la crisi sociale che travagliava i lavoratori del porto (riduzione dei salari e dell'occupazione) e i tumulti che si verificarono a Livorno fra il dicembre 1847 e il gennaio 1848.
Nel 1847 pubblicò un Discorso al principe e al popolo, in cui chiedeva un regime costituzionale, mentre nel gennaio del 1848 scese in piazza per chiedere un pronto armamento della guardia civica, ponendo il problema della partecipazione del popolo alla guerra contro l'Austria. Si ritrovò però isolato persino dallAlba, il foglio dei democratici, e finì per essere arrestato di nuovo. Liberato dopo due mesi, nell'aprile del 1848 divenne direttore della Gazzetta Livornese.
Dopo l'arresto mise da parte la posizione mazziniana e si fece ancora più prudente, ma sempre con l'idea di battere i moderati. Nel giugno del 1848 incontrò Vincenzo Gioberti e il suo programma, che tuttavia cercò di conciliare con le idee di Mazzini e della Costituente.
Eletto deputato nell'ottobre del 1848, fu poi ministro dell'Interno.
Il triumvirato della Toscana Dopo la sconfitta di Custoza, la capitolazione di Milano e l'armistizio di Salasco, che segnarono il declino di Carlo Alberto di Savoia, in Toscana vi furono gravi conseguenze e un gruppo di commercianti livornesi invitò Francesco Guerrazzi, che si trovava a Firenze, a tornare a Livorno per ristabilire l'ordine. Francesco Guerrazzi aderì, ma il governo di Firenze non riconobbe la sua autorità anzi nominò governatore di Livorno F. Tarantini, che tuttavia non riuscì nemmeno ad entrare in città.
In seguito, il granduca decise di affidare il governo a Giuseppe Montanelli e a Guerrazzi, attribuendo al primo la presidenza, al secondo gli Interni (27 ottobre). All'inizio del 1849 la Toscana subì l'influenza delle vicende romane: sotto la pressione dei democratici, a Firenze si elesse un governo provvisorio formato da Guerrazzi, Montanelli e Giuseppe Mazzoni e fu soprattutto Guerrazzi che si oppose alla fusione con Roma per timore sia della reazione interna sia di quella austriaca o piemontese.
La sconfitta di Novara e l'abdicazione di Carlo Alberto resero poi sempre più difficile la situazione toscana: il 27 marzo, mentre Montanelli era invitato a Parigi in missione diplomatica, Guerrazzi assunse una specie di dittatura e la mantenne per quindici giorni durante i quali cercò di accordarsi con i moderati e con il ministero inglese a Firenze, nel tentativo di richiamare il granduca ed evitare l'invasione austriaca. La sua azione di governo apparve però incerta e ambigua, se non contraddittoria; anche Mazzini cercò quindi di convincerlo alla proclamazione della repubblica e dell'unione della Toscana con Roma, ma Guerrazzi rimase della sua idea. Il 12 aprile 1849 scoppiò così una sommossa popolare e, quando le squadre dei livornesi su cui poggiava il suo potere a Firenze furono assalite e cacciate dalla città, il Municipio di Firenze, retto dai moderati, prese il potere in nome del granduca creando una commissione provvisoria di governo, la quale sciolse l'Assemblea convocata dal Guerrazzi - che, ormai sopraffatto, fu nuovamente imprigionato con l'accusa di lesa maestà. Il primo processo si concluse il 1º luglio del 1853 con la condanna del Guerrazzi a quindici anni di reclusione; dopo un mese la pena gli fu convertita in esilio da scontare in CorsicaAbitò in una casa a Toga, presso Bastia. Nella stessa casa, visse nel primo Novecento il pittore e incisore Guido Colucci.
Durante la sua prigionia nel carcere delle Murate a Firenze, prima della decisione della pena, scrisse lApologia (Firenze, Le Monnier 1851) a cui fece seguire nel 1852 lAppendice: 722 pagine di autodifesa piene di sarcasmo e di polemica contro i moderati e contro il sistema giudiziario toscano. Mentre era in attesa del processo Guerrazzi scrisse anche il romanzo Beatrice Cenci. Storia del sec. XVI (Pisa 1853) sul cui stile effettistico si sarebbe abbattuto il giudizio severo del De Sanctis. Poi arrivò la condanna convertita nell'esilio in Corsica.
L'esilio in Corsica e il ritorno in Italia
Sull'isola trovò ispirazione per nuovi scritti: L'asino. Sogno (Torino 1857); La torre di Nonza; Storia di un Moscone; Pasquale Paoli, ossia La rotta di Pontenuovo. Racconto corso del sec. XVIII (Milano 1860), dedicato a Giuseppe Garibaldi e come i precedenti, ispirato alle lotte di liberazione dei popoli. Nel 1856, volendo rifugiarsi in Piemonte che acconsentiva ad accoglierlo, ebbe problemi con le autorità francesi a lasciare la Corsica. Fuggì prima verso l'isola di Capraia e poi raggiunse Genova dove restò fino al 1862.
Nel 1860, dopo l'annessione della Toscana, fu eletto deputato del collegio di Rocca San Casciano e più volte attaccò la politica di Cavour sulla questione della cessione di Nizza e della Savoia.
Nel 1861 fu eletto deputato anche al Parlamento del Regno d'Italia e fece parte della MassoneriaPatrioti e rivoluzionari massoni sul sito della Gran Loggia d'Italia degli Alam..
Gli ultimi anni Morto Cavour continuò la lotta contro i moderati e rimase deputato fino al 1870, passando dalla parte radicale a quella repubblicana.