Questa pagina contiene un'analisi critica delle opere di Andrea Zanzotto.

Le raccolte di versi 1951 - Dietro il paesaggio Con le poesie scritte tra il 1940 e il 1948, che verranno pubblicate da Mondadori nel 1951 in raccolta con il titolo Dietro il paesaggio , Andrea Zanzotto concorre a Milano, nel 1950, al premio San Babila per la sezione inediti iniziando così a farsi conoscere dall'ambiente letterario del momento. La giuria era composta da Giuseppe Ungaretti, Eugenio Montale, Salvatore Quasimodo, Leonardo Sinisgalli, Vittorio Sereni.

Questa prima raccolta poetica, come scrive Giulio Ferroni,. "[...] mostra una precisa continuità con la tradizione della lirica novecentesca, con forme e schemi del linguaggio dell'ermetismo: come nella poesia ermetica, si attraversano qui paesaggi naturali, reali e fittizi, scoprendo sottili sfumature e segrete risonanze." Il titolo, sempre significativo nella poesia di Zanzotto, mostra appunto un paesaggio dove "l'io si muove scisso e sottratto a sé stesso [...]" e nel quale l'autore "vi cerca una protezione, un rifugio materno e infantile: ma non trova un'immediata e felice identificazione, si limita piuttosto a guardarlo da «dietro», da una prospettiva laterale, in una visione che s'allontana:

«Qui non resta che cingersi intorno il paesaggioqui volgere le spalle». Struttura e tematiche Il paesaggio dunque, come scrive Giuliana Nuvoli si presenta "[...] come alter ego dello scrittore, metalinguaggio, limite spaziale, riferimento costante e controprova della sua esistenza: quel brano di vallata del Piave e il Montello - il paesaggio, appunto - sarà l'unica cosa a durare nella disgregazione ineluttabile delle cose. E si fanno, qui, già precisi i nomi: Lorna, Dolle, Soligo; ed a loro, con fedeltà patetica e talvolta allucinata, resterà sempre attaccato Zanzotto, per una verifica che si possa dare come probabilmente vera."

La raccolta è divisa in tre sezioni - Atollo, Sponda al sole, Dietro il paesaggio.

Dopo una visione d'insieme e poco precisa del paesaggio in Atollo, i suoi contorni diventano più precisi, più nitidi e puntuali in Sponda al sole per arrivare a una simbolica rappresentazione degli elementi naturali nel loro umanizzarsi nell'ultima sezione Dietro il paesaggio.

In esso, come visione di poesia e di indagine, vi sono le più diverse annotazioni di eventi, persone e cose. L'unico che resiste alla mutazione della trascrizione poetica è il paesaggio dal quale bisogna partire per ogni racconto dell'esistenza e ad esso ritornare, per non perdersi nel disfacimento dell'esistenza.

Atollo

In Atollo varie sono le tematiche, ma su tutte domina quella della solitudine, una solitudine di stampo leopardiano che genera angoscia e alla quale come unico sollievo è data la natura. Una natura non ancora divenuta paesaggio anche se di questo possiede già una certa solidità.

Sponda al sole

In Sponda al sole la consapevolezza delle cose si tramuta in una grande gioia di esistere. Vi è in queste liriche, come nelle altre non frequenti d'amore di Zanzotto, un'insolita solarità d'immagini e l'amore nasce da questa corrispondenza con un paesaggio che è divenuto persona per cancellare, con la sua tangibilità consolatoria, le ansie e le angosce.

Dietro il paesaggio

Nella terza sezione, Dietro il paesaggio, il rapporto con il paesaggio non è più di amore ma si va riempiendo di tristezza e l'ego non coincide più con l'oggetto amato e amante e tutto diventa precario, dove questo aggettivo è da intendersi non tanto rivolto al paesaggio, ma al modo nuovo di porsi di fronte ad esso.

Vi è in essa la coscienza di una solitudine nuova e nella lirica che chiude la raccolta, Nella valle, la parola valle diventa elemento di precisa connotazione di carattere rassicurante e nello stesso sembra rimandare ad un luogo di smarrimento e di paura. Questa presenza dell'ignoto, che rimane fino a La Beltà, si accompagna alla disgregazione del linguaggio.

Da una parte, quindi, la consapevolezza che ogni tentativo di approccio conoscitivo con gli oggetti non può avvenire a causa del loro continuo fuggire e dall'altra parte il desiderio, al quale non si riesce a rinunciare, di impadronirsene come elemento di identificazione.

Ed ecco quindi il percorso della nevrosi: sapere di fallire e nello stesso tempo illudersi di essere riusciti a stabilire almeno un contatto.

1954 - Elegia e altri versi

La breve raccolta Elegia e altri versi uscita nel 1954 a distanza di tre anni da "Dietro il paesaggio", conferma i caratteri della prima e in essa continua la contrapposizione tra solitudine e affinità con il paesaggio, anche se, al confronto con la precedente raccolta, si avverte un deciso mutamento dei moduli stilistici che risultano cristallizzati al negativo. In essa troviamo una semantica sempre negativa, anche se il "rifiuto", inteso come alienante, non è stato ancora raggiunto.

Vi è nel linguaggio di questi versi l'uso del medesimo lessico e l'utilizzazione delle figure retoriche come la paronomasia (giace/soggiace, basso/trema/trema e s'abbassa), la sinonimia (nozze/matrimonio), l'homoeoprophoron in un discorso senza pause né slegature dove l'io e il paesaggio si alternano incapaci ormai di ogni contatto.

1957 - Vocativo

La raccolta Vocativo, che esce nel 1957 tre anni dopo "Elegia e altri versi" è costituita da due parti intitolate Quasi una bucolica e Prima persona e si presenta con il solito aggancio formale. Infatti il terzo e il sesto componimento riprendono nel titolo (Piccola elegia ed Elegia del venerdì) il termine della precedente raccolta, mentre il primo (Epifania) ripete il lessico e l'oggetto della poesia, cioè il paesaggio. In Vocativo però la posizione dell'io nel suo difficile rapporto con la realtà emerge con maggiore evidenza e in essa, Zanzotto si rivela molto più vicino a Montale che agli ermetici.

Sul filone dell'elegia nasce un nuovo canto che, dopo la definitiva connotazione negativa del paesaggio in Elegia e altri versi, trasferisce alla psiche l'esistenza delle cose configurandosi come l'unico dato certo dell'esistenza e dei significati.

In questo caso Zanzotto è molto lontano dalla posizione dei "Novissimi" coi quali egli polemizza in una recensione del 1962 Il linguaggio di Zanzotto, che proprio con Vocativo inizia la sua disgregazione, non ha niente a che fare coi non - senso di Pagliarani, Sanguineti, Balestrini, Porta, ma è una riduzione al grammaticalismo dove vi è sempre la tentazione della parola anche quando la si dichiara impossibile.

Ed è in Vocativo che si può fissare il punto di arrivo e quello di partenza nella produzione poetica di Zanzotto. Il tentativo di evitare la nevrosi è fallito ed ora, nella piena coscienza del fallimento, l'autore inizierà un discorso nuovo nel quale ci sarà meno spazio per la paura ma maggior spazio per un feroce e lucido esame della condizione umana ormai dispersa.

1962 - IX Ecloghe

Le IX Ecloghe furono scritte tra il febbraio del 1957 e l'ottobre del 1960 ed uscirono alla stampa nel 1962, nella collana de "Il Tornasole". Con questa opera Zanzotto si allontana dalla recente tradizione novecentesca per confrontarsi con il genere letterario dell'antica poesia pastorale che possa rappresentare il perfetto paesaggio bucolico dell'Arcadia letteraria. Ma su questo paesaggio, splendido e fittizio, accanto ai temi e ai luoghi apparsi nelle precedenti raccolte si insinuano tutti i segni della modernità con gli echi della realtà cittadina e del mondo industriale.

La raccolta contiene oltre al Prologo (Un libro di Egloghe) e ad un Epilogo, che è articolato in due componimenti, nove ecloghe ognuna delle quali accompagnata da una lirica tranne la IV che ne ha nove.

Si tratta pertanto di una struttura con una ben precisa architettura di gusto medioevale che, nel rispetto dei numeri magici o sacri (1, 9, 1+1) si pone in voluto contrasto con i ritmi e le figurazioni di tipo surrealista, con il metalinguaggio, con l'ironia costante.

Con la I Ecloga (I lamenti dei poeti lirici) inizia la costante tematica dell'intero libro e il discorso critico sulla poesia, dove l'autore pone con molta lucidità il problema di un senso della poesia e nello stesso tempo denuncia come non-senso ogni tentativo in questa direzione.

Nella II Ecloga (La vita silenziosa) il poeta mette in evidenza come la poesia sia l'ultima spiaggia a cui tendere come strumento di conoscenza in senso storico.

Protagonista della III Ecloga (La vendemmia) è ancora il rapporto storia/poesia nella sua descrizione di un paesaggio nostalgico e puro.

Nella IV Ecloga (Polifemo, Bolla fenomenica, Primavera) viene rappresentato il contrasto tra il poeta che desidera cambiare e la poesia tradizionale che è cristallizzata nei suoi temi e nelle sue forme.

Dopo l'appendice alla IV Ecloga (Miracolo a Milano) si ha un Intermezzo di otto liriche che prendono l'avvio da elementi molto connotati del paesaggio (quercia, viottolo, nubi, fiume, boschi, monti) per poter giungere all'identificazione dell'"io-poeta". Ma subito dopo avviene una rottura improvvisa e si evidenzia l'"io" ignoto dato da significati che non hanno niente a che vedere col significante (e in questo modo si avverte la piena adesione alle teorie di Lacan). La ricerca disperata poi dell'"io" significante terminerà nel nulla, ma in un nulla che viene disperatamente creduto come esistente (Così siamo).

Nelle Ecloghe V e VI viene riproposto il tema del rapporto tra paesaggio/io, io significante/io significato.

Nella VII Ecloga (Sul primato della poesia) il poeta risponde in una lingua ancora capace di tradurre il paesaggio affermando così che, anche se finzione, la poesia ha un senso.

Questo concetto diventerà più chiaro nella VIII Ecloga dove, nel metro del sonetto Notificazione di fede, viene costituita una vera professione di fede.

Nell'Ecloga IX (Scolastica) tutti i modi e i temi delle seguenti produzioni vengono anticipati e il poeta termina la sua lunga interrogazione sulla natura della poesia.

1968 - La Beltà

Zanzotto raggiunge con la raccolta La Beltà del 1968 la sua piena maturità espressiva dove le parole finalmente vivono di forza propria e dove il messaggio contenuto è che non esiste niente che abbia un senso proprio e pertanto non ha importanza che esista un significato e un significante, ma solo il fatto che le cose accadono e che l'uomo si illude di poter creare dei nessi logici e delle associazioni di causa/effetto. Come scrive Stefano AgostiStefano Agosti, in introduzione a Poesie 1938-1972, Andrea Zanzotto, Mondadori, Milano, 1973, p. 18. «Con La Beltà il rapporto significante/significato si rompe. Il significante non è più collegato a un significato, o a molteplici significati possibili, ma si istituisce esso stesso come depositario e produttore di senso».

La lirica di apertura all'opera, intitolata Oltranza oltraggio, è chiarificatrice dell'analisi che Zanzotto fa per individuare i modi della costruzione poetica. Il titolo sta a significare "cosa che va oltre il limite e la sopportazione" e Zanzotto riesce ad ottenere l'effetto di "alterità" con costruzioni chiuse, strutture circolari e concentriche, rispetto della simmetria, uso dell'allitterazione ossessionante, di neologismi e di frequenti anafore.

L'anafora soprattutto, che è spesso una congiunzione disgiuntiva, o dubitativa, o una preposizione, diventa un'interrogazione ingenua di bambini che si tramuterà più tardi in singhiozzo di angoscia al sapere che non ha risposta.

In quest'opera Zanzotto gioca abilmente con la tecnica letteraria e il fluire di una memoria che, lasciata andare a sé stessa, è capace di combinazioni sorprendenti.

Diventa quindi inesatto parlare, per il poeta, di disgregazione del linguaggio, in quanto egli non disgrega ma cambia solamente l'abituale nesso logico delle sequenze sintattiche e dei fonemi.

Avviene pertanto la scomposizione del lessico e il gusto di riscoprire un linguaggio atavico, quello che le madri, in Veneto, usano vezzeggiando i piccoli: il petél.