Pesco Sannita (Pescolamazza fino al 1948, u Pešco in dialetto locale) è un comune italiano di abitanti della provincia di Benevento in Campania.

Geografia fisica Il territorio comunale è sito in collina, sulla sinistra del fiume Tammaro.

La sua escursione altimetrica è pari a 331 metri, con un'altezza minima di 259 m s.l.m. ed una massima di 500 m s.l.m.

Ha una superficie agricola utilizzata pari a ettari (ha) 1574,94, dato riferito al 2000 (fonte Camera di Commercio di Benevento, dati e cifre, maggio 2007).

Storia Origini Il castello di Pesclum, corrispondente all'attuale Pesco Sannita, esisteva già in epoca longobarda. Il suo nome originario, Pesclum o Pescum – termine che indica un grande masso o una rupe – subì nel corso dei secoli numerose trasformazioni: Pesco, Piesco, Lo Pesco, Lo Pesco de la Macza e infine Pescolamazza, fino ad assumere, nel 1947, la denominazione definitiva di Pesco Sannita.

Il borgo conobbe il suo massimo splendore durante la dominazione normanna, sotto la signoria della famiglia della Marra, dalla quale derivò anche la denominazione di Pesco della Marra. In seguito, un errore ortografico di uno scriba poco esperto trasformò il nome in Pescolamazza.

Nella prima metà del XII secolo, precisamente intorno al 1120, Rainolfo, conte di Avellino e di Airola, dopo aver respinto presso Tufo un attacco del conte Giordano contro Landolfo della Greca, contestabile di Benevento, penetrò nella contea di Ariano con l'intento di devastarne alcuni castelli. Giunto però ai confini di Pesclum, allora posseduto da Gerardo della Marra, rinunciò sorprendentemente a proseguire e fece ritorno senza combattere.

Il fatto appare singolare: Rainolfo aveva infatti radunato circa quattrocento cavalieri e numerosi fanti, non per una semplice dimostrazione di forza. È probabile che la solidità delle fortificazioni di Pesclum lo avesse dissuaso dall'assedio. Inoltre, allontanandosi, non devastò né campi né boschi – pratica abituale all'epoca –, segno che l'agro pescolano non avrebbe colpito unicamente interessi normanni. Ciò alimenta il sospetto che il castello fosse una fortezza normanna avanzata in territorio beneventano.

Dopo questo episodio, per oltre un decennio, Pesclum non fu più coinvolto nelle lotte che insanguinarono la contea arianese. Tuttavia, verso la fine del 1132, il nuovo contestabile di Benevento, Rolpotone di Sant'Eustachio, riprese le ostilità contro la catena di castelli normanni che circondava la città. Dopo aver distrutto Farnitum (l'attuale Fragneto l'Abate), egli, insieme a Rainolfo, mosse all'assalto di Pesclum. Anche questa volta, però, la resistenza di Roberto della Marra e la inespugnabilità del castello costrinsero gli assalitori a ritirarsi verso Benevento.

Pesclum rimase così sotto il dominio della famiglia della Marra anche durante le successive dominazioni sveva e angioina. Il cognome de Marcia, attestato tra il 1140 e il 1278, rappresenta infatti soltanto una variante grafica di della Marca, casato che in alcuni manoscritti falconiani compare in luogo di della Marra.

Le successioni feudali dal XV al XIX secolo A partire dai primi decenni del XV secolo e fino all'abolizione della feudalità, avvenuta nei primi anni dell'Ottocento, Pesco rimase quasi sempre unito a Pietrelcina. Già nel 1415 le due terre facevano parte dei possedimenti feudali di Filippo Caracciolo, e nel 1458, dopo la congiura dei Baroni, risultavano ancora riunite sotto Nicola Caracciolo. Alla morte di quest'ultimo, avvenuta nel 1493, i feudi di Pescolamazza e Pietrelcina passarono al figlio primogenito Giovan Battista, che ne ottenne solenne investitura dal re di Francia Carlo VIII con diploma emanato a Napoli l'8 marzo 1495.

Nel 1511, la figlia Dionora portò entrambi i feudi in dote al marito Giovan Tommaso II Carafa, conte di Cerreto, il quale nel 1522 ne cedette le rendite a Carlo Mormile per 9.000 ducati, riservandosi il diritto di riscatto. L'anno successivo, mentre serviva Carlo V a Milano durante la guerra contro il re di Francia, Giovan Tommaso fu ucciso in duello da Fabrizio Maramaldo. Gli succedette il figlio primogenito Diomede III, ancora fanciullo, posto sotto la tutela del nonno Diomede II e, dopo la morte di quest'ultimo, di un non meglio identificato "priore di Napoli". In giovane età sposò Roberta Carafa, che assunse anche la sua tutela.

Nel 1537, con il consenso della moglie, Diomede III decise di alienare definitivamente i feudi di Pesco e Pietrelcina, cedendo per 5.000 ducati il diritto di riscatto a Bartolomeo Camerario (1497-1564). Quest'ultimo, nel 1550, rivendette i due feudi a Lucrezia Pignatelli, moglie di Giovan Vincenzo Caracciolo. Dopo la morte di quest'ultimo, la successione passò al figlio Marcello, che pagò il relevio (tassa di successione) il 19 ottobre 1564.

Nel 1569, Filippo II di Spagna insignì Marcello del titolo di marchese di Casalbore. Alla sua morte, avvenuta nell'agosto 1585, gli succedette il primogenito Giovan Vincenzo II, che ereditò il titolo e i possedimenti di Casalbore, Ginestra degli Schiavoni, Pietrelcina, Pescolamazza, Torre di Pagliara, Saggiano e altri territori nei pressi di Montesarchio.

Nel 1603, Giovan Vincenzo II cedette le terre di Pescolamazza e Pietrelcina al fratello Francesco per 50.602 ducati, con patto di ricompra. Tuttavia, nel 1614, a causa dei debiti del marchese di Casalbore, il Sacro Regio Consiglio assegnò i due feudi, per 46.200 ducati, a Giovanni d'Aquino, che nel luglio 1623 ottenne il titolo di principe di Pietrelcina.

Alla morte di Giovanni, il 4 marzo 1632, subentrò il primogenito Cesare, il quale, con assenso regio del 9 febbraio 1661, diede in pegno al fratello Francesco la terra di Pescolamazza per 11.000 ducati. Cesare fu assassinato il 27 febbraio 1668, a soli quarantatré anni, e l'8 marzo 1669 la figlia Antonia fu dichiarata erede dei suoi beni feudali. Tuttavia, nel 1676, il Sacro Regio Consiglio assegnò Pietrelcina a Girolamo, fratello di Cesare. Dopo la morte di Francesco e Girolamo d'Aquino, Pescolamazza e Pietrelcina tornarono alla nipote Antonia, insieme al feudo di Monteleone, che Girolamo aveva nel frattempo acquistato da Giacomo II de Brier.

Alla morte di Antonia, avvenuta senza eredi il 6 settembre 1717, il titolo passò, nel 1724, al duca di San Teodoro, Ferdinando Venato, suo parente di quarto grado, che versò al fisco 20.200 ducati per ottenere l'investitura. Pochi mesi dopo, il 30 aprile 1725, il duca vendette i tre feudi – Pescolamazza, Pietrelcina e Monteleone – per 75.000 ducati a Francesco Carafa, il quale, con diploma emanato da Vienna il 17 novembre 1725, ricevette dall'imperatore Carlo VI d'Austria il titolo di principe di Pietrelcina.

Francesco Carafa morì il 9 gennaio 1768, ma solo il 20 novembre 1772 la Gran Corte della Vicaria dichiarò erede dei suoi beni feudali Pietro Maria Firrau, principe di Luzzi. Alla morte di quest'ultimo, avvenuta il 24 novembre 1776, subentrò il figlio Tommaso Maria (decreto del 21 gennaio 1777). Nel 1779 entrò infine in possesso dei beni feudali Luigi Carafa di Milizia della Stadera, alla cui morte succedette Francesco Carafa, conte di Policastro e duca di Forlì, ultimo barone di Pesco.

Rapporto con Monteleone Monteleone, di antica origine longobarda, è oggi una frazione di Pesco Sannita. Fino all'unione con questo feudo, avvenuta durante il dominio di Antonia d'Aquino, mantenne però una propria autonomia.

Secondo alcuni documenti medievali, il castello di Monteleone avrebbe dovuto essere annesso al territorio di Benevento, al fine di rafforzarne i confini. Tuttavia, già nel 1269 risultava inserito nel Regno angioino. In quel periodo il borgo contava non più di venti famiglie e, dopo alcuni passaggi di proprietà, tornò infine nelle mani del suo legittimo proprietario, Alferio.

Per diversi secoli le fonti tacciono sul destino di Monteleone, che nel frattempo si spopolò completamente. Solo nella seconda metà del Quattrocento se ne ritrovano nuove attestazioni, quando il feudo fu acquistato da Marcantonio Calenda, la cui famiglia ne conservò il possesso fino al 1616, anno in cui passò a Giovan Geronimo Nani, nobile originario di Savona.

Nel corso della prima metà del Seicento, il feudo con tutte le sue pertinenze entrò in possesso di Giovanni de Brier, e successivamente del nipote Giacomo II, che lo cedette a Girolamo d'Aquino. Alla morte di Francesco e Girolamo d'Aquino, Monteleone venne infine riunito ai feudi di Pescolamazza e Pietrelcina sotto l'eredità di Antonia d'Aquino, loro nipote ed erede universale.

La popolazione dal XVI al XVIII secolo Alla fine del XVI secolo iniziano a comparire le prime notizie relative direttamente alla popolazione di Pesco e alle sue condizioni di vita. Una pergamena datata 1577 conserva, ad esempio, un ampio elenco di cittadini che consente di risalire alle origini di numerose famiglie locali e di seguire l'evoluzione grafica dei principali cognomi pescolani.

Agli inizi del Seicento, l'aggravio della pressione fiscale portò la comunità a un forte indebitamento, tanto da costringerla a vendere al barone del tempo, Giovanni d'Aquino, i due forni pubblici (detti del Castello e della Valle) e la taverna del paese. Da questa vendita ebbe origine una lunga controversia giudiziaria che si protrasse fino ai primi anni dell'Ottocento.

La metà del XVII secolo fu segnata dal flagello della peste del 1656, che colpì duramente la popolazione. L'anno successivo, il 20 ottobre 1657, quando il nuovo parroco don Domenico Palumbo prese possesso della chiesa, gli abitanti di Pesco erano ridotti a sole 230 anime.

Tra il 1743 e il 1746, il territorio di Pesco fu sottoposto alla giurisdizione del Regio Consolato di Commercio di Ariano, all'interno della provincia di Principato Ultra.

Nella parte centrale del XVIII secolo, la popolazione era risalita a circa mille abitanti, ma il livello di analfabetismo restava molto elevato: circa l'80% tra gli uomini (fatta eccezione per la categoria dei sarti) e il 100% tra le donne. Nonostante il sistematico sfruttamento feudale, il tenore di vita dei pescolani, in rapporto al contesto dell'epoca, era divenuto relativamente accettabile, e tali condizioni favorevoli si mantennero a lungo. Verso la fine del secolo, infatti, la popolazione aveva raggiunto le 1.636 unità.

L'Ottocento Dopo la rivoluzione napoletana del 1799, i rapporti già tesi tra il feudatario e il popolo di Pescolamazza si deteriorarono ulteriormente. Il barone dell'epoca, Luigi Carafa, nel tentativo di rinsaldare la propria immagine e di mantenere il consenso, cercò di far leva sul sentimento religioso. Nel 1801 ottenne il rinnovo dell'indulgenza plenaria per la cappella del SS. Rosario e, poco dopo, dal Papa stesso, l'autorizzazione a istituire la Via Crucis nella chiesa del SS. Salvatore. Nel 1802, infine, donò al popolo il corpo di Santa Reparata martire, ricevuto a Roma dalle mani del cardinale Benedetto Fenaja.

Malgrado questi gesti di apparente devozione, la frattura tra comunità e feudatario divenne insanabile subito dopo l'emanazione del decreto di Giuseppe Bonaparte che aboliva la feudalità. Il Comune di Pescolamazza, assistito dall'avvocato Antonio Vitale, citò in giudizio davanti alla Commissione feudale il successore di Luigi, Francesco Carafa, conte di Policastro e duca di Forlì. Tra le contestazioni mosse al Carafa figuravano l'esazione indebita di 110 ducati annui sui forni Castello e Valle, di 30 ducati per erbaggio, nonché di vari censi in denaro e natura privi dei necessari strumenti giuridici. Gli si imputava inoltre la pretesa del cosiddetto "terraggio" su tutto il territorio comunale, compresi i fondi di proprietà privata.

Il comune vinse la causa quasi integralmente, ad eccezione del punto riguardante i 110 ducati annui sui forni, somma ritenuta legittima in quanto corrispettivo degli interessi su un prestito di 2.200 ducati concesso nel 1617 all'università di Pescolamazza da Giovanni d'Aquino.