La baronia di Aliminusa (nelle fonti storiche anche Alminusa; attestata nel XIV secolo come Rachalminusa e nel XV secolo come Larminusa) fu un possedimento feudale del Regno di Sicilia, corrispondente in parte al territorio dell'odierno comune di Aliminusa, nella valle del fiume Torto.

Le origini documentate del possedimento risalgono al XIV secolo, quando il casale di Rachalminusa, appartenuto alla famiglia Fisaula, fu acquistato da Matteo Sclafani ed entrò nel patrimonio connesso alla contea di Sclafani. Nel XV secolo il feudo è attestato con il nome di Larminusa nell'ambito delle vicende patrimoniali dei Luna; dal XVI secolo la sua successione è documentata con maggiore continuità attraverso le investiture feudali. Nel 1625 Antonio d'Aragona Moncada vendette Aliminusa a Gregorio Bruno, che nel 1635 ottenne la licentia populandi per un centro abitato denominato Sant'Anna. Dopo i Bruno, la baronia appartenne ai Cutelli, al Seminario dei Nobili di Catania, ai Paternò Castello e ai Recupero; nel 1796 fu acquistata da Emanuele Milone.

Con l'abolizione della feudalità in Sicilia nel 1812 vennero meno le prerogative giurisdizionali connesse al possesso feudale. Il titolo nobiliare di barone di Aliminusa continuò successivamente a essere considerato nell'ordinamento nobiliare e fu riconosciuto dal Regno d'Italia nel 1927. Con l'entrata in vigore della Costituzione della Repubblica Italiana nel 1948 venne meno il riconoscimento statale dei titoli nobiliari.

Storia

Origini medievali e contea di Sclafani Il casale di Rachalminusa è documentato nel XIV secolo. Secondo il Repertorio della feudalità siciliana di Antonino Marrone, Gualtiero Fisaula possedeva il feudo di Rachalminusa. Il figlio Giovanni, quale erede del padre, lo vendette in data anteriore al 1333 per 550 onze a Matteo Sclafani, con atto rogato dal notaio Giovanni di Siracusia.

Nel testamento del 1333 Rachalminusa figura tra i beni feudali elencati da Matteo Sclafani, insieme, tra gli altri, al castello e alla terra di Sclafani, a Ciminna e al casale di Chiusa.

Alla morte di Matteo Sclafani, nel 1354, la successione del suo vasto patrimonio fu oggetto di una complessa vicenda dinastica. Margherita aveva sposato Guglielmo Raimondo Moncada, mentre Luisa aveva sposato Guglielmo Peralta; nell'ultimo testamento del 1354 Matteo designò come eredi i figli di Luisa, Guglielmo e Matteo. Per il periodo successivo, le fonti consultate non permettono di seguire con continuità i possessori del singolo casale.

Nel XV secolo la contea passò attraverso ulteriori vicende dinastiche. Beatrice Rosso Spadafora, contessa di Sclafani e signora di Caltavuturo, sposò dapprima Carlo de Luna e successivamente, dopo l'annullamento del primo matrimonio, il fratello di questi Sigismondo I de Luna.

I Luna e le alienazioni del feudo Nel XV secolo il feudo è attestato con la forma Larminusa. Nel marzo 1479 Sigismondo I de Luna e la moglie Beatrice ottennero dalla Corona la licenza di vendere e alienare, con condizione di riacquisto, il feudo di Larminusa nel territorio di Sclafani.

Per il XVI secolo la successione del feudo è documentata con maggiore continuità. Francesco San Martino De Spucches riferisce che nel 1532 Giovanni Vincenzo Luna Rosso e Spadafora, conte di Sclafani, vendette Aliminusa con patto di riscatto a Giovanni Bartolo La Farina, signore di San Basile, che ne prese investitura l'8 ottobre dello stesso anno.

Il 7 giugno 1550 Pietro de Luna, conte di Sclafani, riacquistò il feudo da La Farina e ne prese investitura. Gli succedette il figlio Giovanni de Luna, investito nel 1576; morto senza figli, gli succedette la sorellastra Aloisia de Luna, investita nel 1592 e nuovamente nel 1600 in occasione del passaggio della Corona da Filippo II a Filippo III.

Alla morte di Aloisia la successione passò al nipote Antonio d'Aragona Moncada, investito di Aliminusa il 18 novembre 1621. Questi vendette il 15 marzo 1625 «la Baronia, il feudo e la terra di Aliminusa» a Gregorio Bruno, con atto rogato dal notaio Vincenzo Guarino di Palermo.

I Bruno e la fondazione di Sant'Anna Gregorio Bruno non prese investitura del feudo, ma durante il suo possesso ebbe inizio il processo di popolamento che condusse alla formazione dell'attuale centro abitato. Il repertorio archivistico delle licentiae populandi registra per «S. Anna poi Aliminusa» una concessione a Gregorio Bruno in data 26 novembre 1635, nel fondo del Protonotaro del Regno, vol. 562, f. 241. De Spucches riporta invece la data del 22 novembre dello stesso anno e precisa che il nuovo abitato avrebbe dovuto assumere il nome di Sant'Anna.

La concessione attribuiva inoltre al feudatario la possibilità di percepire nel nuovo centro le gabelle e i diritti normalmente spettanti ai possessori di vassallaggi. Lo sviluppo del borgo si inserì nel più ampio fenomeno delle nuove fondazioni feudali siciliane dell'età moderna.

A Gregorio Bruno subentrò il figlio Giuseppe Bruno, che non prese investitura. Il 23 aprile 1652 questi vendette il feudo e la terra di Aliminusa a Mario Cutelli, mediante atto rogato dal notaio Pietro Cardona di Palermo.

I Cutelli e il fedecommesso Mario Cutelli, giurista catanese e conte di Villarosata, non prese personalmente investitura di Aliminusa. Con testamento del 7 settembre 1654 sottopose tuttavia i propri beni a un fedecommesso agnatizio maschile primogeniale: in mancanza di maschi ammetteva alla successione le donne, mentre, in caso di estinzione della linea prevista dal fedecommesso, destinava il patrimonio al Seminario dei Nobili di Catania, istituzione dalla quale ebbe origine il successivo Convitto nazionale Mario Cutelli.

Il figlio Ferdinando Cutelli prese investitura della baronia, del feudo e della terra di Aliminusa l'11 maggio 1656. La documentazione archivistica conserva inoltre una successiva investitura del 29 agosto 1666, in occasione del passaggio della Corona da Filippo IV a Carlo II.Soprintendenza Archivistica della Sicilia - Archivio di Stato di Palermo, Pergamene varie, investitura di Ferdinando Cutelli della baronia di Aliminusa, 29 agosto 1666.

Antonio Cutelli fu investito della baronia nel 1698. Il figlio naturale Giovanni, legittimato mediante privilegio del 30 ottobre 1711, ne prese investitura nel 1712. Antonio morì senza figli legittimi nel 1747 e Giovanni senza discendenza nel 1749.

De Spucches registra un atto dell'11 novembre 1748, rogato dal notaio Baldassare Fontana di Palermo, relativo al passaggio della baronia al Seminario dei Nobili di Catania.

Dal Seminario dei Nobili ai Recupero Il vescovo di Catania Pietro Galletti, quale rappresentante del Seminario dei Nobili, concesse il feudo di Aliminusa in enfiteusi a Ignazio Paternò Castello, principe di Biscari. Il contratto enfiteutico fu stipulato il 27 luglio 1749 dal notaio Vincenzo Arcidiacono di Catania; Paternò Castello prese investitura il 24 gennaio 1750.

Paternò Castello cedette successivamente Aliminusa a Girolamo Recupero Bonaccorsi di Catania, investito nel 1766. Alla morte di Girolamo, avvenuta il 2 giugno 1767, gli succedette il nipote Alessandro Recupero e Zappalà, investito nel 1768.

La baronia passò successivamente al fratello Giuseppe Recupero e Zappalà. Un atto di escorporazione in suo favore fu pronunciato dalla Gran Corte, sede criminale, il 29 novembre 1773 e confermato dal Tribunale del Regio Patrimonio l'11 gennaio 1774; Giuseppe Recupero prese investitura il 15 settembre dello stesso anno.

I Milone e la fine della feudalità Nel 1796 Emanuele Milone acquistò la baronia e la terra di Aliminusa da Giuseppe Recupero e Zappalà. La vendita, munita di verbo regio, fu stipulata l'11 giugno 1796 dal notaio Giuseppe Abbate e La Mantia di Palermo; Emanuele Milone prese investitura il 9 agosto 1796.

De Spucches indica inoltre Emanuele Milone tra i baroni presenti nel ruolo dei Pari del Regno relativo al Parlamento siciliano del 1812, con la qualifica di «Barone di Aliminusa».

La Costituzione siciliana del 1812 abolì il sistema feudale e le giurisdizioni baronali, determinando la trasformazione dei feudi in proprietà soggette al nuovo ordinamento civile.

A Emanuele succedette il figlio Angelo Milone Assenzio, che il 6 gennaio 1813 risulta investito di Aliminusa. De Spucches registra nella stessa occasione anche l'investitura di Mendolazza. La registrazione si colloca quindi nella fase immediatamente successiva alla soppressione dell'ordinamento feudale.

I repertori dell'Archivio di Stato di Palermo mostrano che Aliminusa e Mendolazza costituivano due beni distinti: il processo d'investitura n. 11043 riguarda 93 salme del feudo di Mendolazza, nel territorio di Caccamo, mentre il processo n. 11044 riguarda la baronia e terra di Aliminusa.Soprintendenza Archivistica della Sicilia - Archivio di Stato di Palermo, Protonotaro del Regno. Repertorio dei processi d'investitura, processi nn. 11043-11044.

Il titolo nobiliare dopo l'abolizione della feudalità Venuta meno la funzione territoriale e giurisdizionale della baronia, il titolo continuò a essere considerato nell'ambito dell'ordinamento nobiliare.

Nel 1926 la Consulta araldica esaminò la successione relativa ai titoli della famiglia Milone. Nel voto del 7 dicembre 1926 il Commissario del Re riferì che Luigi Milone di Angelo era stato ritenuto avente diritto a succedere nei titoli di barone di Aliminusa e signore di Mendolazza e propose che, non avendo questi figli, potesse cedere mediante anticipata successione il titolo di barone di Aliminusa al nipote Angelo Milone di Salvatore. Nell'adunanza del 9 dicembre 1926 la Consulta deliberò favorevolmente sulla proposta.Archivio Centrale dello Stato, Consulta Araldica, Famiglie, fasc. 5443, «Milone Angelo e Luigi», voto del Commissario del Re del 7 dicembre 1926 e deliberazione della Consulta Araldica del 9 dicembre 1926.

Con decreto del Capo del Governo del 13 gennaio 1927 furono riconosciuti a Luigi Milone di Angelo i titoli di barone di Aliminusa e signore di Mendolazza. Nella stessa data il titolo di barone di Aliminusa fu riconosciuto, per anticipata successione e refuta dello zio Luigi, al nipote Angelo Milone di Salvatore.Archivio Centrale dello Stato, Consulta Araldica, Famiglie, fasc. 5443, «Milone Angelo e Luigi», decreto del Capo del Governo del 13 gennaio 1927.

Con l'entrata in vigore della Costituzione repubblicana, il 1º gennaio 1948, venne meno il riconoscimento statale dei titoli nobiliari: la XIV disposizione transitoria e finale della Costituzione stabilisce che «I titoli nobiliari non sono riconosciuti».

Passaggi e investiture documentati La tabella raccoglie i principali atti riferiti direttamente a Rachalminusa, Larminusa o Aliminusa; non costituisce una successione completa dei possessori.