Durante il suo regno, Decio cercò di risollevare le sorti dell'Impero, caduto nella crisi del III secolo, affidandosi al ripristino della tradizione romana, ma la sua scelta non fu adatta ad uno Stato che stava cambiando rapidamente. Sebbene avesse ben chiara la situazione e la soluzione scelta, mostrò, nel momento del bisogno, di non essere abbastanza versatile. La sua politica religiosa conservatrice frazionò l'Impero, ed egli stesso, a differenza degli altri imperatori del periodo dell'anarchia militare, non fu in grado di contrastare i pericoli portati dalle invasioni germaniche. La sua tragica morte in battaglia, per quanto eroica, dimostra i limiti del suo giudizio.Aurelio Vittore, De Caesaribus, XXIX, 4-5.
Biografia Le fonti storiche per la vita di Decio sono frammentarie e non permettono di ricostruire con certezza né la storia del suo regno né le sue origini, sebbene lo si ritenga appartenente alla gens Decia. Lo storico Sesto Aurelio Vittore lo descrive come un militare di carriera di origine illirica, precursore dunque dei cosiddetti Imperatori illirici. Durante il regno di Massimino Trace (235-238) fu probabilmente legatus Augusti pro praetore nella provincia della Spagna Tarraconense.Miliari Tarraconensis 106; ; Miliari Hispanico 461; Miliari Tarraconensis 268; ; (p XLIX, 994); ; Miliari Hispanico 15; (p 995); ; Miliari Tarraconensis 108; ; Miliari Hispanico 130; Miliari Hispanico 367, e iscrizioni con il nome di Quintus Decius Valerianus. La Historia Augusta non contiene, purtroppo, un libro a lui dedicato, anche se brani che lo riguardano sono contenuti nelle biografie degli altri imperatori. Altre fonti sono Zosimo, Giovanni Zonara, Eutropio, Giordane e Polemio Silvio, oltre agli scrittori cristiani come Socrate Scolastico e Lattanzio, tutte utili a ricostruire le cosiddette "persecuzioni deciane".
Origini familiari
Nato come Gaio Messio Quinto Decio a Budalia, un piccolo centro non troppo distante dalla città di Sirmio (l'odierna Sremska Mitrovica, in Serbia), nella provincia romana della Pannonia Inferiore, sotto la dinastia dei Severi (probabilmente nel 201), fu il primo di una lunga serie di imperatori originari dell'Illyricum. La sua famiglia, forse di origine italica e probabilmente imparentata con la gens Decia, era provinciale, benché appartenente all'aristocrazia senatoriale. Prima di salire al trono sposò Erennia Cupressenia Etruscilla, una donna di rango senatoriale, da cui ebbe i figli Erennio Etrusco e Ostiliano.
Carriera politica ed ascesa al potere La sua carriera non è nota, ma si sa che alla metà degli anni 230 era governatore della Mesia inferiore; iscrizione databile al 233 sotto Alessandro Severo. probabilmente era anche entrato nel Senato romano. La fortuna di Decio fu che, alla fine degli anni 240, la Mesia e la Pannonia furono messe sotto pressione dalle popolazioni barbariche oltre confine, in particolare Gepidi e Goti, e fu il teatro della rivolta di Pacaziano.
Nel 248 una nuova incursione di Goti, ai quali era stato rifiutato il contributo annuale promesso da Gordiano III, e di Carpi loro associati, portò ancora una volta devastazione nella provincia di Mesia inferiore. La fonte di dubbia veridicità riporta:
L'invasione alla fine fu, quindi, fermata da Decio Traiano presso la città di Marcianopoli, che era rimasta sotto assedio per lungo tempo. La resa fu anche possibile grazie ad una tecnica ancora rudimentale da parte dei Germani in fatto di macchine d'assedio.
L'anno successivo, nel 249, l'imperatore Filippo l'Arabo invitò Decio a recarsi, ancora una volta, nella regione a sedare i fautori della rivolta di Tiberio Claudio Marino Pacaziano in Mesia e Pannonia, e a riportarne l'ordine.Zosimo, Storia nuova, I, 20.2. Zosimo racconta, infatti, che Filippo, turbato dalle numerose rivolte scoppiate un po' ovunque l'anno precedente, chiese aiuto al Senato per meglio affrontare la situazione, anche accettando di essere deposto, qualora non fossero d'accordo con il suo operato.Zosimo, Storia nuova, I, 21.1. E poiché nessuno rispondeva in merito, Decio, uomo di nobile famiglia e dignità, stimato e dotato di grandi virtù, replicò che le sue preoccupazioni erano prive di fondamento. E benché quanto previsto da Decio si verificasse puntualmente e tutte le rivolte venissero sedate senza molta fatica, Filippo continuava ad essere preoccupato, conoscendo l'odio dei soldati delle regioni dove erano scoppiate le rivolte.Zosimo, Storia nuova, I, 21.2. Esortò, quindi, Decio a prendere il comando delle province di Mesia e Pannonia, ed a punire coloro che avevano sostenuto Pacaziano.
Quali che fossero queste ragioni, Decio accettò l'incarico e, accompagnato dal figlio Erennio Etrusco fatto Cesare, si recò in Mesia: qui, probabilmente, prese il comando della Legio IIII Flavia Felix e della XI Claudia. Prima che giungesse allo scontro, Pacaziano fu ucciso dai propri soldati, che avevano compreso di avere poche speranze contro le truppe di Decio; convinti dell'incapacità di Filippo di gestire la crisi della frontiera da lontano, spinti dal timore della punizione per la loro rivolta e attratti dalle possibilità di arricchimento collegate all'elezione di un nuovo imperatore, i soldati delle armate pannoniche (tra cui la Legio X Fretensis). acclamarono Decio imperatore, avendo lo stesso non solo una miglior esperienza politica, ma anche militare, dello stesso Filippo (primavera del 249).Zosimo, Storia nuova, I, 21.3. Decio, ricevuto dai soldati, fu costretto ad assumere la porpora imperiale.Zosimo, Storia nuova, I, 22.1.
Secondo la tradizione, che predilige i sovrani che accettano malvolentieri il potere, Decio ribadì la propria lealtà a Filippo, ma questi decise di abbatterlo, riunendo le sue legioni e marciando contro di lui; del resto Decio aveva un sostegno ben maggiore di Filippo, sia presso l'esercito danubiano, che preferiva avere l'imperatore con sé piuttosto che a Roma, sia nel Senato romano, che preferiva certamente un proprio membro ad un soldato di origini straniere.
I due eserciti si scontrarono presso Verona all'inizio dell'estate. Decio riuscì a battere Filippo, grazie alla miglior abilità tattica. L'imperatore, sembra, cadde sul campoZosimo, Storia nuova, I, 22.2. (non è chiaro se in battaglia o per mano dei suoi stessi soldati, desiderosi di ingraziarsi il nuovo imperatore). Quando la notizia raggiunse Roma, Severo Filippo, l'erede undicenne di Filippo, nominato Cesare, fu a sua volta assassinato, sgozzato, dalla guardia pretoriana. In questo modo Decio ottenne il potere imperiale.
Regno Politica interna
Il potere di Decio ebbe le proprie basi nell'aristocrazia senatoriale e nell'esercito, e ad entrambi si presentò come il restauratore della tradizione, tramite un'opportuna propaganda e riprendendo quei tratti del princeps che richiamavano la tarda Repubblica e il primo Impero.
Dal punto di vista politico, Decio rivalutò le cariche repubblicane. Assunse per sé il consolato per ciascun anno del proprio regno; ripristinò la magistratura della censura nominando Publio Licinio Valeriano censore; assunse personalmente il comando delle truppe sul campo di battaglia e conferì onori ai soldati indipendentemente dal loro rango.
Si richiamò agli Imperatori adottivi, assumendo il nome Traiano in onore e in riferimento all'imperatore considerato uno dei migliori della storia romana (Optimus princeps), sia in campo militare che civile; la scelta non poteva essere più oculata, in quanto Traiano, come Decio, era stato comandante della Germania Superiore prima della sua elevazione al trono. Riprese, dopo vent'anni, un programma di edilizia pubblica a Roma: restaurò il Colosseo danneggiato da un terremoto e fece costruire le sontuose terme Deciane sull'Aventino.
Cercò, infine, di dare vita ad una dinastia, come aveva fatto Filippo prima di lui: i figli Erennio Etrusco e Ostiliano ricevettero il titolo di cesare, con Erennio poi elevato al rango di augusto nel 251; Erennia Cupressenia Etruscilla fu invece nominata augusta.
Politica religiosa e persecuzione dei cristiani
Elementi fondamentali della sua politica di restaurazione furono la promozione della religione romana tradizionale e la repressione dei nuovi culti, soprattutto il cristianesimo, visto come un pericolo politico, visto che non riconosceva il "genius" dell'imperatore come divinità. Subito dopo il suo insediamento Decio fece arrestare diversi esponenti del clero cristiano e, nel gennaio 250, fece giustiziare papa Fabiano.
Nel marzo-aprile 250 Decio emise un editto che ordinava a tutti i cittadini dell'impero di offrire un sacrificio pubblico agli dèi e all'imperatore (formalità equivalente ad una testimonianza di lealtà all'imperatore e all'ordine costituito). Decio autorizzò delle commissioni itineranti a visitare le città e i villaggi per supervisionare l'esecuzione dei sacrifici e per la consegna di certificati scritti a tutti i cittadini che li avevano eseguiti (molti di questi libelli sono stati ritrovati in EgittoFrend, 2006 cit. p. 514.). A coloro che si rifiutarono di obbedire all'editto fu mossa accusa di empietà, che veniva punita con l'arresto, la tortura e la morte. Questo editto costituisce la prima persecuzione sistematica contro i cristiani.
Lo scrittore cristiano Eusebio di Cesarea afferma che Decio prese questa decisione contro il proprio predecessore Filippo l'Arabo; altri ritengono che più probabilmente si trattò di una politica volta a restaurare la tradizionale pietas pubblica, un altro dei tasselli della restaurazione della tradizione voluta da Decio. Decio in effetti si fa raffigurare nelle monete con la corona radiata di Helios e nelle statue in veste di Ercole. Questa decisione però ebbe un impatto notevole sulle emergenti comunità cristiane, specie quella di Roma, fino a causare delle divisioni interne: in conseguenza alla persecuzione nacque ad esempio il movimento dei Novaziani,Socrate Scolastico, Storia ecclesiastica, iv.28. mentre la diatriba sulla natura di Cristo si può far risalire a questa epoca.Socrate Scolastico, Storia ecclesiastica, v.29.
Il vescovo Cipriano di Cartagine spiega che le autorità non miravano tanto a fare martiri quanto ad ottenere l'apostasia con le prigioni e la tortura; l'editto ebbe un notevole successo: gran parte dei fedeli abiurò (venendo definiti pertanto lapsi) , in alcune regioni in massa. I vescovi tollerarono tali defezioni, volendo salvare la vita ai fedeli.
In Egitto, Africa ed Anatolia numerosi fedeli fuggirono in massa fuori dalle città, rifugiandosi nei deserti e sui monti. Tra questo vi fu il vescovo Dionisio di Alessandria e Cipriano di Cartagine. Di solito, passato il pericolo della persecuzione, tutti costoro si presentavano come penitenti per ottenere il perdono e il rientro nella società dei cristiani, che però non sempre poteva essere accordatoGibbon, op. cit., pp. 251-253..
Le vittime furono, in ogni caso, centinaia papa Fabiano ed i vescovi Babila di Antiochia e Alessandro di Gerusalemme furono tra i primi ad essere arrestati ed a subire il martirio. Tale persecuzione sortì, tra l'altro, l'effetto di impedire per sedici mesi l'elezione del nuovo vescovo di Roma, successore di Fabiano.
Fortunatamente per i cristiani e gli altri culti perseguiti, la persecuzione durò appena 18 mesi e si concluse con la morte dell'imperatore nel 251.
Difesa dei confini