La conoscenza è la consapevolezza e la comprensione di verità, fatti o informazioni acquisite attraverso l'esperienza o l'apprendimento (conoscenza a posteriori), oppure mediante l'introspezione (conoscenza a priori).L'etimologia deriva dalla particella latina cum + il vocabolo greco antico gnòsis (cfr. dizionario etimologico). Termini arcaici sono , canoscenza, cognoscenza (cfr. dizionario italiano). Essa costituisce l'autocoscienza del possesso di informazioni interconnesse che, considerate singolarmente, hanno un valore e un'utilità inferiori.Diceva in proposito Aristotele che «il tutto è maggiore della somma delle parti».
Introduzione generale
"Conoscenza" è un termine che può assumere significati diversi a seconda del contesto, ma ha in qualche modo a che fare con i concetti di significato, informazione, istruzione, comunicazione, rappresentazione, apprendimento e stimolo mentale.
La conoscenza è qualcosa di diverso dalla semplice informazione. Entrambe si nutrono di affermazioni vere, ma la conoscenza è una particolare forma di sapere, dotata di una sua utilità. Mentre l'informazione può esistere indipendentemente da chi la possa utilizzare e quindi può in qualche modo essere preservata su un qualche tipo di supporto (cartaceo, informatico, ecc.), la conoscenza esiste solo in quanto c'è una mente in grado di possederla.
In effetti, quando si afferma di aver esplicitato una conoscenza, in realtà si stanno preservando le informazioni che la compongono insieme alle correlazioni che intercorrono fra di loro, ma la conoscenza vera e propria si ha solo in presenza di un utilizzatore che ricolleghi tali informazioni alla propria esperienza personale. Fondamentalmente la conoscenza esiste solo quando un'intelligenza possa essere in grado di utilizzarla.
In filosofia si descrive spesso la conoscenza come informazione associata all'intenzionalità. Lo studio della conoscenza in filosofia è affidato all'epistemologia (che si interessa della conoscenza come esperienza o scienza ed è quindi orientata ai metodi ed alle condizioni della conoscenza) ed alla gnoseologia (che si ritrova nella tradizione filosofica classica e riguarda i problemi a priori della conoscenza in senso universale).
La conoscenza in filosofia e il problema della giustificazione
Una diffusa definizione di conoscenza la vuole come "teoria della giustificazione" della verità delle convinzioni. Questa definizione, che deriva dal dialogo platonico Teeteto, pone in primo piano l'importanza delle condizioni necessarie, anche se non sufficienti, affinché un'affermazione possa rientrare nella conoscenza.
Non esiste un accordo universale su ciò che costituisce la conoscenza, la certezza e la verità. Si tratta di questioni ancora dibattute dai filosofi, dagli studiosi di scienze sociali e dagli storici.Conoscenza culturale e storica di G. Mayos. Ludwig Wittgenstein ha scritto un trattato (Della certezza) che indaga appunto le relazioni tra la conoscenza e la certezza. Un ramo di questa indagine è successivamente diventato un'intera branca, la "filosofia dell'azione".
Il problema principale indagato dai filosofi è il seguente: come avere la certezza che le nostre convinzioni costituiscono effettivamente una "conoscenza"? Quand'è che si ha vera conoscenza?
Sia la certezza che l'evidenza sono caratteristiche epistemiche appartenenti nient'altro che alla convinzione stessa. In altre parole, esse non affermano altro che la convinzione è vera. È dunque necessario ricorrere ad altre caratteristiche epistemiche, come la razionalità o il criterio logico, per avere garanzia che una certa conoscenza sia giustificata, cioè corrisponda al vero: questa non dev'essere arbitraria, né casuale né irrazionale. Aristotele, ad esempio, giudicava erroneo il detto di Protagora secondo cui «l'uomo è misura di tutte le cose», proprio perché contraddittorio:Aristotele, Metafisica, 1062 b 14 se fosse vero ciò che ad ogni uomo appare certo, la conoscenza verrebbe svuotata del suo significato razionale; conoscere significherebbe soltanto "percepire" o "sentire", indipendentemente da ogni criterio oggettivo.
Si può notare come il problema della divergenza tra soggettività e oggettività, tra verità e certezza, che al giorno d'oggi è affrontato dettagliatamente dalla "teoria della giustificazione", vertesse sin da allora sulla contrapposizione tra sensi e intelletto, o tra verità e opinione. Si tratta di un problema col quale si sono cimentati dapprima gli antichi greci e poi i filosofi a loro successivi.
La contrapposizione tra sensi e intelletto
A grandi linee, nella storia della filosofia occidentale si sono spesso contrapposte (e a volte sovrapposte) due linee di pensiero: coloro che considerano la conoscenza un prodotto della mente e dell'indagine introspettiva, e coloro invece secondo cui la conoscenza deriva unicamente dai sensi, cioè dall'esterno.
Connessa a tale questione è se la conoscenza sia il risultato di meccanismi automatici, o se invece dipenda da un atto creativo del soggetto, che coinvolga in qualche modo la sua libertà.
Tra i primi a contrapporre la conoscenza intellettiva a quella sensoriale fu Pitagora, che faceva del numero e della sapienza matematica l'oggetto principale del conoscere. Da questa contrapposizione scaturì il carattere nascosto della conoscenza, che si riteneva riservata a una cerchia ristretta di iniziati, i soli capaci di comprendere la natura intellettiva della realtà.
In seguito anche la scuola eleatica, in particolare Parmenide, svalutò la conoscenza sensoriale, affermando l'importanza di un sapere dedotto esclusivamente dalla ragione. Un tale sapere però risultava poco accessibile ai più, perché non oggettivabile: dell'Essere infatti si può dire soltanto che esso è, e nient'altro.
Ai pitagorici e agli eleati si contrapposero le teorie atomiste dei seguaci di Democrito, secondo il quale la conoscenza è il frutto di processi meccanici, cioè della combinazione degli atomi che colpendo i nostri organi di senso producono in noi l'apprendimento.
Socrate
Con Socrate la conoscenza acquista una valenza etica, venendo d'ora in poi ricondotta essenzialmente al primato della riflessione individuale. Per Socrate infatti ogni conoscenza è vana se non è ricondotta alla propria autocoscienza, a quella voce dell'anima dotata di consapevolezza, in grado di esaminare criticamente e smascherare il falso sapere dei sofisti, le nozioni "irriflesse" di coloro che si credono sapienti ma in realtà non lo sono. La vera sapienza nasce dunque dal conoscere se stessi; una tale conoscenza però non è insegnabile, né trasmissibile a parole, perché non è una tecnica. Il maestro può solo aiutare l'allievo a partorirla da sé.Reale, Il pensiero antico, pag. 83, Vita e Pensiero, 2001.
Platone e i neoplatonici
Platone seguì gli insegnamenti di Pitagora, Parmenide, e Socrate, tuttavia rivalutando in parte l'esperienza sensibile. I sensi infatti, secondo Platone, servono a risvegliare in noi il ricordo delle idee, ossia di quelle forme universali con cui è stato plasmato il mondo e che ci permettono di conoscerlo. Conoscere significa dunque ricordare: la conoscenza è un processo di reminiscenza di un sapere che giace già all'interno della nostra anima, ed è perciò "innato". L'innatismo della conoscenza è ciò che più contraddistingue il platonismo dall'empirismo.
Con Platone la conoscenza resta un'esperienza dal valore essenzialmente etico, poiché riguarda la decisione dell'anima di accostarsi alla visione eidetica del Bene risvegliandone in sé il ricordo.
Presso il neoplatonismo verrà mantenuta l'idea che la vera conoscenza non è quella che deriva dall'esperienza, come crede il senso comune, ma nasce da una superiore attività intellettiva che ha come oggetto le idee spirituali. La conoscenza è pertanto qualcosa di "nascosto" ai più, che si lasciano abbagliare dagli inganni dei sensi. Questa concezione sarà fatta propria anche da varie correnti neopitagoriche, gnostiche, esoteriche, e magiche, che approderanno alla filosofia rinascimentale. Secondo Giordano Bruno bisogna nascondere la conoscenza alla plebe perché questa non la potrà mai capire, ed è persino rischioso elargirgliela.
L'aristotelismo
Rispetto a Platone, Aristotele aveva ulteriormente rivalutato l'esperienza sensibile, ma come il suo predecessore aveva mantenuto fermo il presupposto secondo cui la conoscenza nasce anzitutto dal soggetto.Pur rinnegando l'innatismo di Platone, Aristotele afferma che «la sensazione in atto ha per oggetto cose particolari, mentre la scienza ha per oggetto gli universali e questi sono, in certo senso, nell'anima stessa» (Sull'anima II, V, 417b). Una conoscenza che si limiti a recepire le impressioni dei sensi, infatti, è passiva; perché vi sia vera conoscenza occorre che l'intelletto umano svolga un ruolo attivo che gli consenta di andare oltre le particolarità transitorie degli oggetti e di coglierne l'essenza in atto. Il passaggio all'intelletto attivo implica che questo sia capace di pensare se stesso, cioè sia dotato di consapevolezza e libertà, che è la caratteristica fondamentale che distingue l'uomo dagli altri animali.
Aristotele distinse così vari gradi del conoscere: al livello più basso c'è la sensazione, che ha per oggetto entità particolari, mentre a quello più alto c'è l'intuizione intellettuale, capace di "astrarre" l'universale dalle realtà empiriche.Di seguito alcuni passi da cui emerge come i princìpi primi su cui Aristotele intende fondare la conoscenza non sono ricavabili dall'esperienza, né da un ragionamento dimostrativo; l'induzione originata dai sensi non ha per lui alcun carattere di universalità: Conoscere significa dunque astrarre.
Aristotele fu anche il padre della logica formale, che egli teorizzò nella forma deduttiva del sillogismo. Va precisato però che l'intuizione restava per lui superiore anche a quest'ultimo, perché in grado di fornire quei princìpi di partenza da cui il sillogismo trarrà soltanto delle conclusioni coerenti con le premesse. Essa si trova dunque al vertice della conoscenza, culminando alla fine in un'esperienza contemplativa, tipica di un sapere fine a sé stesso, che per Aristotele rappresentava l'essenza della saggezza.Articolo di Paolo Scroccaro, Arianna editrice, 2006 Ritorna così anche in lui il valore etico della conoscenza.
Dal Medioevo all'empirismo anglo-sassone I capisaldi del processo conoscitivo, così com'erano stati enunciati da Aristotele, rimasero invariati per tutto il Medioevo, ribaditi e valorizzati in particolare da Tommaso d'Aquino.
Fu agli inizi dell'età moderna che in Inghilterra iniziò a prodursi una corrente filosofica secondo cui, invece, la conoscenza deriva unicamente dall'esperienza sensibile. I principali esponenti di questa corrente, che ebbe come precursori Francesco Bacone e Thomas Hobbes, furono John Locke, George Berkeley e David Hume. I princìpi a cui essi intendevano ricondurre ogni forma di conoscenza umana erano essenzialmente due:Abbagnano, Storia della filosofia, vol. 2, UTET, 2005. La verificabilità, secondo cui ha senso conoscere soltanto ciò che è verificabile sperimentalmente; ciò che non è verificabile non esiste o non ha valore oggettivo. Il meccanicismo, in base al quale ogni fenomeno (compresa la conoscenza umana) avviene secondo leggi meccaniche di causa-effetto.
Quest'ultimo punto fu fatto proprio soprattutto da Hobbes, e si connette alla convinzione degli empiristi per cui la mente umana è una tabula rasa al momento della nascita, cioè priva di idee innate. Dopo la nascita, le impressioni dei sensi prenderebbero ad agire meccanicamente sulla nostra mente, plasmandola e facendo sorgere in essa dei concetti.
Leibniz e Kant