Ruvo del Monte (Rùve in dialetto lucano) è un comune italiano di abitanti della provincia di Potenza in Basilicata.

Geografia fisica Il centro abitato è situato a 638 , nel settore nord-occidentale della Basilicata, ai confini con l'Irpinia. Il territorio comunale è ubicato nell'area del Vulture-Melfese, dominata dal profilo del massiccio del monte Vulture (1326 ).

Origini del nome L'origine del nome è stata discussa da due studiosi del posto: l'arciprete Giuseppe Ciampa per il quale:

e Michele Di Napoli che così scrive:

Storia

Dalla Preistoria al Periodo romano Dalla metà degli anni settanta, scavi archeologici hanno portato alla luce più di un centinaio di tombe con i relativi corredi funerari, risalenti al VII-V secolo a.C. Si pensa quindi che l'origine di un primitivo nucleo urbano possa risalire a quel periodo.

I ricchi corredi sono ora custoditi parte nel museo archeologico nazionale del Melfese (presso il Castello federiciano di Melfi), parte nel Museo Civico Archeologico (aperto nel 2000, presso la sede comunale di Ruvo del Monte) che raccoglie i pezzi della collezione "Gugliotta"L'attuale parroco Gerardo Gugliotta che effettuò i primi scavi. Il Museo Civico Archeologico è intitolato invece alla memoria dello scomparso professor Michele Di Napoli, uno dei pionieri, insieme con Don Gerardo Gugliotta, degli scavi archeologici a Ruvo del Monte: furono infatti loro due, con un gruppo di allora giovani studenti, a realizzare da soli le prime scoperte, richiamando l'attenzione della Sovrintendenza ai Beni Archeologici di Basilicata..

Le campagne di scavo regolare durarono, con soluzione di continuità, dal 1978 sino al 1989 e furono condotte dal professor Angelo Bottini, poi divenuto sovrintendente di Roma. Un resoconto dettagliato di quanto rinvenuto a Ruvo del Monte, con foto, descrizioni, disegni e planimetrie, è contenuto negli "Atti dell'Accademia Nazionale Dei Lincei - Notizie Degli Scavi Di Antichità" Serie Ottava - Volume XXXV - 1981 Pagg.183-288.

Prova della successiva presenza romana e cristiana nella zona è data dal ritrovamento di un cippo funerario che reca un'epigrafe latina: "Tito Flavio / secundo / v.a. XXXX / Romania / chypare / coniugi / B.M." (Come il cipero, così Romania [pose] al coniuge Tito Flavio, vissuto, ben meritando, quarant'anni)

Secondo il Cluverio il paese è citato nelle opere di due scrittori latini: in Virgilio e Silio Italico come Rufrae; infatti, nel settimo canto dell'Eneide (v. 739) tra i condottieri che portano aiuto a Turno, vi è un certo Ebalo che, insoddisfatto del piccolo regno concessogli dal padre, aveva conquistato altri popoli e territori: i Serrasti, la pianura del Sarno, Rufre, Batulo, Celemna e AvellaNella nota al v. 740, il curatore scrive: Rufre, Batulo e Clemna saranno egualmente località della Campania, ma ancor più di quelle dell'entroterra sabino di incerta identificazione. Avella, la città delle "mele", è invece il ben noto centro agricolo, propriamente Avella Vecchia, non lontano da Nola. (nota 132, p. 745).:

Silio Italico (Punica, VIII, 566) cita il paese ("[...] et quos aut Rufrae [...]") quando elenca i popoli che si schierarono con Annibale durante la seconda guerra punica.

Oltre a questi due autori, anche Tito Livio riporta:

Secondo il Racioppi, anche qui, Rufrium corrisponderebbe all'attuale Ruvo.

Falsi storici su Ruvo del Monte Nonostante la fortuna che le tesi del Culverio e del Racioppi ebbero nel corso di diversi secoli, non vi sono prove che fanno presumere che la Rufras virgiliana, la Rufrae di Silio Italico e la Rufrum di Tito Livio corrispondono a Ruvo del Monte.

Al contrario, un'attenta lettura filologica e geografica dei passi sopra citato fanno presumere che i tre contesti sono strettamente legato alla regione della Campania felix e, più precisamente, a città Sannitiche che oggi fanno parte dell'attuale provincia di Caserta.

Il Medioevo La prima fonte che attesta l'esistenza del paese risale, però, al 1045 nel Codex Diplomaticus Cavensis (un insieme di testi degli anni tra l'VIII e l'XI secolo conservati nella Badia di Cava de' Tirreni). In un atto del codice, il paese è assunto come linea di confine nella divisione, operata da un cittadino di Melfi, di un certo territorio.

A causa della sua posizione, il paese permetteva il passaggio tra l'interno della Basilicata e la Campania, per cui Ruvo non scomparve mai del tutto.

Fu anche centro episcopale: lo pensa il Cluverio e a conferma di ciò vi è il fatto che su alcuni affreschi, custoditi nei Musei Vaticani, il paese compare con una croce al lato del nome (la croce distinguerebbe i paesi con sede episcopale dagli altri).

Fin dal 1161 Ruvo era sotto la giurisdizione del contado di Conza, retto prima dalle famiglie dei Balvano, dei Del Balzo e poi dai Gesualdo, fino alla seconda metà del Seicento.

A testimonianza del glorioso passato feudale permangono la torre angioina ed i resti delle mura del castello (nella tradizione orale il quartiere “Murati”, che congiunge la parte bassa del paese con quella alta -Cap Ruv-). Nel corso della storia il feudo di Ruvo subì varie invasioni e devastazioni: memorabile e storicamente datate quelle da parte di Luigi d'Ungheria nel 1348 durante la guerra di successione al trono di Napoli e, inoltre, del condottiero Antonio Caldora, capitano di ventura al soldo di Renato d'Angiò, che bruciò il paese nel 1435 per avere sostenuto la causa aragonese.

Dopo esser passato più volte a diversi signori, il paese smise di essere feudo nel 1806 quando Giuseppe Bonaparte abolì il feudalesimo.

Dall'Unità d'Italia ai giorni nostri

Il 10 agosto 1861, il paese fu invaso e saccheggiato da bande di briganti guidate da Crocco e Ninco Nanco. Nel Volume degli atti e processi di valore storico del 1783-1879 conservati nell'Archivio di Stato di Potenza si può leggere:

Con l'aiuto della popolazione, i briganti trucidarono 13 cittadini di Ruvo, tra liberali e ricchi possidenti, e diedero fuoco alle proprietà dei borghesi locali. Ma altrettanto cruenta fu la repressione operata dalle truppe dell'esercito regolare, una volta entrate in paese, per cercare di ristabilire l'ordine. Lo storico Tommaso Pedio narrò che un contingente di 1500 soldati comandati dal maggiore Guardi ordinò una feroce rappresaglia: il borgo fu rastrellato, alcuni civili vennero fucilati e le abitazioni date alle fiamme. Inoltre Guardi minacciò con la violenza alcuni notabili di provvedere al sostentamento delle truppe, il rifiuto veniva punito con l'arresto per manutengolismo e attentato allo Stato.Tommaso Pedio, Archivio storico per la Calabria e la Lucania, 1961, p.135

Come la maggior parte dei paesi del meridione anche Ruvo subì il fenomeno dell'emigrazione verso le Americhe o gli Stati europei e successivamente verso il Nord Italia: oggi Ruvo del Monte è il secondo Comune della Basilicata per tasso di emigrazione.

Tra i Ruvesi emigrati all'estero o in Italia molti si distinsero in vari campi del lavoro, della scienza, dell'arte e della cultura, alcuni addirittura personaggi molto famosi. Ricordiamo qui il pittore ed artista Piero Tozzi, emigrato a New York, che ebbe il merito dell'attribuzione del "San Giovanni Perduto" al suo illustre autore, e cioè Michelangelo Buonarroti, o Salvatore Lombino, meglio noto con gli pseudonimi di Ed McBain o Evan Hunter, con cui ha firmato decine di capolavori della letteratura poliziesca (tra cui la celebre collana 87º Distretto, dalla quale è stata ricavata la popolare serie televisiva) e la sceneggiatura del film di Alfred Hitchcock Gli uccelli.

L'emigrazione a Ruvo del Monte ha anche assunto il colore della tragedia: ci riferiamo al naufragio dell'Andrea Doria, avvenuto nella notte tra il 25 e 26 luglio 1956 presso l'isola-faro di Nantucket, a poche ore dall'arrivo a New York. Dei 46 periti nella tragedia ben 5 erano di Ruvo del Monte: l'intera famiglia Russo (Michele Russo, la moglie Maria Ciampa e le figlie Giovanna e Vincenza, di 12 ed 8 anni rispettivamente), che emigrava definitivamente in America, e Michelina Gabbamonte in Suozzi, che andava a visitare i parenti emigrati.

Ruvo del Monte è stato segnato in maniera rilevante dal disastroso terremoto del 23 novembre 1980, che ha reso inabitabile il 93% del patrimonio abitativo privato, pubblico e di culto: è, infatti, tra i 9 Comuni dichiarati disastrati in seguito all'evento. Ad oggi la ricostruzione è a buon punto, anche se restano ancora alcuni segni del terribile sisma soprattutto nel patrimonio monumentale e storico.

Oggigiorno le poche prospettive di lavoro stabile sono costituite dagli stabilimenti di Vitalba e di san Nicola di Melfi, che hanno marginalmente rallentato il fenomeno emigratorio consentendo ad alcuni giovani di rimanere e di costituire nuovi nuclei familiari, consentendo anche il sorgere di attività commerciali e di servizi di supporto. Di particolare rilievo la produzione di vino locale secondo i metodi tradizionali: la Verdeca e lo "Stringitùr".

Simboli

Stemma Lo stemma adottato dal consiglio comunale è quello tramandato dalla tradizione e descritto da Michele Lacava nel 1884.

Un primo sigillo ufficiale del paese, visibile in un documento del 1783 custodito nell'Archivio di Stato di Potenza, era di forma ovale, con la sola lettera "R" circondata dall'iscrizione "U[niversi]tà di Ruvo di Basilicata". Giuseppe Gattini nel 1910G. Gattini, Delle armi de' comuni della provincia di Basilicata, Matera, tipografia B. Conti, 1910. riteneva che lo stemma corretto fosse d'azzurro, a un monte di tre vette di verde, cimato da un rovo al naturale, considerandolo un'arma parlante che richiamava l'antico toponimo Terra Ruborum o Rufrorum con il significato di "terra dei rovi".G. Ciampa, Ruvo del Monte. Notizie storiche, Foggia, tipografia Casa del Sacro Cuore, 1959. Secondo il Gattini, l'avambraccio con i gigli, presente nello stemma descritto da Lacava, è un'allusione a sant'Antonio.

Gonfalone

Onorificenze

Monumenti e luoghi d'interesse Architetture religiose Chiesa Madre o chiesa parrocchiale di Santa Maria Assunta La sua origine risale intorno all'anno 1000, anche se cominciò ad essere utilizzata come chiesa madre solo intorno al XIV secolo. Il primo documento che riguarda questa chiesa è del 1519, quando l'allora vescovo di Muro Lucano concesse ad una famiglia locale lo jus patronatusLo jus patronatus è un diritto concesso a chi prendeva l'obbligo del mantenimento di un altare, donando offerte o beni di un altare.

Fu distrutta sicuramente dal terremoto del 1694 e fu successivamente ricostruita gli anni successivi. Prova ne è un'iscrizione posta sull'ingresso principale della chiesa e che così recita:

Nonostante fosse stata riedificata dopo il 1698, ancora nel 1729, monsignor Manfredi, dopo la sua visita pastorale, ordinava che si riparasse il tetto, si imbiancassero i muri e si facessero delle chiusure in pietra alle sepolture interne (era, infatti, abitudine seppellire i morti in botole ricavate sotto il pavimento).

L'iscrizione si riferisce anche alla successiva e radicale ristrutturazione fatta nel 1820 per volontà di padre Francesco Saverio Franza (appartenente alla congregazione del Santissimo Redentore, fondata da Sant'Alfonso Maria de Liguori) a causa dell'aumento del numero dei fedeli: fu quasi raddoppiata la capacità dell'edificio, aggiungendo tre arcate, ne furono rifatti il soffitto e la facciata. Sull'ingresso secondario della chiesa è posta un'iscrizione che ricorda tale lavoro:

Un nuovo restauro, però, fu necessario, dopo il terremoto del 1930, quando l'Ufficio del Genio civile fece chiudere l'edificio. L'allora sacerdote don Giuseppe Ciampa, nominato parroco il 16 luglio 1933, dovette affrontare i problemi di quei lavori. Nel suo libro, infatti, così, scriveva: