Il Ponte è una «rivista di politica economia e cultura», come recita il suo attuale sottotitolo, pubblicata a Firenze, fondata da Piero Calamandrei e oggi diretta da Marcello Rossi.
Il Ponte di Piero Calamandrei
Il primo numero usciva nell’aprile 1945 per i tipi della casa editrice Le Monnier di Firenze. Il frontespizio portava allora “rivista mensile” senz’altra specificazione. Nel 1946 la rivista diviene “rivista di politica e letteratura”, secondo quegli intenti che Piero Calamandrei aveva annunciato all’amico Pietro Pancrazi in una lettera del 5 dicembre 1945 («[la letteratura deve riacquistare] la dignità di un lavoro fatto sul serio, di una sofferenza dentro l’umanità, non di un sollazzo ozioso alla barba dell’umanità che soffre»). Una rivista, nelle prime intenzioni del suo fondatore, sul tipo della «Nuova Antologia»P. Calamandrei a P. Pancrazi, 4 dicembre 1944, in Lettere, Firenze, La Nuova Italia, 1968. «ma più viva, più rivoluzionaria»P. Calamandrei a P. Pancrazi, 28 settembre 1947, in op. cit., in cui la letteratura sarebbe stata necessaria sia a vedere «l’uomo nella sua interezza senza compartimenti stagni nella vita dello spirito», sia ad acquisire «una sua forza di penetrazione in certi ceti, dove certe idee politiche si possono far penetrare solo se presentate con un certo garbo letterario»P. Calamandrei a G. Agosti, 28 settembre 1947, in op. cit.. Letteratura al servizio della politica e rivolta a quella borghesia intellettuale che, sensibile a un rinnovamento morale e civile dell’Italia, era di cultura umanistica più che scientifica. E tuttavia, pur con questa visione della letteratura, pur con la sua formazione da giurista di stampo strettamente umanistico, Calamandrei introduce nella redazione, fin dal primo numero, l’economista Alberto Bertolino, che vi resterà per due anni, accanto a Vittore Branca, Enzo Enriques Agnoletti e Corrado Tumiati che inizialmente funge da segretario. La collaborazione tra Calamandrei, Enriques Agnoletti e Tumiati all'epoca era stata cimentata anche da altre iniziative, quali la fondazione, il 27 gennaio a Firenze, dell'Associazione Federalisti Europei.
Calamandrei si rende conto dell’importanza dell’economia in una rivista siffatta, e questo è un aspetto che distingue la nuova testata dalle altre riviste di “varia umanità”. L’economia è ancora materia per specialisti, considerata non essenziale dall’uomo di cultura di stampo umanistico a cui pure Calamandrei intendeva rivolgersi. Siamo quindi di fronte a una visione nuova dell’economia e della funzione che questa deve avere in una società che, uscendo dalla dittatura fascista, secondo le speranze del fondatore del «Ponte», deve rinnovarsi completamente, intellettualmente e politicamente. Ecco come lo stesso Calamandrei (a firma Il Ponte) presentava la rivista nell’editoriale del primo numero: «Il nostro programma è già tutto nel titolo e nell’emblema della copertina: un ponte crollato, e tra i due tronconi delle pile rimaste in piedi una trave lanciata attraverso, per permettere agli uomini che vanno al lavoro di ricominciare a passare». Dunque un ponte distrutto dalla guerra, ma che riacquista la sua funzionalità per mezzo di una trave che permette alla vita civile di riprendere il suo corso normale. Un titolo altamente simbolico, allora (anche se – come sostiene Norberto Bobbio – l’idea del ponte deriva a Calamandrei «dalla pena per i ponti di Firenze distrutti dai tedeschi in fuga»N. Bobbio, Ancora quel ponte, «Il Ponte», n. 4, aprile 1975. o se, come documenta Alessandro Galante Garrone, il titolo era stato scelto da TumiatiA. Galante Garrone, Calamandrei, Milano, Garzanti, 1987, p. 241.), unito a un emblema che faceva del lavoro manuale – l’uomo che attraversa il ponte porta sulle spalle un badile – il centro di attenzione dell’osservatore.
L’omino che torna ad attraversare il ponte è, secondo le parole stesse di Calamandrei, la ricostruzione dell’«unità morale dopo un periodo di profonda crisi [...] di disgregazione delle coscienze, che ha portato a far considerare le attività spirituali, invece che come riflesso di un’unica ispirazione morale, come valori isolati e spesso contraddittori, in una scissione sempre più profonda tra l’intelletto e il sentimento, tra il dovere e l’utilità, tra il pensiero e l’azione, tra le parole e i fatti»«Il Ponte», n. 1, aprile 1945.. Si fa viva, in questa esigenza di unità dell’attività umana, quell’ispirazione mazziniana che fu una componente costante di Calamandrei. Un mazzinianesimo sui generis, non retorico, rivisitato attraverso l’esperienza dolorosa del fascismo e la durezza della lotta partigiana, che prendeva corpo anche nel partito di cui allora Calamandrei era un esponente, il Partito d'Azione. Questa istanza mazziniana vuole fare i conti con le posizioni crociane, se è vero che è importante «ristabilire nel campo dello spirito, al disopra della voragine scavata dal fascismo, quella continuità tra il passato e l’avvenire che porterà l’Italia a riprendere la sua collaborazione al progresso del mondo». Ma a questo non ci si può fermare, perché con la Resistenza il popolo lavoratore ha preso coscienza del proprio ruolo nella realizzazione della nuova Italia. Ecco allora che l’omino con il badile che attraversa il ponte acquista un significato denso di novità, anche rispetto alla vecchia classe dirigente prefascista che non può pretendere di riprendere il discorso da dove lo aveva interrotto con una serie di colpevoli connivenze che avevano determinato la presa del potere da parte del fascismo.
La nuova unità che si vuole realizzare tra il popolo dei lavoratori manuali e quello degli intellettuali dovrà «ricostruire in tutti i campi la fede nell’uomo, questo senso operoso di fraterna solidarietà umana per cui ciascuno sente rispecchiata nella sua libertà e nella sua dignità la libertà e la dignità di tutti gli altri». E infatti «non è la storia che fa la fede, ma è la fede che fa la storia: e se le convinzioni morali contano solo in quanto servono ad impegnare la vita, a dirigere e a promuovere atti in coerenza con esse, gli atti contano solo in quanto sono espressione e testimonianza di convinzione morale sentita come regola di vita».
Calamandrei e Croce
Né lo facevano desistere da questa convinzione le argomentazioni filosofiche che tra il ’42 e il ’43 Benedetto Croce aveva avanzato su «La Critica» contro il liberalsocialismo (che fu componente culturale importante del Partito d’Azione), tanto che proprio nel «Ponte» dell’agosto 1945 Calamandrei ospitava la risposta di Guido Calogero a Croce (L’ircocervo, ovvero le due libertà) in cui Calogero faceva notare che «quando si parla di liberalismo nel senso di amore della libertà quale ideale etico, questo liberalismo non ha nessuno, assolutamente nessuno, specifico significato nel campo politico [...] mentre, quando si parla di liberalismo nel senso di specifica fede politica [...] questo secondo liberalismo deve per forza, fin dal primo momento della sua concreta formulazione, contaminarsi di empiricità. [...] E allora, niente vieta a questo liberalismo pieno [...] di concretarsi tanto in un contenuto che si riferisca piuttosto ai vari aspetti della prassi costituzionale del vecchio liberalismo e della sua pratica attuazione dei classici diritti di libertà, quanto in un diverso contenuto, che invece si riferisce piuttosto a tutto ciò che complessivamente si suol comprendere sotto la designazione di problema sociale»G. Calogero, L'ircocervo, ovvero le due libertà, «Il Ponte», n. 5, agosto 1945, p. 385..
Se si pensa a che cosa ha rappresentato Croce per questi intellettuali antifascisti durante il ventennio fascista («Egli era stato per venti anni la testimonianza vivente della libertà invincibile. Vent’anni di avvilimento e di silenzio; ma Croce era vivo, e questo era bastato perché l’Italia fosse presente nel mondo», scrive Calamandrei nel DiarioCfr. P. Calamandrei, Diario, vol. I: 1939-1941; vol. II: 1942-1945, Firenze, La Nuova Italia, 1982; ora Roma, Edizioni di Storia e Letteratura, 2015.), il distacco non può essere stato indolore. Nella primavera del 1940 Croce è a cena in casa Calamandrei e Piero riporta nel diario i passi salienti della conversazione che si è tenuta a tavola: «L’errore del liberalismo, ha detto [Croce], è quello di aver creduto nel progresso rettilineo e nella impossibilità di questi ritorni verso la barbarie, verso l’animalità, che pure si verificano nella storia, la quale progredisce a spirale». Era una puntura ricostituente per il morale di Calamandrei che ha ancora fiducia nell’analisi crociana. Se la storia progredisce a spirale, allora la dittatura cadrà e il liberalismo tornerà a risplendere di luce ancora più luminosa.
Circa un anno più tardi, Croce è ancora a pranzo in casa Calamandrei. Si discute della sorte che sarà riservata all’Italia e alla Germania dopo la sconfitta e il filosofo napoletano si lascia andare a considerazioni di carattere storicistico secondo le quali gli Alleati non dovranno tenere con le nazioni sconfitte atteggiamenti di superiorità e di castigo. Il totalitarismo è anche una loro colpa. Se la Germania fosse stata trattata in altro modo a Versailles e se nei momenti decisivi si fosse difesa con altri mezzi la libertà, ora non saremmo alla guerra. Sono argomentazioni, queste, che non convincono del tutto Calamandrei che non è tanto interessato a sistemare razionalmente la storia passata quanto a trovare una soluzione per il futuro. «Ora non è il caso di fare il processo al passato: si tratta di vedere se per la civiltà e per l’Italia sia più augurabile la vittoria dei selvaggi, o quella dei liberali sdegnosi, i quali in ogni modo in questo momento sanno nobilmente scontare la loro inerzia passata». L’olimpica serenità di Croce che, razionalizzando, tutto sistema ma rischia anche di tutto giustificare, non gli basta più.
Il 3 agosto 1942 dà corpo, nel Diario, ai suoi dubbi con questa annotazione: «Croce ha scritto sulla “Critica” una noterella contro coloro che vogliono trasformare il mondo con programmi di perfezione, e non si accorgono che in ogni cosa umana c’è il bene e il male commisto. Tutto questo porta all’indifferentismo politico, anzi al collaborazionismo: è ingenuo rovesciare il fascismo e il nazismo, perché quello che verrà sarà lo stesso. (Bel modo di ragionare politico! Anche Mazzini, anche Cristo rientrano in questa categoria di “moralisti” che Croce investe e biasima). In realtà nello “storicismo” c’è qualcosa che non va: Croce rimane l’amico della Germania del 1914, il “neutralista” e l’ammiratore di M[ussolini], che fu favorevole al fascismo fino al 3 gennaio . La sua teoria era allora che i monumenti si costruiscono anche col fango». Sembrerebbe una rottura completa con il padre dello storicismo italiano, in realtà è uno sfogo accorato per un attacco al liberalsocialismo che Calamandrei riteneva immotivato e immeritato. E tuttavia vengono alla luce una serie di incomprensioni, di fraintendimenti dall’una e dall’altra parte, con una loro radice politica che più tardi avrebbe preso una direzione precisa. Più che a Croce, Calamandrei si sentiva ormai legato a quel gruppo che con Aldo Capitini, Walter Binni, Guido Calogero, Carlo Ludovico Ragghianti, stava dando vita a un’esperienza di socialismo rinnovato. E questo primo distacco da Croce significava anche il distacco, sul piano del liberalsocialismo, dal liberalismo quale forza politica organizzata.