Il delitto Matteotti fu il rapimento e l'assassinio di Giacomo Matteotti, deputato del Regno d'Italia, commesso il 10 giugno 1924 a Roma.

L'assassinio fu compiuto da una squadra fascista capeggiata da Amerigo Dumini, per le accuse di Matteotti contro le violenze organizzate dai fascisti e per la sua denuncia dei brogli elettorali messi in atto dalla nascente dittatura di Benito Mussolini nelle elezioni del 6 aprile 1924. Secondo alcuni storici il delitto fu anche originato dal timore della prosecuzione dell'attività parlamentare di MatteottiGalliano Maria Speri, Matteotti, un vero patriota che si batteva in difesa degli ultimi, Frontiere online, 24 giugno 2024: "il bilancio che il Duce aveva presentato al re era un falso. Il vero bilancio mostrava un debito considerevole. E ancora una volta era stato Matteotti a farlo notare, nella riunione della Commissione Bilancio del 5 giugno 1924". o addirittura di indagini che Matteotti avrebbe condotto sulla corruzione del governo, in particolare sulla vicenda delle tangenti della concessione petrolifera alla Sinclair Oil..

Il corpo di Matteotti fu ritrovato circa due mesi dopo l'omicidio, il 16 agosto 1924.

Il 3 gennaio 1925, in un discorso di fronte alla Camera dei deputati, Mussolini si assunse pubblicamente la «responsabilità politica, morale, e storica» del clima nel quale l'assassinio si era verificato. A tale discorso fece seguito, nel giro di due anni, l'approvazione delle cosiddette leggi fascistissime e la decadenza dei deputati che avevano partecipato alla secessione dell'Aventino in protesta al delitto Matteotti.

Antefatti Le aggressioni squadriste a Matteotti

La prima aggressione di carattere squadrista subita da Giacomo Matteotti risale al 18 gennaio 1921, quando ancora impegnato a Livorno nei lavori del XVII Congresso del Partito Socialista Italiano, venne a conoscenza dell'arresto del sindaco e del capolega di ferraresi in seguito alle violenze avvenute tra fascisti e socialisti il mese prima... Giunto precipitosamente a Ferrara per assumere la direzione della Camera del Lavoro, le squadre d'azione fasciste di Italo Balbo lo assediarono nella sede sindacale per oltre tre ore, Matteotti fu quindi scortato all'esterno della Camera del lavoro di Ferrara da oltre duecentocinquanta carabinieri, venendo però insultato e aggredito fisicamente.. Secondo quanto riportato dallAvanti! del 27 gennaio 1921, nei giorni successivi un gruppo di agrari ferraresi si rivolse ai fascisti richiedendo di "sopprimere e a tutti i costi ammazzare l'on. Matteotti". In seguito all'esperienza vissuta a Ferrara, il 31 gennaio 1921 Matteotti denunciò per la prima volta alla Camera dei deputati la violenza squadrista ormai dilagante, accusando direttamente l'inazione delle istituzioni e del governo Giolitti, oltre alle responsabilità della classe agraria e imprenditoriale.: Matteotti fu il secondo firmatario di una mozione di censura al Governo - per aver mancato di porre termine alle violenze fasciste - ma la proposta fu respinta a maggioranza dalla Camera. Il 10 marzo 1921 Matteotti tenne un lungo discorso denunciando alla Camera dei deputati la violenza squadrista nella sua terra natale, il Polesine.

Il 12 marzo 1921 Matteotti si recò a Castelguglielmo, in Polesine, in compagnia del sindaco socialista di Pincara alla riunione delle leghe rosse polesane, che fu però impedita dalla devastazione squadrista della sede dell'assemblea.. In quell'occasione Matteotti fu caricato dai fascisti su un camion e condotto alla sede degli agrari venendo insultato e minacciato di morte.: dopo un sequestro durato alcune ore fu abbandonato nelle campagne di Lendinara per poi raggiungere dopo una decina di chilometri percorsi a piedi la deputazione provinciale di Rovigo in cui era in corso la discussione per la proroga del patto agrario.. Il 5 agosto 1923 il tribunale di Rovigo assolse “per l’evidente carattere politico a fine nazionale” gli imputati del rapimento e delle violenze di CastelgugliemoValentino Zaghi, Matteotti e il Veneto, in «Venetica», numero 1/2024, p. 44., applicando l'amnistia concessa dal re su iniziativa del governo Mussolini.

In seguito all'episodio di violenza in Polesine, Matteotti fu costretto a lasciare la famiglia per trasferirsi da amici a Padova e Venezia.; il 3 agosto 1921 scampò a un sequestro organizzato dai fascisti padovani grazie all'aiuto di un gruppo di giovani socialisti locali.. Attacchi verbali e minacce di morte furono rivolte nell'aprile del 1921 alla madre di Matteotti, Isabella Garzaroli, rimasta a vivere a Fratta Polesine: ella è costretta a muoversi per incontrarlo, come avvenuto a Legnago, nel veronese, quando viene minacciata ed insultata da fascistiValentino Zaghi, Matteotti e il Veneto, in «Venetica», numero 1/2024, p. 20.. Nell'agosto del 1922 anche la moglie Velia, in villeggiatura a Varazze, fu presa di mira dai fascisti locali, e dopo essere stata raggiunta dal marito a settembre, la famiglia fu costretta a lasciare la località balneare con la forza, venendo condotta da una squadra fascista alla stazione di Arenzano..

Il 4 ottobre 1922, in seguito alla scissione dei riformisti avvenuta al XIX Congresso del Partito Socialista Italiano, Matteotti assunse la segreteria del Partito Socialista Unitario (PSU); dopo circa due settimane la marcia su Roma favorì il 31 ottobre 1922 la nascita del governo Mussolini.. Schierato nettamente contro qualsiasi ipotesi di collaborazionismo col fascismo, Matteotti compì alcuni viaggi all'estero nel tentativo di riallacciare i rapporti con i partiti socialisti europei., tanto che il 15 maggio 1923 il governo negò il rinnovo del passaporto a Matteotti..

Per Matteotti divenne sostanzialmente impossibile riuscire a muoversi liberamente anche nel Regno d'Italia: viveva lontano da moglie e figli e non rendeva note la sua residenza e i numeri telefonici.. Il 2 luglio 1923, riconosciuto da alcuni fascisti mentre assisteva al palio di Siena, Matteotti fu assalito e costretto a lasciare la città. In vista delle elezioni politiche del 1924, a febbraio Matteotti pubblicò il saggio Un anno di dominazione fascista, con l'obiettivo di smontare i successi decantati dal governo, mentre durante la campagna elettorale subì un nuovo attacco: in Sicilia, a Cefalù, venne insultato e allontanato dai fascisti locali, nonostante l'intervento dei carabinieri.. Il 6 aprile 1924 Matteotti fu rieletto, mentre il PSU raccolse il 5,9% risultando il secondo partito di opposizione dietro il 9% del Partito Popolare Italiano.

La minaccia a Montecitorio Dopo il discorso di Giacomo Matteotti del 30 maggio 1924, Benito Mussolini si era lasciato sfuggire oscure parole di minaccia: «È un pezzo che quest'uomo non dovrebbe più circolare... Il fascismo è vile se lascia ancora la parola a questo suo nemico»Alceste De Ambris, Matteotti: fatti e documenti, Exoria, Tolosa, 1927, p. 11..

La frase di Mussolini fu udita da Emilio Lussu nel palazzo di Montecitorio immediatamente dopo il discorso di MatteottiMussolini fuori dell'aula di Montecitorio disse ai deputati fascisti: «se voi non foste dei vigliacchi, nessuno avrebbe mai osato pronunziare un discorso simile» (E. Lussu, Marcia su Roma e dintorni, Torino, Einaudi, 1965, pp. 154-155).; anche per Ezio Riboldi Benito Mussolini - riferendosi a Giacomo Matteotti - disse ai suoi: «levatemelo dai piedi» e la frase «fece il giro di tutti i corridoi di Montecitorio»E. Riboldi, Vicende socialiste, Azione comune ed., 1964, p. 119..

L'omicidio Il rapimento e l'uccisione

Il 10 giugno 1924, intorno alle ore 16:15, Matteotti uscì a piedi dalla propria residenza di via Pisanelli 40, nel Quartiere Flaminio, per dirigersi verso Montecitorio, dove aveva trascorso parte della mattinata nella Biblioteca della Camera: piuttosto che incamminarsi lungo via Flaminia per poi raggiungere il Corso attraverso gli archi di Porta del Popolo, decise invece di percorrere il lungotevere Arnaldo da Brescia (per poi tagliare verso Montecitorio). Qui, secondo le testimonianze di due ragazzini presenti all'evento, Amilcare Mascagna e Renato BarzottiASR, FM, vol 1, Testimonianze Amilcare Mascagna e Renato Barzotti, vol.1, fol.22, era ferma un'auto con a bordo alcuni individui, poi in seguito identificati come i membri della Ceka fascista: Amerigo Dumini, Albino Volpi, Giuseppe Viola, Augusto Malacria e Amleto Poveromo.

Due degli aggressori, al passaggio del parlamentare nei pressi dell’auto, gli balzarono addosso. Ciononostante Matteotti riuscì a divincolarsi buttandone uno a terra e rendendo necessario l'intervento di un terzo che lo stordì colpendolo al volto con un pugno. Gli altri due intervennero per caricarlo in macchina. I due ragazzini identificarono anche la vettura, da altri testimoni descritta semplicemente come «un'automobile, nera, elegante, chiusa»ASR, FM, vol 1, fol.8 Testimonianza Giovanni Cavanna, come una Lancia Kappa. I due ragazzini, avvicinatisi al veicolo, furono allontanati rudemente, poi la macchina ripartì ad alta velocità.

Nel frattempo all'interno della vettura scoppiò una rissa furibonda. e dall'abitacolo della vettura Matteotti riuscì a gettare fuori il suo tesserino da parlamentareL'immagine della tessera personale n. 326 della XXVII legislatura è pubblicata in che fu ritrovato da due contadini presso il Ponte del Risorgimento.. Non riuscendo a tenerlo fermo, probabilmente Albino Volpi (o Giuseppe Viola) estrasse un coltello e colpì Matteotti sotto l'ascella e al torace. Matteotti morì dopo un'agonia di diverse ore.

Il gruppo girovagò per la campagna romana fino a raggiungere verso sera la Macchia della Quartarella, un bosco nel comune di Riano, a 25 km da Roma. Qui, servendosi del cric dell'auto, seppellirono il cadavere di Matteotti piegato in due. Poi ritornarono a Roma dove lasciarono la vettura in un garage privato. Quella stessa sera Dumini informò il segretario di Mussolini Arturo Fasciolo degli avvenimenti e gli consegnò il passaporto di Matteotti..

Le ricerche e le immediate conseguenze politiche L'assenza di Matteotti in Parlamento non fu immediatamente notata, ma già il pomeriggio del giorno dopo, 11 giugno, la notizia della scomparsa era discussa dai deputati allertati dalla moglie Velia. Più tardi, Mussolini sostenne di aver appreso della scomparsa di Matteotti soltanto la sera dell'11 giugno e di esserne stato, fino ad allora, del tutto ignaro.

Il 12 giugno Mussolini rispose a un'interrogazione parlamentare posta dal deputato Enrico Gonzales:

Intanto, due giorni dopo il rapimento fu individuata l'auto, che risultò proprietà del direttore del Corriere Italiano Filippo Filippelli grazie alla testimonianza di Ester Erasmi e del marito Domenico Villarini che, insospettiti da strani movimenti avvenuti la sera prima, avendo notato la vettura sospetta, si erano annotati la targa.. Da questo importante episodio nacquero le prime indagini, che fin dall'inizio individuarono in Dumini la mano dell'assassino: in breve tutti i rapitori furono identificati e arrestati, ma quando si giunse all'arresto del fornitore dell'autovettura, Filippo Filippelli, la Procura generale avocò l'inchiesta, delegando come pubblico ministero Umberto Guglielmo Tancredi. A quel punto il magistrato Mauro Del Giudice, intransigente giurista e difensore dell'indipendenza della magistratura di fronte al potere esecutivo, convocò la sezione di accusa ed attribuì al suo presidente (cioè a sé stesso) i poteri del giudice istruttore, bloccando la manovra di delegare come istruttore un magistrato gradito al Governo.. Ried. in L'istruttoria iniziata così efficacemente, dopo circa un anno di pressioni e depistaggi ad opera del regime, si sarebbe comunque arenata: Del Giudice sarebbe stato allontanato dalla capitale con un promoveatur ut amoveatur e, qualche anno dopo, portato al pensionamento forzato.